IL TURCO IN ITALIA: ATATÜRK E CANONICA

Parafrasando Rossini, è insolito ma sicuramente interessante osservare come un illuminato leader turco abbia trovato proprio in Italia, nel nostro Pietro Canonica –scultore tra i più stimati e corteggiati da regnanti e personalità del suo tempo, cui furono commissionati ritratti e monumenti di forte impatto celebrativo – l’artista che avrebbe lasciato traccia tangibile di questo acclamato “padre della patria”, in diverse località della Turchia, da Istanbul a Smirne e ad Ankara, a monito e ricordo presso il suo popolo.

Mustafa Kemal, detto appunto Atatürk (cioè padre dei Turchi), alla metà degli anni Venti del secolo scorso aveva già percorso la sua ascesa storica e politica, aveva definitivamente affossato il decrepito impero ottomano, deposto il sultano e proclamato la Repubblica, di cui si era riservato la presidenza. Nato a Salonicco, quando la città era ancora sotto la bandiera della mezza luna, il 19 maggio 1881, si era guadagnato medaglie e gloria con la prima guerra mondiale e nel conflitto greco-turco che ne seguì. Aveva quindi 42 anni ed era nel pieno della sua maturità militare quando nel 1923 fu acclamato capo dello stato turco.

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Mustafa Kemal (al centro nella foto) alla testa dei Giovani Turchi

ISMET E ATATURK 1920 C.

Kemal Atatürk e Ísmet Ínönü nel  1920

La sua appartenenza alla massoneria sembra ormai cosa certa. Sarebbe stato iniziato nella sua città natale e affiliato alla loggia Macedonia Risorta – Veritas n. 80 all’Oriente di Salonicco. La libera muratoria può essere dunque una chiave di lettura della sua visione internazionalista e della occidentalizzazione dei costumi, del progressismo liberale e dei suoi intenti riformisti, che vanno dall’emancipazione della donna alla latinizzazione dell’alfabeto, dalla secolarizzazione della società allo svecchiamento della polverosa burocrazia ottomana. Nel progetto di laicizzazione dello stato, la nuova costituzione fu modulata sulla falsariga del codice civile svizzero; fu abolito il concubinato coniugale, introdotto l’uso del cognome, all’europea, e fu bandito il fez. E per riallineare il baricentro della nuova repubblica la capitale fu portata ad Ankara. Recentemente il presidente turco Erdogan, che non può essere considerato un campione di democrazia, per conquistarsi le simpatie degli integralisti islamici, ha quasi voluto scalfire il consenso popolare di cui Atatürk ancora gode, tirando in gioco la sua morte per cirrosi epatica e lasciando intendere – da strenuo difensore della campagna religiosa contro l’alcol – che fu conseguenza di quella insana passione per la bottiglia. In realtà Kemal Atatürk, che era nato in una città multietnica come Salonicco, dove conviveva con cristiani ed ebrei, e che per formazione culturale e massonica non poteva non essere aperto a diversità e molteplicità, aveva lui stesso, candidamente o provocatoriamente, ammesso che era solito fare uso di bevande alcoliche; ne aveva tolto il divieto e, così facendo, si era attirato gli strali del conservatorismo religioso. Muore a 57 anni ad Istanbul il 10 novembre del 1938.

Tra le ombre che al contrario si addensano sulla personalità di Atatürk (che certo ad Erdogan non fa comodo evocare) c’è la proclamazione forzata del turco come unica e indiscutibile lingua nazionale, a scapito delle minoranze esistenti sullo sconfinato territorio anatolico, come quella curda e l’armena, di cui si voleva cancellare anche l’identità linguistico-culturale (quando non si trattò di vera e propria eliminazione fisica). Ma i Turchi sono ben lontani dal parlare di sterminio o genocidio, come invece reclamato dalla comunità internazionale.

Il suo successore alla presidenza della repubblica turca fu il fedelissimo e suo braccio destro Mustafa Ìsmet Ìnönü (1884-1973) da Izmir – presidente dal 1938 al 1950 – anche se nel Paese aleggiò il sospetto che fosse addirittura coinvolto nella morte di Kemal Atatürk, il quale sarebbe stato avvelenato, e che la cirrosi fu in realtà una diagnosi di comodo. Si sa, l’immaginario popolare è propenso rappresentarsi l’Oriente come una teatro di intrighi, perfidie e di complotti, come al tempo dei visir e dei pascià…

Ma torniamo al nostro Canonica, scelto per glorificare le gesta dell’eroe dei Dardanelli. Nato a Moncalieri in Piemonte il primo marzo del 1869, negli anni Venti si era trasferito nella Capitale, forte del suo successo non solo in Italia ma anche all’estero, in particolare in Russia, in Inghilterra, in America Latina, e pago dei riconoscimenti accademici. Da parte del Comune di Roma gli fu concessa, come omaggio onorifico a titolo di comodato gratuito, la cosiddetta “Fortezzuola”, un bell’edificio di fine Settecento in stile medievale all’interno di Villa borghese, che divenne sua residenza e atelier, assumendo però l’impegno di curarne il restauro a proprie spese. In cambio il Canonica fece donazione alla municipalità di tutta la sua collezione qui raccolta. Visse alla Fortezzuola con la seconda moglie e la figlia adottiva sino alla morte, avvenuta il giorno 8 giugno del 1859, dedicandosi incessantemente alla sua attività di scultore ma anche a quella di musicista, intrapresa con non qualche soddisfazione. Nel 1950 era stato nominato Senatore della Repubblica. In questo suo piccolo castello merlato alla ghibellina, fra pini mediterranei, oleandri e aranci selvatici, oggi è ospitato il Museo Canonica, casa-museo dove sono esposti i suoi bozzetti preparatori in gesso, i calchi – sia di piccole che di grandi dimensioni – quadri, disegni, scritti, libri e fotografie di viaggio.

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Lo studio del Canonica alla Fortezzuola di Villa Borghese

Classicista, venato da accenti romantici e simbolisti, sensibile alle suggestioni liberty nella ritrattistica femminile, tendenzialmente legato alla tradizione, rimase defilato rispetto alle innovazioni delle avanguardie del proprio tempo. Vezzeggiato e apprezzatissimo dalla committenza e dalle autorità, non lo fu altrettanto dalla critica militante che, pur apprezzandone il realismo e il magistero formale, lo liquidava come epigono di una cultura passatista ormai datata.

L’avere scelto, tra i soggetti delle sue monumentali composizioni scultoree, personaggi storicamente legati alla massoneria, come Simon Bolivar, l’argentino José Figueroa Alcorta o il citato Atatürk, forse è soltanto una coincidenza o forse casuale non è e lascia intravedere una simpatia dell’artista piemontese per una istituzione che nell’Italia savoiarda del primo Novecento poteva ancora esercitare il fascino alimentato dal patriottismo risorgimentale.

Sono diverse le opere eseguite da Pietro Canonica per la Turchia.

Al Museo Canonica sono conservati i busti in gesso di Kemal Atatürk (1926) e quello del suo braccio destro Ìsmet Ìnönü Pascià (1928 circa), matrici dei ritratti monumentali realizzati in Turchia. Gli incarichi assegnati al Nostro portarono Pietro Canonica a compiere diversi viaggi in quel Paese.

Del 1927 sono il monumento a Kemal Atatürk di piazza della Vittoria ad Ankara e l’altro equestre sempre nella capitale turca.

Del 1928 è il monumento alla neonata repubblica turca a piazza Taksim di Istanbul, con il gruppo celebrativo della battaglia del Sakariya.

Del 1932 è il monumento di Atatürk a cavallo, sul lungomare di Smirne, che commemora la presa della città alla fine della guerra greco-turca nel 1922, al contrario vissuta da prospettiva ellenica come una tragica catastrofica disfatta.

In quegli anni la popolarità del movimento dei Giovani Turchi e del loro leader Atatürk in Europa aveva raggiunto entusiastici consensi, al punto che in Italia Benito Mussolini, alla vigilia della marcia su Roma, lo assunse esplicitamente a modello, dichiarando che intendeva proporsi come il Mustafa Kemal di Milano. Anche Lenin, nell’opposta fazione, simpatizzava per il suo omologo anatolico e la stessa Russia Sovietica parteggiò per i turchi nella guerra greco-turca (1919-22). Solo pochi decenni prima, il languente impero della Sublime Porta era al suo tramonto e le potenze europee, Italia compresa, erano al suo capezzale per potersene spartire le spoglie. Nel 1911 Roma mosse guerra agli Ottomani e in poco tempo poté accaparrarsi la Libia e il Dodecaneso. Ora il Paese poteva costruirsi una propria identità e questo era grazie al figlio di un oscuro commerciante di legnami della Tessaglia. Il monumento di piazza Taksim di Pietro Canonica ne certifica l’apoteosi.

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Busto di Atatürk al Museo Canonica di Villa Borghese a Roma

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Museo Canonica: sulla mensola in alto il busto in gesso di Ísmet Ínönü Pascià per il monumento di Istanbul. In basso quello di Atatürk per Smirne

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Ankara, monumento al padre della patria, realizzato da Canonica nel 1927, in una foto d’epoca e come è oggi a piazza della Vittoria

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P. Canonica, Monumento equestre di Atatürk ad Ankara (1927)

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1928: i due prospetti del monumento celebrativo della neonata Repubblica Turca commissionato a Pietro Canonica, al centro di piazza Taksim a Istanbul nella stampa d’epoca

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centro Taksim

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Piazza Taksim a Istanbul, monumento alla Repubblica, oggi. Al centro del gruppo scultoreo dei padri fondatori Atatürk. Il primo in piedi sulla sinistra è il suo braccio destro Ínönü, che alla conferenza di Losanna era stato il negoziatore per conto della delegazione turca (si confronti il busto preparatorio in gesso al Museo Canonica)

canonica la donna velata

canonica la donna svelata

In alto sui laterali del monumento di piazza Taksim, Pietro Canonica ha voluto inserire questi medaglioni bronzei (in basso i due tondi in gesso conservati al Museo Canonica di Roma), simbolo dell’emancipazione della donna voluta dal nuovo corso di laicizzazione dello stato promosso da Atatürk

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TONDO SVELATO

Repubblica Turca museo Canonica

repubblica laterale

Il lato opposto a quello dei padri fondatori nel monumento di piazza Taksim rievoca la battaglia del Sakariya. In alto: gruppo plastico preparatorio del monumento alla Repubblica conservato nel Museo Canonica di Roma. In basso: quale si presenta oggi a Istanbul, Sul laterale è visibile il tondo della donna svelata

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In basso: Smirne/Izmir, il monumento equestre ad Ataturk realizzato da Canonica nel 1932

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Sul piedistallo il gruppo scultoreo celebrativo della presa di Smirne. In basso i calchi in gesso conservati al Museo Canonico di Roma di cui si apprezza l’impeto e la fluidità della linea che esalta la dinamicità dell’azione, la tensione e il pathos del gesto eroico

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Bozzetto di studio di Kemal Pascià per il monumento equestre di Smirne (Museo Canonica, Roma)

Pietro Canonica

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Foto giovanili di Pietro Canonica nel suo atelier e autoritratto eseguito ad olio su tavola nel 1956 in cui l’artista si ritrae come appariva all’età di trent’anni (conservato nella sua casa-museo)

BIBLIOGRAFIA

Per date e opere di Pietro Canonica si rimanda al recente La bellezza scolpita. Franca Florio nel ritratto di Pietro Canonica. Storie e restauro, a cura di B. M. Santese e C. Scicchitano, Gangemi Editore, Roma 2017

 

 

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