AL CINEMA SOTTO IL VULCANO

Negli anni ’70 del secolo scorso gli incassi del cinema hollywoodiano prosperarono con il filone dei film catastrofisti: da Airport (1970) a L’avventura del Poseidon (The Poseidon Adventure, 1972), da L’inferno di cristallo (The Towering Inferno) a Terremoto (Earthquake) entrambi del 1974. Gli effetti speciali erano ancora alle prime armi e solo con l’avvento della computer-grafica negli anni ’90 si raggiunsero risultati più convincenti, fino a diventare stupefacenti nei film di azione ed avventura dei nostri giorni.

Ma il capostipite dei disaster movies – come li chiamano Oltreoceano – è la storia per antonomasia di amore e distruzione che risale al mondo antico: l’eruzione del Vesuvio che rase al suolo Pompei nel 79 d.C. coprendo la città campana sotto una pioggia di fuoco, testimoniata già nell’immediatezza da Plinio il Giovane.

Ma il romanzo cui attinse il cinema sin dai suoi esordi per mettere in scena questa sconvolgente catastrofe naturale risale al XIX secolo ed è l’omonimo libro The Last Days of Pompeii dello scrittore inglese Edward Bulwer-Lytton, datato 1834 ed uscito nella traduzione italiana già due anni dopo. Il racconto può quasi essere letto come metafora del castigo divino ad una umanità contaminata dalla ingordigia, dalla ferocia e dal peccato, una sorta di Sodoma e Gomorra adattata al mondo pagano-mediterraneo. Ed è così che la fine di Pompei diventa un vero e proprio topos iconico-letterario del catastrofismo.

La prima pellicola con il titolo Gli ultimi giorni di Pompei è italiana ed è del 1908. Il cinema muto è la novità del secolo appena iniziato ed il film a cortometraggio, della durata di 15 minuti circa, fu prodotto a Torino e distribuito in Italia dalla Società Anonima Ambrosio. Diretto da Arturo Ambrosio e Luigi Maggi, girato da Roberto Omegna, aveva come protagonisti: lo stesso Maggi nel ruolo del sacerdote di Iside Arbace; Umberto Mozzato in quello di Glauco; Lydia De Roberti nei panni di Nidia, la schiava cieca di Glauco; Mirra Principi in quelli di Jone . La trama è nota: il perfido sacerdote, invaghitosi della bellissima Jone, per sottrala all’innamorato Glauco, intriga per farlo condannare a morte nell’arena. L’improvvisa eruzione del vulcano fa sì che il giovane riesca a fuggire, a ricongiungersi con Jone, giusto in tempo per imbarcarsi e mettersi in salvo, mentre Arbace muore schiacciato sotto una colonna.crollata al suo passaggio; e Nidia che è segretamente innamorata di Glauco si toglie la vita gettandosi in mare.

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IN ALTO: fotogrammi dal cortometraggio del 1908. L’impianto scenografico è prettamente teatrale e le quinte rimandano ai quadri ottocenteschi di ambientazione pompeiana firmati da Alma Tadema o dal romano Ettore Forti

Il successo è enorme, il film è distribuito nei principali Paesi europei ed anche in America. Sicché solo alcuni anni dopo, nel 1913, la stessa Ambrosio decide di girare un secondo film a lungometraggio, con lo stesso titolo e per la durata originaria di oltre 80 minuti, con la regia di Eleuterio Rodolfi. Cambiano però gli interpreti: Antonio Grisanti è Arbace; Ubaldo Stefani è Glauco; l’allora famosissima Fernanda Negri Pouget è Nidia, una delle più acclamate attrici italiane del muto per il ruolo femminile più importante del film; Eugenia Tettoni Fior è invece Jone.

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IN ALTO: fotogrammi dal lungometraggio del 1913 uno dei maggiori successi internazionali del cinema muto italiano di inizio secolo

A cimentarsi di nuovo con il romanzo di Bulwer-Lytton nel 1926 è niente meno che Carmine Gallone, tra i più quotati registi del nostro cinema muto, in collaborazione con Amleto Palermi, per la Società Italiana Grandi Film. Gli interpreti in cartellone sono: Victor Varconi (Glauco), Rina De Liguoro (Jone), Maria Corda (Nidia), Bernhard Goetzke (Arbace).

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IN ALTO: cartoline pubblicitarie del film di Carmine Gallone, il padre del kolossal italiano, datato 1926

Nel 1935, con l’avvento del sonoro il titolo viene riproposto dagli americani della RKO. The Last Days of Pompeii  però tesse una trama completamente rimaneggiata, dai contorni più spiccatamente cristianeggianti, e diversi rispetto al libro da cui è molto liberamente tratto, sono anche i personaggi che entrano in scena nel racconto. Diretto da Ernest B. Schoedsack e Merian C. Cooper, girato in California con pellicola in bianco e nero, è stato restaurato e riproposto in homevido in una discutibile versione a colori. Interpretato da Preston Foster (Marco), Basil Rathbone (Ponzio Pilato), David Holt e John Wood (rispettivamente, Flavio fanciullo e adulto), Dorothy Wilson (Clodia), il film segue le vicende del gladiatore Marco che si trova in Giudea al tempo della passione di Cristo, evento che scatenerà il proprio risveglio religioso. Qui prende sotto la propria ala protettrice un piccolo orfano, Flavio, portandolo con sé in Italia. Si troveranno a Pompei al tempo della tremenda eruzione e mentre la città viene distrutta e i suoi abitanti muoiono fra le rovine, immolerà se stesso per salvare Flavio e Clodia, la sua amata.

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IN ALTO: Gli ultimi giorni di Pompei della RKO del 1935

Passano 15 anni e i produttori europei sentono nuovamente l’esigenza di riportare sullo schermo il melodramma pompeiano di Lysia ed Elena (Glauco e Jone nel romanzo), la cieca Nidia e il sacerdote egizio Arbace, che si consuma alle pendici del Vesuvio. La coproduzione è italo-francese ed esce nel 1950, per la regia congiunta di Paolo Moffa e di Marcel L’Herbier, con Micheline Presle, George Marshall, Marcel Herrand e Arianna Benetti. La pellicola è in bianco e nero.

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IN ALTO: foto di scena, fotobusta e manifesti del film italo-francese del 1950 con la bellissima Micheline Presle. Il cartellone italiano è del fiorentino Luigi Martinati

Ancora qualche anno e nel 1959 l’ennesima edizione italiana di Gli ultimi giorni di Pompei, un soggetto che le case cinematografiche considerano di sicura presa sul pubblico. A interpretare Glauco troviamo Steve Reeves, beniamino delle platee di casa nostra che lo adora nei ruoli di genere, primo fra tutti quello di Ercole. Fernando Rey è Arbace, Barbara Carroll è Nidia mentre Christine Kauffman è Elena (personaggio che nell’originale era Jone). Le riprese – questa volta a colori, girate tra Roma e la Spagna – furono iniziate da Mario Bonnard e portate a termine da Sergio Leone. Erano gli anni in cui imperversava il peplum e il film è destinato agli amanti dell’epico-kolossal made in Cinecittà, tutto muscoli e cartapesta.

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IN ALTO: foto di scena e manifesti del film con Reeves e Christine Kauffman del 1959

Poiché con cadenza quasi ventennale c’è stata una riproposizione del romanzo, nel 1984 tocca alla RAI, in coproduzione con la Columbia Pictures, occuparsi di una versione serial per la TV per la regia di Peter Hunt. Girato in inglese a Pinewood, Londra, con Nicholas Clay (Glauco), Franco Nero (Arbace), Olivia Hussey (Jone), Linda Purl (Nidia) e la partecipazione straordinaria di Sir Laurence Olivier, The Last Days of Pompeii fu presentato quell’anno in anteprima al festival di Cannes per poi andare in onda solo negli Stati Uniti. Da noi fu infatti trasmesso ben 5 anni dopo, in 4 puntate nell’autunno del 1989 su Rai1.

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IN ALTO: foto di scena dal film-TV The Last Days of Pompeii del 1984 trasmesso in Italia nel 1989 (Gli ultimi giorni di Pompei, Rai1) con Nicholas Clay, Franco Nero, Olivia Hussey, Linda Purl e Laurence Olivier

Passa ancora qualche anno e nel 2007 la televisione italiana ci riprova con lo sceneggiato in due puntate Pompei per la regia di Giulio Base con Lorenzo Crespi ed Andrea Osvàrt, Francesco Pannofino, Giuliano Gemma e Maria Grazia Cucinotta. Girato negli studi di Hammamet in Tunisia e andato in onda in due serate nel marzo del 2007, è un adattamento di fantasia che nulla ha da spartire con il romanzo britannico ed è soltanto un intreccio ambientato all’ombra del Vesuvio e con l’angosciante incombenza di una catastrofe che sta per spazzare via tutto e tutti.

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IN ALTO: fotogrammi dal Pompei televisivo del 2007

L’argomento è ghiotto per gli sceneggiatori e nella sventurata città del Golfo di Napoli si ritorna nel 2014, stavolta di nuovo nelle sale cinematografiche. Gli effetti speciali di Pompeii sono stati ricreati digitalmente in 3D per la regia di Paul W. S. Anderson, appassionatissimo di storia romana, il quale negli studi canadesi di Toronto si è preparato con scrupolosa cura alla realizzazione del film. Anche in questo caso il romanzo di Edward Bulwer-Lytton è soltanto un vaghissimo pretesto per imbastire un plot a tema libero, con nuovi personaggi su cui – lo spettatore già lo sa – grava un ineluttabile destino di morte, che rende ogni passione, ogni emozione, ogni azione del tutto vane e senza futuro. Ne sono interpreti principali: Kit Harington, Emily Browning, Kiefer Sutherland.

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IN ALTO: Pompeii di P. Anderson, in uscita nel 2014, con K, Harington, E. Browning, K. Sutherland

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In copertina: Bacco, il serpente Agathodaimon e sullo sfondo il Vesuvio, affresco pompeiano dal larario della Casa del Centenario, Napoli, Museo Archeologico Nazionale

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L’appeal di Pompei e della sua apocalittica distruzione sulla fantasia popolare continua a rimanere intatto. Recentissima è la mostra allestita a Roma alle Scuderie del Quirinale, che ha offerto l’occasione per instaurare un parallelo fra la città campana e l’isola greca di Santorini che, millecinquecento anni prima, subì la stessa sorte. Sul manifesto dell’esposizione campeggia un Vesuvio in piena attività eruttiva quale fu dipinto da Turner nel primo Ottocento ed è interessante vederlo a confronto con la non meno celebre serigrafia pop di Andy Warhol del ciclo su tema datato 1985.

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