UN’ARGENTINA DI GERMANIA A ROMA

C’è una piazza di Roma che la gente del luogo chiama da sempre familiarmente “l’Argentina”, su cui affaccia il prospetto dello storico teatro omonimo settecentesco. In realtà il toponimo completo del sito è Torre Argentina e può capitare che qualcuno si chieda cosa c’entri l’Argentina nel cuore della Città Eterna. Dubbio presto dissolto: l’origine del nome deriva da Argentoratum che è la dizione latina dell’alsaziana Strasburgo, città germanofona sul confine francese, a lungo contesa dal dirimpettaio prussiano.

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Stemma di Giovanni Burcardo alias Johannes Burckardt

Da Argentoratum venne a Roma nel XV secolo il vescovo Giovanni Burcardo, italianizzazione per Johannes Burckardt. Incaricato maestro delle cerimonie alla corte pontificia nel 1481 in pieno fervore rinascimentale, egli qui si fece costruire una dimora nel più elegante stile di secondo Quattrocento romano. Oggi questo edificio dal sobrio disegno architettonico è sede del museo teatrale del Burcardo (dal nome volgarizzato del suo proprietario originario) ed è stato inglobato in un fitto tessuto di abitazioni cresciutegli attorno. Anche la torre che da esso svettava, come d’uso nelle case urbane di sapore tardo medioevale, si è mimetizzata nella trama edilizia.

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Il complesso del Burcardo visto dall’alto

Fu dunque questa Torre “Argentina” (cioè la torre del Nostro prelato strasburghese ossia argentinensis) a dare il toponimo alla piazza; torre ormai nascosta alla vista dal teatro che gli è sorto davanti e dai palazzi che nel tempo gli sono spuntati a fianco. Vi si entra da via del Sudario, una stretta arteria che congiunge largo Argentina alla chiesa di S. Andrea della Valle. E’ però dal cortile interno che si riesce a cogliere (e ricostruire con l’ausilio dell’immaginazione) quale fosse l’antico impianto.

Qualcuno potrebbe essere indotto a credere, ma erroneamente, che a dare il nome al largo di Torre Argentina sia invece quella snella torretta medioevale che si erige su un lato degli scavi archeologici verso via delle Botteghe Oscure.

I ruderi circoscritti al centro del vasto piazzale sono il risultato di una campagna di sventramenti sul finire degli anni Venti del secolo scorso, quando il piccone di Mussolini (per dirla con Antonio Cederna) lavorò con alacre foga per portare alla luce le testimonianze della romanità, in nome della roboante retorica fascista, a scapito di quelle che erano le stratificazioni secolari della città. Qui, dove una volta c’erano la chiesa di S. Nicola a’ Cesarini, palazzo Sforza-Cesarini e tutto un giro di palazzetti della piccola nobiltà romana, ai nostri giorni campeggiano i resti mutili di templi di età repubblicana, la cosiddetta area sacra di largo Argentina, soffocati dal traffico automobilistico che gli romba attorno.

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L’area di Torre Argentina prima degli sventramenti

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Largo di Torre Argentina dopo gli sventramenti

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La torre del Papito, prima e dopo gli sventramenti

Al margine, sul versante meridionale, svetta la supersite torre del Papito o meglio dei Boccamazzi, con un portichetto falso antico che gli è stato ricostruito accanto per renderla meno nuda. Si tratta di una torre trecentesca costruita dai Papareschi, casato tardo medioevale romano, poi passata ai Boccamazzi, infine ai Cesarini. E’ detta popolarmente del Papito come deformazione del nome dei primitivi proprietari, i Papareschi appunto. Secondo una versione più fantasiosa, il Papito sarebbe l’antipapa Anacleto II dei Pierleoni (prima metà del XII secolo) soprannominato “il Papetto” a causa della sua bassa statura.

 

CASA E TORRE DEL BURCARDO

Giovanni Burcardo fu al servizio di papa Alessandro VI (1492-1503) ed è dunque ascrivibile all’ultima decade del XV secolo la realizzazione della sua casa romana, per i cui decori si servì di maestranze germaniche, forse attingendo alle stesse che aveva fatto venire a Roma per i riadattamenti della chiesa della nazione tedesca di S. Maria dell’Anima in vista del giubileo del 1500. Di questa confraternita si sa che egli entrò a far parte nel 1489 e che presto ne divenne prevosto. Sono questi i dati biografici – unitamente ai caratteri stilistici – che ci permettono di collocarne la datazione.

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Casa del Burcardo, via del Sudario

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Affaccio meridionale sul cortile

L’edificio va letto infatti come una sovrapposizione alla tipologia architettonica quattrocentesca romana – quale rintracciamo nella planimetria, nell’elemento turrito, nei prospetti, nei loggiati – di elementi d’importazione  tedesca propri dell’arte di intagliare la pietra degli scalpellini d’oltralpe. Emerge nelle cornici di porte e finestre, nei capitelli, nelle nervature dei profili, negli interni che evocano gli accenti gotici dell’Europa settentrionale.

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Casa del Burcardo, gli interni

Nel 1506 il Burcardo muore e l’immobile viene acquisito dal cardinal Cesarini e nel corso degli anni successivi la casa comincia a perdere il suo aspetto originario, quando era divisa in due corpi separati dal cortile interno (uno di rappresentanza verso il Sudario; l’altro di servizio verso via dei Barbieri, su cui si apriva l’arcone oggi murato). Nel Cinquecento i Cesarini collegarono le due porzioni con un porticato a piano terra, come racconta Francesco Albertini (ALBERTINI, p. 52), stando al quale il reverendo cardinal Giuliano “apud turrim argentina…porticum pulcherrimam cum columna preciosa construxit”. La successione di volumi via via aggiuntisi nel corso dei decenni a seguire ne snaturò la linearità compositiva; tanto che il loggiato interno esposto a mezzogiorno verso il cortile soleggiato, così piacevole per le meditative deambulazioni invernali, risulta bruscamente interrotto dagli ampliamenti che gli si sono addossati.

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Cortile interno, lato verso via dei Barbieri

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Prospetto, sezione e pianta del Petrignani (1933)

Svilita dalle superfetazioni, dalle manomissioni e dall’incuria, nei secoli successivi la casa finì con il deperire e con il perdere memoria sia del suo antico decoro sia del suo munifico costruttore, fino a che nel 1908  Domenico Gnoli riuscì con pazienti ricerche a ricostruirne storia ed eponimo, e a perorarne la riqualificazione. Fu l’architetto Antonio Petrignani, su iniziativa del Governatorato di Roma e della Società Italiana Autori Editori, a curarne nei primissimi anni Trenta il restauro, indulgendo alla ricostruzione stilistica. Si veda il ripristino delle finestre centinate e l’ornamento a graffito caratteristica del Quattrocento romano a riquadri geometrici.

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I graffiti del corpo di collegamento

Dal 1932 in questa sede veniva trasferita la cospicua biblioteca teatrale della SIAE e sempre qui si decise di impiantare il primo museo teatrale italiano.

Per motivi di sovraccarico e di sicurezza, museo e biblioteca furono consolidati a partire dal 1990, in modo da garantirne una perfetta agibilità e riorganizzare le sale espositive.

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A sinistra: l’incolonnamento di finestre che traccia l’antica torre

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La scala di accesso alla torre Argentina

Nel corso dei lavori al piano interrato fu individuato e liberato dalle sostruzioni l’accesso originario alla torre. Come si è detto, la Torre Argentina si è ormai confusa nella complessità dell’insieme ed è identificabile solo nell’allineamento delle strette finestrelle che affacciano a meridione, incolonnate a sinistra (per chi guarda dal cortile) della loggia al piano nobile.

arch. Renato Santoro – Roma, novembre 2015

 

BIBLIOGRAFIA

F. ALBERTINI, Opusculum de mirabilibus novae & veteris urbis Romae, Mazzocchi, Roma 1510

D. GNOLI, La Torre Argentina, in “Nuova Antologia”, 16 giugno 1908

A. PETRIGNANI, Il restauro del palazzetto del Burcardo, in “Capitolium”, aprile-maggio 1933

P. TOMEI, L’architettura a Roma nel Quattrocento, Multigrafica, Roma 1977

C. BRANCHINI, Il Burcardo. La biblioteca e la raccolta teatrale della S.I.A.E., SIAE, Roma 1979

A. CEDERNA, Mussolini urbanista, Laterza, Roma-Bari 1979

 

 

 

 

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