Kalabsha/Talmis

I territori compresi tra la prima e seconda cateratta costituivano la regione cuscinetto tra l’Alto Egitto e i reami stranieri dell’Africa nilotica. Siamo già oltre frontiera, oltre cioè i distretti amministrati dai nomarchi, ma ancora sotto sovranità del faraone. Tra gli ultimi avamposti egiziani in questo estremo lembo nubiano, era l’antica città di Talmis, l’araba Kalabsha, localizzata a 60 chilometri circa a sud di Assuan – a metà strada nel distretto del Dodekaschoinos – a latitudini tropicali. La denominazione greca (e di conseguenza quella latina) è modulata su Tlms, il nome demotico della città.

Cleopatra VII organizzò per Giulio Cesare una crociera sul Nilo sino al più remoto meridione del suo regno, come racconta Svetonio1, e con il Thalamegos, il sontuoso panfilo a due piani dei Tolomei allestito per la regina ed i suoi ospiti romani, si spinse sin al di là delle rapide. Quell’aspro paesaggio di basalto ed acque tumultuose dovette impressionare non poco il nostro condottiero.

Le prime pietre del tempio in onore di Mandulis, divinità solare della Nubia, sembra siano state poste a Talmis per ordine degli ultimi Tolomei, a rifacimento e integrazione di una preesistente costruzione della dinastia meroitica2. E’ plausibile che anche la regina Cleopatra abbia dato impulso ai lavori3 che proseguirono sotto Ottaviano, allorché il triumviro conquistò l’Egitto ed, eliminato Antonio, divenne imperatore di Roma. Durante i recenti restauri, infatti, sono stati scoperti inserti murari di epoche disparate, a conferma che l’assetto romano d’insieme è solo l’esito conclusivo di fasi costruttive prolungatesi nel tempo. Una costante questa che ricorre in gran parte dei complessi sacri di queste antichissime terre.

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Si è già detto delle nefaste conseguenze che la costruzione della seconda alta diga di Assuan e la creazione del lago artificiale avrebbe avuto sull’ambiente di quella micro-regione. L’opera, voluta negli anni Sessanta del secolo scorso dall’indimenticato presidente Nasser, che a quel bacino formatosi ha legato il proprio nome, avrebbe causato l’innalzamento di livello del Nilo e le sue acque avrebbero sommerso le sponde che cingevano il letto naturale del fiume. Sarebbero andate irrimediabilmente perdute le preziose testimonianze architettoniche ed archeologiche disseminate lungo quelle rive. Il governo egiziano decise allora, sostenuto dai contributi internazionali (in particolare dalla Germania), di spostare quei resti monumentali su posizioni più elevate e al sicuro dai flutti dell’esondazione. Il tempio di Mandulis, altri tempietti, cappelle e padiglioni di diversa provenienza furono trasferiti su un isolotto subito a sud della grande diga, ribattezzato Nuova Kalabsha.

PHILAE

Facciata della sala ipostila del tempio di Mandulis

Su questa sorta di “oasi archeologica” hanno infatti trovato asilo, oltre al tempio di Talmis, smantellato in oltre 13 mila pezzi e qui ricomposto e consolidato con teutonica meticolosità: una cappella del dio Dedwen, proveniente anch’essa da Kalabsha; un chiosco di epoca romana che si trovava a Qertassi; edifici minori di età ramesside come il Per-Ptah (la “casa di Ptah”) traslocato da Gerf Hussein o un tempio rupestre da Beit el-Wali4, tutti siti archeologici localizzati ancora più a sud lungo il Nilo. Riconoscente per l’aiuto prestato, il governo della Repubblica Araba ha donato al museo di antichità egizie di Berlino il portale di ingresso al temenos di Mandulis.

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Portale del tempio di Mandulis donato all’ Ägyptische Museum di Berlino

Mandulis è un nume del sud, con corpo di uccello e testa umana, simile dunque al ba del defunto, affine teologicamente ad Horus e, per proprietà transitiva, all’Apollo dei greci. Collegato al culto di Iside e ai misteri osiriaci, questo dio è messo in relazione con i concetti simbolici di morte e rinascita, propri dei culti solari.

Il santuario misurava 170 cubiti di lunghezza per una larghezza di 50, cioè con le nostre unità di grandezza: m. 75,5 x 22 circa. Si sviluppa lungo l’asse est-ovest e segue il più tradizionale degli schemi templari: pilone, peristilio, pronao o sala ipostila (del tipo tolemaico sulla falsariga di Dendera o Kom Ombo), celle interne e abitacolo della divinità (dove i sacerdoti ne officiavano il culto), deambulatorio per le processioni di rito e muro perimetrale di mattoni crudi. L’impianto planimetrico si presenta comunque più raccolto, quasi semplificato, molto più vicino, cioè, alla scansione degli spazi e alla compostezza specifica del sentire architettonico greco-romano.

Proveniente dalla stessa località di Talmis, identificata presso Kalabsha, smantellata e rimontata a Nuova Kalabsha è la cappella di Dedwen, divinità originaria della Nubia associata ad Osiride cui era sacro l’incenso, che proprio da quelle regioni veniva importato, e come tale preposta alle cerimonie cultuali della resurrezione. Si tratta di scarni resti di un portico di epoca tarda che introduce ad un sacello ricostruito tra le rocce basaltiche del torrido paesaggio meridionale.

A pochi metri di distanza, sono state qui rialzate le colonne di un chiosco proveniente da Qertassi, che altrimenti si sarebbe inabissato nelle acque del Lago Nasser. Si tratta di un edicola rituale, sul genere del padiglione di Traiano a Philae, dove facevano stazione i cortei sacerdotali durante le processioni di culto. Le eleganti e snelle colonne, il modellato dei capitelli, le affinità con Philae, sono tutti elementi che convergono su una datazione di epoca romana. Il capitello hathorico lascia intendere che l’edicola era consacrata ad Iside e alla “Signora del sicomoro”, colei che di Horus era dimora (Hat-Hor).

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Chiosco proveniente da Qertassi, smantellato e rimontato a Nuova Kalabsha

Racconta Svetonio che le truppe romane al seguito di Cesare e dell’avvenente regina egiziana, dinanzi all’impeto delle cascate che rendevano rischioso proseguire la navigazione, sgomenti per la complessità delle manovre di risalita lungo il padre di tutti i fiumi, infiacchiti dalla calura, abbacinati da tanto sole, furono sul punto di ammutinarsi e convinsero il maturo amante a fare ritorno5. Dopo la seconda cateratta aveva inizio l’Africa nera, la remota inaccessibile Aethiopia; e sulle approssimative carte geografiche dei latini – che ancora poco interesse avevano a spingersi oltre quei confini – era sufficiente aggiungere la laconica scritta “Hic sunt leones” e tanto bastava per designare le frontiere invalicate del mondo allora conosciuto.

1 Cfr. Giulio Cesare, c. 52 in C. Svetonio Tranquillo, Le vite di dodici Cesari, Bologna 1964, vol. I, pp. 48 e 49

2 Per cultura di Meroë si intende la produzione, fortemente influenzata dall’arte egizia, che si sviluppò a partire dalla metà del VI sec. a.C. nella capitale del regno sudanese di Kush. Gli scavi in questa regione sono appannaggio delle missioni archeologiche tedesche del museo di Stato di Berlino

3 H.W. Müller, Architettura dell’antico Egitto in S. Lloyd, H.W. Müller, Architettura delle origini, op. cit., p. 180

4 Z. Hawass, The Island of Kalabsha, Cairo 2005

5 Svetonio, Caio Giulio Cesare, par. 52, op. cit., p. 49

v. anche:

Re macedoni, imperatori romani, altari ai numi d’Egitto

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