“CINEMATOGRAFARI” CHE DANZANO

Negli anni Cinquanta e Sessanta il “cinematografo” in Italia era una delle tante industrie trainanti dell’economia del dopoguerra, con base logistica e piattaforma di lancio a Roma, tra Cinecittà, gli stabilimenti De Paolis sulla Tiburtina e Dinocittà sulla Pontina. C’erano poi gli studi della Safa Palatino a Villa Celimontana (oggi mestamente televisivi, come del resto quelli storici di Cinecittà, dove il mitico Teatro 5, in cui aleggiano ancora i fantasmi di Cleopatra e Fellini, oggi è declassato a set del Grande fratello TV) e, ancora prima, quelli della Cines a via Veio, della Titanus alla Farneina o dei fratelli Scalera alla Circonvallazione Appia, che erano stati oscurati e portati alla dismessione dalla nascita di Cinecittà. Oggi la De Paolis è stata frazionata in locali occupati da Mc Donald’s, negozi, filiali di banca e capannoni per produzioni televisive; mentre gli studi De Laurentiis a Castel Romano sono diventati un parco divertimenti a tema.

VIA VEIO CINES

IN ALTO: stabilimenti cinematografici Cines a Via Veio (porta S. Giovanni), i più antichi di Roma, che negli anni ’30 divennero Cines-Pittaluga

Scalera xx

IN ALTO: stabilimenti cinematografici dei F.lli Scalera, nati nel 1938 alla Circonvallazione Appia

safa palatino

IN ALTO: La Safa Palatino a piazza SS. Giovanni e Paolo, nel cuore di Roma, attiva dagli anni ’30

cinecittà

IN ALTO: ingresso a Cinecittà, Roma, inaugurata nel 1937

Il disprezzo GodardIN ALTO: fotogramma dai titoli di testa del film Il disprezzo di Jean-Luc Godard del 1963. La scena è stata girata negli stabilimenti della Titanus alla Farnesina (già della Cines), prima della loro demolizione, avvenuta nel 1965 per fare posto a nuove abitazioni

In gergo romanesco chi lavorava nel cinema – ed era un esercito, da macchinisti a elettricisti, da comparse a figuranti, da falegnami a sarte, da disegnatori a segretari di produzione etc. visto che si producevano  più di 250 lungometraggi ogni anno – veniva comunemente detto “cinematografaro”, ma senza alcuna accezione negativa. Era questa moltitudine di “cinematografari” professionisti, e quindi tecnicamente qualificati, compresi i grandi sceneggiatori e gli altrettanto abili registi, a fare grande il cinema italiano di quegli anni.

1951 cinecittà

IN ALTO: comparsa in Vespa per i viali di Cinecittà nel 1951

dinocittà

IN ALTO: gli stabilimenti costruiti da Dino De Laurentiis a Castel Romano negli anni ’60 (Dinocittà), oggi trasformati in parco cinematografico

De Paolis incendio

IN ALTO: incendio nel 1971 agli Stabilimenti De Paolis sulla Tiburtina

Un’altra parola che pare caduta in disuso è “gavetta”.  Se oggi, dopo qualche passaggio in TV e una breve stagione di consenso di pubblico, il primo comico che assapora il successo può permettersi il lusso di sceneggiare, dirigere ed interpretare un film che a distanza di qualche settimana sparirà dalle sale senza lasciare traccia se non in un DVD da abbinare alla rivista di gossip edita dallo stesso produttore della pellicola, il confronto con il passato diventa sconsolante. Pubblico di bocca buona, è vero, c’era anche allora, come sempre c’è stato e sempre ci sarà. Ma vale la pena ricordare che i produttori degli anni ’50 rischiavano il proprio capitale in prima persona, non vi erano sovvenzioni statali e se è pur vero che per le amanti dei “cummenda”, allora come oggi, una particina nel film si trovava sempre,  è bene raccontare ai più giovani che le case di produzione avevano messo il veto ad Alberto Sordi perché non ritenuto “di cassetta”, poco gradito al pubblico e che Fellini dovette imporsi per averlo nel cast dei Vitelloni.

Se oggi c’è la platea televisiva a dettare le direzioni di gusto, nel secondo dopoguerra c’era il teatro d’avanspettacolo per gli attori che volevano farsi le ossa e fare la cosiddetta “gavetta”, mutuata dall’idioma militare. Fellini ha rievocato quella stagione in film come Amarcord o Roma e ne ha fatto un feroce ritratto, per la volgarità delle esibizioni, piene di doppi sensi e allusioni grevi, ma soprattutto per la spietatezza delle reazioni degli spettatori quando un numero non piaceva e volavano gatti morti all’indirizzo del malcapitato. Superare quelle prove voleva dire avere il viatico per il successo. Da quelle platee impietose e cannibalesche provenivano personaggi come Totò, Fabrizi, Anna Magnani. Per loro era stato come oltrepassare un rito iniziatico e conquistare la tempra per qualsiasi critica. Ma soprattutto li aveva forgiati come attori ed interpeti, che potevano passare con disinvoltura da Mastrocinque a Pasolini. da Mattoli a Visconti o Rossellini.

set visconti

IN ALTO: sul set di Bellissima (1951) con Luchino Visconti e Anna Magnani

In quel mondo di “cinematografari” avevano cittadinanza anche i grandi doppiatori pronti a prestare la splendida voce ai divi d’oltreoceano che sbancavano ai botteghini, quali Tina Lattanzi o Emilio Cigoli che per noi nostalgici hanno indissolubilmente legato i loro accenti ai volti di Greta Garbo o Greer Garson, di Clark Gable o Gary Cooper.

Ma in primo luogo a dare spessore al cinema italiano degli anni ’50, ’60 sino alla metà degli anni ’70, furono i “cinematografari” della sceneggiatura, che si riunivano e collaboravano alla stesura dei soggetti e dei dialoghi. Nomi di tutto rispetto, compresi quelli degli intellettuali che per arrotondare le entrate non disdegnavano le incursioni nel mondo della decima musa. Possono bastare solo alcuni nomi alla rinfusa, come quelli di Ennio Flaiano, Cesare Zavattini, Bernardino Zapponi, Suso Cecchi D’Amico, Tonino Guerra, Age e Scarpelli, tanto per evidenziare il gap fra i tempi che furono e la nostra deprimente attualità. Basti pensare che per un film come La grande bellezza (che ha avuto la ventura di essere premiato con un Oscar) più d’uno, senza pudore, ha forzato un accostamento alla Dolce vita di mezzo secolo fa.

All’interno della Ricotta pasoliniana in Ro.Go.Pa.G. (il film ad episodi del 1963 diretto da Rossellini, Godard, Pasolini, Gregoretti), quando l’intervistatore chiede ad Orson Welles un giudizio su Federico Fellini, il regista bolognese mette in bocca al “Genius” di Hollywood un responso sibillino: “Egli danza”.welles

IN ALTO: fotogramma da La ricotta di P.P. Pasolini con Orson Welles, episodio in Ro.Go.Pa.G. (1963)

Di primo acchito potrebbe sembrare una valutazione riduttiva, quasi una provocatoria allusione ad una superficiale leggerezza del Riminese, sicuramente sotto il profilo ideologico-politico-religioso. Ma conoscendo la vena poetica di Pasolini (che per inciso partecipò alla scrittura dei dialoghi di diversi film di Fellini) quella perentoria affermazione potrebbe anche celare il rimpianto per una innocenza dimenticata o magari il richiamo in codice alle stelle danzanti di nietzscheana memoria.

arch. Renato Santoro – Roma

4 Comments

  1. Buona sera, segnalo che gli ex studi De Paolis non sono doventati un centro commerciale , ma sono ancora studi cinematografici e televisivi denominati “Studios” (sito internet Studios international ).

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    1. Grazie per la segnalazione. Negli anni 70 quando frequentavo la De Paolis tutto il complesso era adibito a capannoni cinematografici. Oggi una parte è stata affittata a Mc Donald’s, ad una filiale di banca e ci sono anche i capannoni per studi televisivi. Per questo avevo sintetizzato centro commerciale, essendo venuto meno quello che era l’aspetto originario. Di conseguenza ho rettificato il testo
      Cordialmente R.S.

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