PIERO FILIPPONE DA CAPRI, SCENOGRAFO

Pur essendo nato a Napoli (dove aveva visto la luce il 20 novembre 1911), Piero Filippone era orgogliosissimo delle sue origini capresi. Grazie alle proprie amicizie partenopee conquistò la fiducia di Antonio De Curtis, alias Totò, che lo raccomandò come scenografo per decine e decine di suoi film, girati a Roma negli anni ’50. Troppo lungo elencarli tutti, si va da Fifa e arena (1948) a Totò Tarzan e Totò sceicco (1950); da Totò a colori e Totò e le donne (1952) a Il più comico spettacolo del mondo (1953); da Miseria e nobiltà e Il medico dei pazzi (1954) a Siamo uomini o caporali (1955).

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Aveva esordito poco più che ventenne con Il capello a tre punte di Mario Camerini del 1934;  e sempre con Camerini collaborò a La figlia del Capitano (1947) film con cui l’anno successivo si aggiudicherà il Nastro d’Argento per la migliore scenografia. Ne aveva vinto già uno nel 1946 – anno in cui il premio era stato istituito – grazie alle scene allestite per il film di Mario Soldati  Le miserie del signor Travet.

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Il cappello a tre punte (1934)

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Le miserie del signor Travet (1945)

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La figlia del Capitano (1947)

Lavorò a ritmo serrato per centinaia di film, fidato scenografo dei più prolifici registi italiani degli anni ‘40, ‘50 e ’60, da Mario Mattoli (con il quale firmò più di trenta pellicole) a Raffaello Matarazzo, da Nunzio Malasomma a Camillo Mastrocinque.

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P. Filippone: Il tenente Giorgio di R. Matarazzo (1952)

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P. Filippone: Le diciottenni di M. Mattoli (1955) 

Ma lo vollero anche autori del calibro di  Roberto Rossellini per film di spessore come Germania anno zero (1948) e Viaggio in Italia (1954); o del conterraneo Eduardo De Filippo con cui girò Napoli milionaria (1950), Filumena Marturano (1951), Ragazze da marito (1952).

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Nel film di ambientazione storica poteva dare sfogo al suo estro, sempre attento alla ricostruzione degli interni e alla scelta degli esterni, come in La storia del fornaretto di Venezia (1952) o Il paese dei campanelli (1954), trasposizione della celebre operetta. Particolarmente fastose le scene del film La Maja desnuda con Ava Gardner e Anthony Franciosa, del 1958, per la regia del tedesco Henry Koster, ricca coproduzione italo-franco-americana, che costituì per Filippone uno dei suoi lavori più impegnativi e meglio remunerati.

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In basso: fotogrammi da La Maja desnuda (1958) con Ava Gardner e Anthony Franciosa

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Del 1960 è il film di genere avventuroso Il conquistatore d’oriente con Gianna Maria Canale, in cui Piero Filippone rinnova i fasti della  tradizione scenografica italiana, con gran profusione di colonne e archi moreschi, tendaggi, scalinate, harem, sale del trono, boudoir esotici ricostruiti negli studi della De Laurentiis. Del 1961 è  A porte chiuse di Dino Risi con Anita Ekberg, film ambientato in un paesino greco di fantasia, ma in realtà girato a Maratea dove Filippone seppe scovare scorci e scenari evocativi dell’Egeo.

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Negli anni degli spaghetti-western collabora con Tonino Valerii in I giorni dell’ira (1967) interpretato da Giuliano Gemma e Lee Van Cleef; con Giulio Petroni in …E per tetto un cielo di stelle, protagonista Gemma,  e con Sergio Corbucci in Il mercenario, con Franco Nero (entrambi in sala nel 1968); con Duccio Tessari in Viva la muerte…tua (1971), anche questo interpretato da Nero. Uno dei suoi ultimi film girati in Italia è stato Anastasia mio fratello, uscito nel 1973, con Alberto Sordi e la regia di Stefano Vanzina, in trasferta oltreoceano a New York.

Negli anni ’90, ormai ottantenne, tornò negli Stati Uniti per lavorare ad una produzione televisiva italo-americana ad episodi, Le avventure di Lucky Luke, diretta e interpretata da Terence Hill, alias Mario Girotti. Le riprese furono effettuate a Santa Fé, nel Nuovo Messico dove Piero Filippone si trasferì definitivamente e dove morì, il primo gennaio 1998

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