Kom Ombo/Omboi

Sulle rive del Nilo, a Kom Ombo – la greca Omboi – quasi a specchiarsi nelle acque del sacro fiume, svettano maestose le colonne e le rovine di un singolare tempio di età tolemaica. La sua singolarità consiste nel fatto che, diversamente da quanto accade altrove, questo santuario dedicato a due divinità, Sobek e Haroeris, è strutturato su questa duplicità; presenta cioè un doppio ingresso, un doppio asse longitudinale e infine, in due distinti sacelli in fondo al tempio, un doppio naòs.

Il nome egizio di questa antica città era Nubt, città dell’oro, perché sulla rotta delle vie carovaniere che portavano alle miniere della Nubia e del sud. L’esistenza di un’altra Nubt, individuata dagli scavi archeologici del Petrie, sul finire dell’Ottocento, in corrispondenza di Naqada, all’altezza di Qift (Koptòs), cioè a nord di Tebe, non deve generare confusione. Kom Ombo si trova a circa 40 chilometri a sud di Edfu ed altrettanti a nord di Assuan.

Il tempio fu innalzato da Tolomeo VI (metà del II sec. a.C.) e l’apporto degli eredi Lagidi prosegue da Tolomeo VII, che fa costruire la casa di nascita, sino a Tolomeo XII (metà del I sec. a.C.) con la sala ipostila. Augusto, e siamo già in epoca romana, aggiunge il portico del cortile. Lo stato di conservazione è tale che al primo impatto non si riesce a cogliere la sua reale conformazione. Ma gli scavi archeologici hanno permesso di ricostruire la sua planimetria effettiva e le restituzioni grafiche mettono in evidenza la particolarità dell’impianto, cioè la geminazione dei percorsi assiali e le due cappelle di culto: a sinistra quella di Haroeris, a destra quella di Sobek. Per il resto lo schema è quello tradizionale egizio, con pilone, cortile, vestibolo, corridoi perimetrali etc. però nella sua traduzione ellenica, in una più composta ed equilibrata disposizione d’insieme.

Sobek è il dio con il corpo umano e la testa di coccodrillo, di ambigua valenza: tanto benefica quanto malefica. Qui è venerato in forma trinitaria, associato ad Hathor e Khonsu. Haroeris è Horus il Vecchio, nel sua paradosso misterico: il figlio è più anziano del padre. La triade di Kom Ombo lo vede accanto alla “buona sorella” Tasenetnefret e al dio fanciullo Panebtaui.

La prossimità del fiume ha esposto il santuario alle inondazioni, all’erosione e ai depositi di limo, sicché nel corso dei secoli il pilone d’ingresso è lentamente franato e il tempio è stato ricoperto da metri di fango e così si mostrava al fotografo britannico Francis Frith nel 1856. Le colonne liberate dalla mota e riportate alla luce, sono del tipo composito, a fusto liscio e rigogliosi capitelli a campana, in cui l’acanto sembra sostituito con il loto ed il papiro – versione egizia dunque di uno stile corinzio rivisitato – intagliati in arenaria. Abbondante in tutto il Paese, è questa una pietra calda e dorata, come se le sue porosità avessero assorbito i raggi divini nell’ardente abbraccio di Ra.

Annessi ai complessi templari, come abbiamo visto a Dendera, venivano solitamente allestiti dei reparti per quei devoti infermi che imploravano l’intervento delle divinità, dei veri e propri sanatori. Assai noto e interessante è il rilievo inciso sulla parete perimetrale posteriore del tempio di Kom Ombo che mostra Traiano, imperatore di Roma tra il 98 e il 117 della nostra era, in posizione orante ai piedi di Imhotep, qui divinizzato come protettore della medicina, nell’atto di offrire l’armamentario chirurgico del mestiere: bisturi, cesoie, seghe, persino trapani.

Del mammisi, invece, non restano che scarni ruderi a sinistra del perduto pilone.

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ISOLA DI PHILAE

v. anche:

Re macedoni, imperatori romani, altari ai numi d’Egitto

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