IL GRUPPO TOSCANO E LA STAZIONE DI S. MARIA NOVELLA

Di tutte le arti “belle” l’architettura è quella meno individualista, quella che coinvolge ed invade collettivamente il contesto del suo esibirsi pubblicamente. Perciò, tanto più cala in sottotono l’individualità personalistica dell’architetto, tanto più emerge la valenza caratterizzante dell’architettura in sé. Il progettare di gruppo, che altrove può sembrare improponibile ma che in architettura accade con ricorrenza, riesce ad esaltare la priorità dell’oggetto architettonico, in considerazione del suo impatto urbano. Ed attenua il rischio della prevaricazione soggettivistica. Un poemetto, un dipinto, una sonata sono momenti creativi “da camera”, che interessano singolarmente, nell’intimità di uno spazio ritagliato; diversamente da un qualsivoglia edificio (sia esso una casa od un’opera pubblica) che ha l’incombenza e l’onere di “formare” di sé la coscienza estetica di una generazione, di una sterminata platea di fruitori, consapevoli o distratti passanti che siano.

Qui naturalmente non si parla della fase produttiva, quella che richiede la convergenza di muratori, decoratori, impiantisti etc. quale può corrispondere, ad esempio, in altre arti agli esecutori d’orchestra o agli aiutanti affreschisti. Siamo nella fase antecedente, quella a monte, quando il pro-getto (cioè il pre-vedere come sarà un brano di città dopo che l’idea fondante avrà preso corpo e sarà reificata)  è nella sua gestazione creativa e la responsabilità è molto più impegnativa.

Se dovessimo parlare in termini di “diritti d’autore” potremmo dire che questi ultimi appartengono alla comunità. Tant’è che degli esempi architettonici più emblematici, il più delle volte, se ne ignora l’artefice. In fondo la figura dell’architetto è un ruolo moderno della società e della cultura borghese. Origine dell’architettura – a voler parafrasare Heidegger – è l’architettura stessa, esito e punto di arrivo di un’antichissima sapientia collettiva.

Giovanni Michelucci, parlando della propria squadra di architetti e del progetto della Stazione ferroviaria di Santa Maria Novella a Firenze, confidò a Giovanni Papini: “I miei colleghi di gruppo desiderano far sapere che l’opera è stata svolta in collaborazione e senza alcun capo. In realtà così è avvenuto  e fino a tal punto che, per evitare che si pensasse ch’io avevo avuto una parte predominante nel gruppo, mi sono tirato indietro più che ho potuto”[1].

Il Gruppo Toscano e la stazione ferroviaria di Santa Maria Novella a Firenze

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Ed è proprio il loro progetto a risultare vincitore. Ma il cosiddetto Gruppo Toscano, se non capitanato, di sicuro coordinato da Giovanni Michelucci[2] e costituito (in ordine alfabetico) da Nello Baroni, Pier Niccolò Berardi, Italo Gamberini, Sarre Guarnieri e Leonardo Lusanna, deve passare sotto il giogo di pesanti critiche. Del resto la posta in gioco, la vetrina espositiva, è troppo importante.

La scadenza per la presentazione delle proposte era stata posticipata all’ultimo giorno di dicembre del 1932. I progetti pervenuti furono 105. La commissione esaminatrice[3], composta da illustri Accademici[4] si spaccò ben presto tra passatisti e futuristi-modernisti (Piacentini, Romanelli e Marinetti) i quali ultimi caldeggiavano la promozione del Gruppo Toscano, in vista della portata innovativa del progetto.

Per comprendere il tenore delle polemiche che ruotarono attorno al concorso basta rileggere la tagliente boutade di Ardengo Soffici il quale, pronunciandosi sul progetto di Michelucci e del Gruppo Toscano, ebbe a commentare: “i giornali si sono sbagliati, hanno pubblicato le fotografie della cassa d’imballaggio; il modello è dentro”[5].

Tutti i bozzetti ed i plastici vennero esposti in mostra a Palazzo Vecchio, con una affluenza di pubblico eccezionale. Del resto i fiorentini si sono sempre dimostrati particolarmente sensibili alle cose ed agli avvenimenti civici che riguardano la loro irripetibile città.

Si procedette per eliminazione, di spoglio in spoglio. Vennero indicati i quattro vincitori ex aequo del secondo premio [6] ed infine, il 14 marzo 1933, fu comunicato ufficialmente che il progetto aggiudicatario del primo premio era quello, pur  tanto osteggiato, del Gruppo Toscano.

Con sobrietà e modestia Giovanni Michelucci giustificò la vittoria del gruppo “perché si formò la convinzione, anche nei giudici del concorso, che questo progetto andava bene perché non era architettura”[7].

Un più  lungimirante Pagano poteva aggiungere: “Quando nel 1935 il progetto sarà realizzato e la salda squadratura in pietra forte chiuderà la piazza…quando si constaterà che la modernissima stazione farà onore a Firenze e all’Italia, allora si riderà del gracidare che s’è fatto per combatterla” [8]. Ma anche se quella di Giuseppe Pagano era una voce fra le più autorevoli nel panorama dell’architettura italiana, la sentenza che finalmente riuscì a acquietare del tutto ogni brontolio fu quella inappellabile del Duce in persona. Il capo del governo, ricevendo a Roma, il 10 giugno 1934,  i progettisti della nuova stazione di Firenze,  impresse il suo nihil obstat all’opera sottolineandone “il carattere non trasgressivo, anzi organico al Regime”[9].  A quel punto, non poteva non essere che  tutto un prono accodarsi di consensi.

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Mezzo secolo dopo Michelucci osservò acutamente che “se la Stazione di Firenze avesse rappresentato solo la vittoria di un nuovo stile sull’accademismo e sulla retorica fascista, oggi sarebbe un edificio vecchio e datato come quelle polemiche e quel regime da cui era nato”[10].  Questo sta a significare che, al contrario,  l’opera vive del suo vigore, della propria dynamis, di quella forza poetica intrinseca che la anima e la rigenera. Tanto che Wright, visitando la città nel 1951, definì la Stazione di Firenze “l’opera più organica nel panorama architettonico italiano” [11].

I risultati del concorso vennero ratificati dal ministro Costanzo Ciano nell’estate del 1933 e si diede il via ai lavori di costruzione che furono condotti con incessante speditezza tanto che, alla fine di maggio dell’anno successivo, lo stato di avanzamento era al 90 per cento [12]. Sicché il 30 ottobre 1935 fu possibile inaugurare, alla presenza delle massime autorità ministeriali e del Re, la nuovissima stazione fiorentina di Santa Maria Novella.

A differenza di altri terminal ferroviari, la stazione di Firenze è una infrastruttura di penetrazione, con uno sbarco che giunge al cuore della città antica. Ed è proprio con la grande architettura del prestigioso passato fiorentino che la facciata della Stazione deve confrontarsi. Ma l’artificio estetico, l’espediente creativo cui Michelucci & Colleghi hanno fatto ricorso è, paradossalmente,  quello della sfida per rinuncia alla sfida, vale a dire per opposti. Alla dirimpettaia chiesa medioevale di Santa Maria Novella, alla verticalità tutta trecentesca dell’abside ed allo slancio mistico del campanile che srotola la sua ombra sullo stesso piazzale, la nuova Stazione di Firenze risponde con una esibita, insistita orizzontalità. La competizione è giocata sul campo della dissonanza.  Come risposta alla leggerezza ed ai vuoti del gotico la nuova Stazione sfodera una superficie compatta e materica, un involucro murario fatto di pieni totali, in cui è percettibile l’eco di certe sperimentazioni degli olandesi Oud o Dudok.

La facciata della Stazione, estesa oltre cento metri, è un diaframma, un segno lungo e rimarcato che traccia un confine con tutte le funzioni pratiche infrastrutturali all’interno di essa; cioè l’utilitarismo dell’oggetto edilizio moderno da una parte e la città antica e bella, quasi un bene voluttuario, dall’altra.

Che la facciata disegnata dal Gruppo Toscano sia piuttosto una installazione scultorea fuori scala, un artificio scenografico anziché un semplice prospetto architettonico trova conferma nelle modalità costruttive adottate quale espediente tecnico. Lo scheletro portante della parete, infatti, è in calcestruzzo armato ed il tutto è stato rivestito con blocchi di pietra da taglio locale, la cosiddetta pietra dura, ancorati con l’utilizzo di oltre diecimila grappe di ferro. Dunque siamo i fronte ad un effetto voluto, ad una ricercatezza estetizzante e non ad una conseguenza necessitante e razionalistica. Cioè esattamente l’opposto di quello che a prima vista potrebbe apparire.

A tutto ciò si aggiunga il fulcro poetico e spiazzante di quel taglio verticale e asimmetrico costituito dalla vetrata, “una cascata vitrea”[13], che raccorda in prosecuzione verticale sulla facciata, il meraviglioso, luminosissimo soffitto trasparente dell’atrio/biglietteria e della galleria interna. Questo nucleo disassato  dell’intera facciata, costituisce il momento attorno a cui ruota l’invenzione formale d’insieme, così toscanamente sicura di sé e che minimamente soffre di inibizioni di fronte all’ingombrante presenza di tanto passato.

Molto attentamente studiato, da parte dei progettisti,  fu anche il tracciato dei percorsi e dei flussi deambulatori interni, con la definizione netta ed obbligata dei passaggi, delle uscite e della viabilità, ricorrendo alla differenziazione cromatica dei pavimenti, con l’alternanza di marmo bianco di Calacatta e rosso dell’Amiata ad indicare gli itinerari obbligati.  E qui esce fuori l’aspetto razionalistico dell’opera, accompagnato al gusto del particolare e alla raffinatezza del dettaglio. Che si ritrova nella grafica delle insegne in bronzo, nel profilo delle pensiline e dei sedili, degli orologi etc.

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La palazzina Reale

Lungo il fianco di via Valfonda, aggettante sull’allineamento del Fabbricato Viaggiatori,  il 30 ottobre 1935 assieme alla Stazione fu inaugurata – alla presenza di Vittorio Emanuele III e dal ministro Costanzo Ciano –  anche la palazzina Reale (oggi Presidenziale) che doveva servire alla sosta temporanea della corte. Si tratta di un corpo a pianta quadrata, con lato di 28 metri circa,  già previsto nel progetto iniziale complessivo per il Fabbricato Viaggiatori del 1932, elaborato dal Gruppo Toscano, ma successivamente totalmente rimaneggiato[14] e costruito nelle forme attuali. La firma apposta sotto il timbro del Gruppo Toscano è quella di Giovanni Michelucci, perciò si hanno concreti elementi, oltre quelli stilistici, di ritenere la predominanza della sua personalità nelle modifiche apportate. Anche se poi, a gennaio del 1935, a rappresentare il Gruppo presso la commissione esaminatrice, con il compito di  illustrarne le decorazioni furono Gamberini e Berardi.

A differenza della destabilizzante facciata della Stazione, qui siamo alla presenza di soluzioni decisamente più in linea con le tendenze del razionalismo italiano, per intenderci con quello più tranquillamente sposato dall’architettura di regime. Caratterizzato tuttavia da un purissimo disegno e da una adamantina chiarezza di forme, nello spirito di una rinascenza fiorentina rivisitata in chiave modernista[15], da Novecento italiano.  Il nitore geometrico che qui domina, la imparenta ad esiti coevi quali la Casa del Fascio del comasco Giuseppe Terragni, di certi prospetti del quartiere romano dell’EUR o all’algore metafisico degli scorci urbani di un de Chirico,  e che ritroviamo nell’Istituto di mineralogia, geologia e paleontologia dello stesso Giovanni Michelucci (sempre dello stesso biennio 1934/35)  nella Città universitaria di Roma.

PALAZZINA REALE

Alla semplificazione dei volumi e allo sfrondamento del disegno, fa da contraltare la pregevolezza e la profusione dei marmi[16] e l’eleganza dei dettagli decorativi plastici, con una fastosità di cui va comunque lodata la compostezza e la sobrietà dell’insieme.

arch. Renato Santoro, Roma

NOTE

[1] Da una lettera di Giovanni Michelucci a Papini del 1935, citata in M. Dezzi Bardeschi, Giovanni Michelucci. Il progetto continuo, ediz. Alinea, Firenze 1992, p. 26

[2] Nato a Pistoia il 1891 era il maggiore di età e qualcuno del collettivo si era laureato con lui, che dal 1928 al 1936 fu incaricato di Architettura degli interni, arredamento e decorazioni presso l’Istituto superiore di Architettura di Firenze. Muore, centenario ed instancabile, nel 1991

[3] Sotto la presidenza dell’ing. Cesare Oddone, un ex direttore delle Ferrovie.

[4] Gli architetti Marcello Piacentini, Cesare Bazzani   e Armando Brasini; lo scultore Romanelli; Filippo Tommaso Marinetti; Ugo Ojetti

[5] Riportato in G. Biondillo, op. cit. p. 14

[6] attribuito ai progetti dell’ing. B. Ferrati, del Mazzoni (una sorta di risarcimento morale), dell’ing. C. Pascoletti e dell’arch. E. Sottsass

[7] Citato in F. Borsi, Giovanni Michelucci, ediz. LEF, Firenze 1966

[8] G. Pagano, La nuova stazione di Firenze in “Casabella”n. 3, marzo 1933

[9] Mussolini ricevette, nella medesima occasione, anche il gruppo dei pianificatori urbanisti di Sabaudia ed il giudizio espresso va riferito, cumulativamente, ad entrambi i progetti. Così come riportato in A. Belluzzi, e C. Conforti, Giovanni Michelucci, catalogo delle opere, ediz. Electa, Milano 1986, p. 97

[10] L’osservazione è riportata in M. Dezzi Bardeschi, op. cit. ,p. 30.

[11] Commento riportato in G. Biondillo, op. cit., p. 13.

[12] Da un rapporto ministeriale del 31 maggio 1934, riportato in A. Belluzzi e C. Conforti, op. cit., cfr. nota 33 a p. 101)

[13] E’ Bruno Zevi ad usare questa perifrasi in Controstoria dell’architettura in Italia: Ottocento e Novecento, ediz. Newton Compton, Roma 1996

[14] I disegni in variante, con data del 31 marzo 1934, sono conservati nell’archivio dell’Ufficio lavori compartimentali delle Ferrovie di Stato

[15] Si confronti l’articolo di R. Pacini, La stazione di Firenze S. Maria Novella nel numero dell’aprile 1936 di “L’architettura”,  ove la Palazzina Reale è definita “la più interessante ed intelligente ripresa del lineare spirito fiorentino che si sia avuto dalla fine del Quattrocento in poi”

[16] Dal fior di pesco della Carnia, utilizzato per i prospetti, al serpentino verde delle Alpi  per i pavimenti della galleria di passaggio e del portico; dal marmo rosso di Levanto usato per pavimentare il vestibolo d’onore alle lastre di alabastro con cui è finestrato il salone reale

BIBLIOGRAFIA

A. Belluzzi, C. Conforti, Giovanni Michelucci, catalogo delle opere, ediz. Electa, Milano 1986

M. Dezzi Bardeschi, Giovanni Michelucci. Il progetto continuo, ediz. Alinea, Firenze 1992

G. Biondillo, Giovanni Michelucci, brani di città aperti a tutti, collana Universale di Architettura, ediz. Testo & Immagini, Torino 1999

B. Zevi, Controstoria dell’architettura in Italia: Ottocento e Novecento, ediz. Newton Compton, Roma 1996

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