LE PAROLE DELL’ARCHITETTURA

Poeticamente abita l’uomo… è l’incipit di un saggio filosofico scritto da Martin Heidegger su una citazione di un verso dell’ultimo Hölderlin, che dà la possibilità al pensatore della Selva Nera di osservare come “…L’autentico coltivare-costruire accade in quanto vi sono dei poeti, uomini che prendono la misura per l’architettonico, per la disposizione strutturata dell’abitare[1].

Habitare per i latini è forma frequentativa di habere. Cioè abitare equivale, etimologicamente[2],  a possedere uno spazio. L’uomo che si serve dell’ambiente naturale (un anfratto, un tronco cavo, una grotta) come proprio riparo, abita il suo intorno, cioè se ne appropria, se ne impossessa. Abitare, dunque, sembrerebbe essere solo una delle primarie affermazioni dell’uomo finalizzate alla sua sopravvivenza fisica.

Ma habitare è anche affine ad habitus, cioè alla veste, all’aspetto esteriore, quindi alla forma. Il latino habitus trova il suo corrispondente greco in σχήμα (schema, disegno conformativo) che – in parallela analogia – deriva da  έχω (avere).

E lo stesso termine forma  è il presumibile adattamento di φόρημα, l’abito che, derivando da φέρω, indica “ciò che si porta”, il gestamen (da gero) e quindi il (ri)vestimento, l’abbigliamento inteso come “abbellimento”.

Forma è l’equivalente latino, forse addirittura una sua metatesi, del greco μορφή che indica l’aspetto nella sua esteriorità, nella sua manifestazione contingente. Sottili com’erano, gli Elleni usavano un altro termine per indicare la forma nella sua astrazione prototipica: είδος, reso dal latino con species.

In entrambi i termini la derivazione è da forme verbali legate al senso della vista (οράω – οίδα e speciospecto). Ma “vedere” è anche videri  cioè “sembrare”, “simulare”, essere simile ma non uguale; dunque apparire, perciò, non sempre – o non necessariamente – essere.  Tutto torna: il vocabolario, o meglio l’etimologia (con la propria specificità di essere veritiera) ci ha aiutato a smascherare il senso illusorio del visibile.

Non è infatti solo un caso che dalle medesime radici verbali – tanto in latino quanto in greco –  si ha come esito spectrum ed είδωλον: l’immagine fantasmatica, fittizia.

E’ un po’ lo stesso concetto che si ritrova nel velo di Maya di cui parla Schopenauer, che avvolge  e maschera di finzione la realtà del mondo.

L’uomo –  si è detto –   per il suo “abitare” ritaglia uno spazio e se ne impadronisce, materialmente o simbolicamente. Già quando una tribù o un clan  si riunisce in cerchio attorno ad un fuoco acceso, “circoscrive” e perimetra uno spazio, rendendolo funzionale al proprio uso e quindi abitabile.

Appare quasi superfluo ricordare che il latino templum (da τέμνω) è l’area sacra ritagliata (un rituale quasi sciamanico che spettava agli aruspici e ai sacerdoti)  rispetto al resto della città profana: proiezione terrestre del riquadro celeste tracciato nell’aria dalla bacchetta “magica” del rabdomante. Per limitarci al mondo romano ed alla sacralità del costruire, è doveroso ricordare (sia pure en passant) che il pontifex – con il suo ruolo esoterico a metà strada tra il fisico ed il metafisico – era il costruttore di ponti. Sapiente depositario dell’antica scientia che gli permette di progettare ponti  tra due sponde dirimpettaie di un fiume, il pontefice acquisisce con il tempo l’autorità di colui che mette in comunicazione le due opposte rive: del terreno e dell’ultraterreno, del sensibile e del sovrasensibile.

Con la forza poetica dell’immaginazione l’uomo ribattezza la terra, la trasmuta in habitat, ne libera l’energia che in essa è racchiusa. Non è stato Einstein ad intuire e formulare l’equazione che interseca, come in un alchemico scambio di flussi, energia, massa e movimento? 

L’architettura è la techne , il “saper fare” heideggeriano che rende possibile il passaggio dall’abitare all’abitare “poeticamente” (cioè con ποιήσις), al construire (= strutturare), vale a dire: pro-durre (portare fuori dal niente), realizzare (rendere res, materializzare qualcosa che prima non c’era) lo spazio di cui l’uomo ha bisogno.

Quando nelle grotte preistoriche ha suddiviso gli ambienti per settori, l’uomo delle origini ha messo in atto una più o meno consapevole  selezione dello spazio. Dunque ha elaborato uno spazio e ha fatto architettura, sia pure in nuce, sia pure potenziale.

La funzione, l’uso di questo spazio ne detta lo schema, i percorsi o la distribuzione interna. E si avranno così volumi da destinare al culto, alla vita pubblica o privata, al divertimento, al commercio, cioè all’insieme delle attività sociali e collettive di homo sapiens. La forma  e la tipologia hanno il compito di evidenziarne  con immediatezza i caratteri esteriori e quindi la destinazione d’uso (il tempio, il bouleuterion, la domus, il teatro, la loggia etc.). Sicché ciascuno di questi spazi differenti sarà diversificato, connotato ed identificato da una tipizzazione semplificata, manifesta ed annunciata anche da lontano (la cupola, il campanile, la torre civica etc.), così come un faro indica il porto ai naviganti.

Superata la fase meramente utilitaristica – subentra l’esigenza di rivestire la propria abitazione, cioè dotare la mera funzione di un valore aggiunto ma non superfluo: il decoro estetico, rivolto cioè all’appagamento dei sensi (visivi e tattili).

Decoro è ciò che decet, che rende “esteticamente conveniente”.

Il decoro è qualcosa di intrinseco alla forma stessa, una sua qualità specifica, perciò  è la forma in sé ad essere decorosa, tanto da risultare piacevole al fruitore.

Il malinteso nasce quando si confonde decoro  (la qualità estetica) con decorazione (una inutile sovrapposizione posticcia, questa sì superflua).

La decorazione architettonica, infatti,  è qualcosa in esubero, in sovrappiù rispetto alle necessità primarie della costruzione in sé. Qualcosa che nulla aggiunge alla caratterizzazione della stessa, con il solo scopo di “imbellettarla”, per accattivarsi il gradimento del passante, magari distratto.

Come reazione al dilagare di orpelli, stucchi, festoni, volute,  timpani e lesene, da cui sono segnate tutte quelle impigrite stagioni di sterilità creativa, tanto stanche da ricorrere al revival degli stili passati (il cui unico soffio di novità è stato quello di anteporre il prefisso “neo” ai vari: classicismi, goticismi, medievalismi etc.), il Novecento europeo ha voluto struccare le sue architetture, involgarite da quel pesante maquillage che era il decorativismo del secolo precedente. Gli architetti europei del XX secolo hanno reagito spogliando le loro strutture dalla inutilità delle sovrastrutture; riportando l’architettura alla sua essenzialità, all’essenzialità della forma, una forma che coincide con la funzione, messa in opera dalla capacità tecnica.

arch. Renato Santoro, Roma 2014

[1] Cfr. M. Heidegger, Vorträge und Aufsätze del 1957 (traduzione italiana in Saggi e discorsi, edizioni Mursia, Milano 2003, p. 136)

[2]  Ετυμον in greco è il significato intimo di una parola, perchè è  ετεός, verace. Se sappiamo ascoltarlo, il verbo (il linguaggio) ci dice la verità

sassi di matera

Matera, i “Sassi”

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