Isola di Philae

Il primo nomòs dell’Alto Egitto aveva come capoluogo Ibw, cioè il ”posto degli elefanti” – per le gibbosità del profilo e il grigio dei massi basaltici che ne ricordano i dorsi – ovvero l’isola Elefantina dei greci, antistante Syene (Assuan) nei pressi della prima cateratta, quasi sul Tropico del Cancro. Conserva vestigia di un antico tempio a Khnum di età ramesside, riadattato dai sovrani della XXX dinastia (i due Nectanebo), completato dai Lagidi (Tolomeo VI e VIII) nel II sec. a.C., con interventi in ordine sparso che si protraggono sino agli anni di Augusto.

1.jpg

Foto aerea della vecchia isola di Philae, prima metà del secolo scorso

Subito dopo è Philae, con il tempio di Iside costruito dai re macedoni su una suggestiva isola in mezzo al Nilo, dove il corso del fiume si fa tortuoso e vorticoso, tra rapide e rocciosi isolotti fluviali, in un paesaggio scenografico e pittoresco.

Philae è stata oggetto, negli anni Sessanta del secolo scorso, di un imponente e impegnativo intervento di salvataggio, nel piano di protezione organizzato dall’Unesco a difesa dei monumenti della Nubia, la regione più meridionale del Paese, al confine con il Sudan. Da Erodoto (Storie, L. II, 29) al geografo Claudio Tolomeo (Geografia, L. IV, 5) questo estremo lembo dell’Egitto a sud di Syene è chiamato Dodekaschoinos, cioè dodici schoinoi. Lo schoinos (in greco, alla lettera, “corda”) è unità agrimensoria locale equivalente a 60 stadi (Er., St. L. II, 6), sicché i territori nubiani sotto la corona egiziana si snodano per circa 130 chilometri.

La nuova e più grande diga che doveva essere costruita in quegli anni ad Assuan, per immagazzinare l’acqua del Nilo, così preziosa per l’economia dell’Egitto, avrebbe irrimediabilmente sommerso tutti i monumenti e le testimonianze archeologiche disseminati in quella provincia. Il consorzio culturale delle Nazioni Unite si mobilitò per raccogliere fondi, studiare e mettere in atto progetti, onerosi e complicati, per la salvaguardia dei siti più significativi. Oltre ai prestigiosi templi di Abu Simbel, i lavori avrebbero coinvolto l’isola di Philae, con lo smontaggio, pezzo per pezzo, dell’articolato complesso templare di età tolemaica e romana, e il rimontaggio in un luogo più elevato, su un isolotto a quota più alta, dove il Nilo non avrebbe potuto sommergere quelle preziose architetture di duemila anni fa. Già la prima diga di Assuan, costruita alla fine dell’Ottocento dagli inglesi, aveva avuto come risultato l’inconveniente che, durante i periodi in cui le chiuse lavoravano a regime, le esondazioni raggiungevano il tempio di Iside e per diversi mesi dell’anno, l’acqua invadeva l’isola, tanto da poter aggirarsi con le feluche sin tra le colonne del tempio, come certe fotografie d’epoca testimoniano.

Senza nome1

L’intervento fu eseguito da imprese e maestranze italiane, sotto la supervisione dell’architetto e archeologo Giovanni Joppolo, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso. Pazientemente e laboriosamente, occorsero tre anni per traslocare qualcosa come 40 mila blocchi di arenaria, sezionati e numerati, da Philae ad Agilkia, a mezzo chilometro di distanza; persino l’intorno ambientale, dalla vegetazione alle rocce granitiche, fu rimodellato in modo da ricreare le stesse condizioni dell’habitat originario. Oggi nessuno sospetterebbe che il tempio di Iside non sia sorto in quel posto così come lo si vede, all’interno dell’invaso fluviale creatosi tra le due dighe di Assuan (rispettivamente del 1898-1902 e del 1960-1970).

2.jpg

1: padiglione di Nectanebo I; 2: tempio di Arensnuphis; 3: dromos; 4: portico di Augusto; 5: tempio di Ptah; 6: primo pilone; 7: mammisi; 8: secondo pilone; 9: santuario di Iside; 10: chiosco di Traiano; 11: tempio di Hathor; 12: Attracco romano

Le prime pietre poste sull’isola di Philae, l’egizia P-āa-lek (cioè: isola di frontiera)1, risalgono a Nectanebo I (Nekhtnebef), sovrano della XXX ed ultima dinastia di stirpe egizia, ma il tempio di Iside nel suo assetto è di fondazione tolemaica. Anche i romani lasceranno loro tracce, di cui la più spettacolare è del tempo di Traiano. Sulle pareti di Philae sono stati incisi i geroglifici più vicini a noi nel tempo di cui si abbia testimonianza. Risalgono infatti al 394 d.C., regnante l’imperatore bizantino Teodosio, quando il culto della dea era ancora vivo, pur sotto assedio del cristianesimo. Sarà Giustiniano, con un editto del 550, a decretare la chiusura del santuario, trasformando il tempio in luogo di devozione a Santo Stefano protomartire. Le immagini della dea sul lato sinistro del secondo pilone sono state scalpellate; non è chiaro se si tratti di una damnatio memoriae del fanatismo iconoclasta della nuova religione (come suppone Serge Sauneron2) o se, al contrario, abbia un significato di valenza esoterica. Perché, infatti, risparmiare i profili incisi sulla parte orientale? Se fosse stato – come ipotizza John A. West3 – un rito messo in atto dagli stessi sacerdoti, ultimi e tenaci depositari del suo culto?

Con le rive occidentali rivestite di pietra, i piloni e le mura del tempio maggiore e dei tempietti circostanti che ne disegnano il profilo, l’isola (lunga qualche centinaio di metri) sembra piuttosto una nave che fluttua maestosa e tranquilla sulle acque del verde Nilo, con gli obelischi ormai crollati4 a simulare gli alberi svettanti di un veliero di granito.

PHILAE

PHILAE

Si approda all’isola di Agilkia su un banchina di attracco realizzata nella punta meridionale. Il primo edificio che si presenta al visitatore è il padiglione del faraone Nectanebo I ed è l’edificio più antico, risalente alla metà del IV sec. a.C.. Il tempietto periptero, caratterizzato da colonne a capitello hathorico sulla falsariga di quelle di Dendera, era una delle tappe processionali organizzate dal clero lungo tutta l’isola.

Da qui si passa al primo grande cortile (o dromos), fiancheggiato ai lati da due lunghi porticati. Quello occidentale, di oltre 90 metri ed alto 5, ritmato da 32 colonne i cui capitelli – a fasci di papiro, loto, palma, compositi – sono diversificati fra loro e nessuno è uguale all’altro, come avveniva nelle costruzioni più antiche. I nomi degli imperatori romani incisi nei cartigli ne denunciano la datazione post-tolemaica: come al solito, le costruzioni duravano decenni con continui apporti delle generazioni successive. Il colonnato antistante, incompiuto, conta 16 colonne e delimita il vasto piazzale sul lato orientale. Pur se divaricati fra loro, entrambi i porticati fanno da quinte e costruiscono lo scenografico cono prospettico convergente verso il maestoso ingresso del santuario. Ricordano le vie colonnate, caratteristiche dell’architettura ellenistica del Mediterraneo orientale. Questo secondo portico sul lato destro del piazzale fa da collegamento tra un ormai diruto tempio ad Arensnuphis, dedicato a questa divinità nubiana da Tolomeo IV Filopatore (fine del III sec. a.C.); ed una cappella ad Imhotep, voluta da Tolomeo V Epifane (inizio del II sec. a.C.) per il patrono della medicina, associato – come abbiamo visto a Kom Ombo – a Asklepios/Esculapio.

Il primo imponente pilone del tempio di Iside, fatto costruire da Tolomeo II Filadelfo e dal suo successore Tolomeo III Evergete (inizi del III sec. a.C.), ingloba un portale preesistente, voluto da Nectanebo. Nel glossario architettonico pilone è termine che deriva dal greco pylon, cioè portone d’ingresso. Questo di Philae, possente ma lineare nella sua solennità, a doppi torrioni rastremati, misura oltre 45 metri di larghezza ed è alto 18. Sul fianco destro gli si addossa un portale risalente al Filadelfo.

PHILAE

PHILAE

Il primo pilone

Attraversato il primo ingresso centrale si entra in una corte scoperta, il cui asse è leggermente ruotato rispetto a quello precedente, plausibilmente per adattarsi all’andamento del terreno. Su questo cortile affaccia, sulla sinistra, il fianco di un mammisi, cioè – come si è più volte ricordato – la casa di nascita del divino fanciullo Horus, cui presiede Hathor. Siamo ai tempi di Tolomeo VII e VIII (metà del II sec. a.C.) e la graziosa costruzione, che sul lato occidentale prospetta direttamente sul Nilo, è scandita dalle caratteristiche colonne hathoriche. Queste sono sormontate da una sorta di pulvino, un alto dado in pietra da taglio, interposto tra capitello fitoforme e architrave, con il benefico volto della dea dalle orecchie bovine, e decorato con il sistro, lo strumento caro ad Hathor, simbolo dell’armonia musicale. Al mammisi si accede da un passaggio aperto al centro della torre di sinistra del primo pilone.

PHILAE

Il mammisi

8.jpg

Il secondo pilone

Il cortile interno, di forma irregolare dovuta al disassamento, è delimitato sul lato est da un piccolo portico che scherma alcuni piccoli ambienti di servizio utilizzati dai sacerdoti. E’ qui che fu ritrovata la stele trilingue con il cartiglio di Augusto imperatore del 29 a.C.

Il secondo pilone è di minori dimensioni e misura 32 metri di larghezza, per un’altezza di 13 metri circa. Le sculture che ne decorano le pareti risalgono a Tolomeo XII Neo Dioniso (metà del I sec. a.C. circa) e, come si è accennato, furono cancellate durante il trapasso dal paganesimo al monoteismo cristiano.

Da qui si entra nel tempio vero e proprio, cioè alla sala ipostila, distribuita su 10 colonne alte 6 metri, al sacrario interno con il wabit e il naòs, e – attraverso una scala di collegamento – al terrazzo di copertura e alla cappella osiriaca, il tutto secondo il consueto schema penetrale. Qui a Philae, contrariamente alla tradizione che la vuole allineata su un unico asse longitudinale, la direttrice ha un andamento sghembo, spezzato. Rispetto ai templi storici dell’evo faraonico, proporzioni, dimensioni e scansioni dello spazio sono modulate sui ritmi armonici della grecità. Per dirla con vocabolario nietzscheano, il “dionisiaco” dell’intorno ambientale (grandioso e spettacolare, accidentato ed estremo), si coniuga con l’elemento “apollineo” della composizione (o meglio: compostezza) architettonica; dell’equilibrio delle forme.

11.jpg

Interno del tempio di Iside

PHILAE

Primo e secondo pilone, mammisi, sala ipostila, sacrario di Iside

Sparse nell’isola, tutt’intorno al tempio di Iside, altre costruzioni costituivano le varie tappe nelle processioni rituali in onore della dea. Come il chiosco di Traiano, di età romana, un elegante padiglione su colonne hathoriche (forse ipetrale, forse con una copertura in legno), che misura m. 20 x 15 per 16 metri di altezza e affaccia sulla sponda orientale. Poco oltre è il tempietto di Hathor risalente a Tolomeo VI, ove hanno lasciato tracce anche Tolomeo VIII che lo ha ampliato, e il romano Augusto.

9.jpg

Il chiosco di Traiano

Sul fianco nord di Agilkia è stata ricreata la stessa situazione dell’antica Philae e nei lavori di salvataggio degli anni Settanta del secolo scorso è stato ricostruito quel che restava di un molo d’attracco di epoca romana e un arco di ingresso all’isola, del tempo di Diocleziano (fine del III secolo d.C.), con i tre fornici tipici dell’architettura latina. Il sistema trilitico e rettilineo, tanto egizio quanto greco, viene a contatto con la curvilinearità di scuola romana. Assieme all’aquila imperiale, il sesto a tutto tondo fa la sua comparsa sulle rive del Nilo.

Sulla proda occidentale, all’altezza del secondo pilone del tempio di Iside, sono stati rinvenuti i resti della porta di Adriano (I metà del II sec. d.C.). Da qui partivano le imbarcazioni che portavano i cortei sacerdotali sino alle rive prospicienti.

Il toponimo di Philae, tanto in greco quanto in latino, era al plurale perché in realtà si trattava di due piccole isole fluviali dirimpettaie: la prima ospitava il santuario di Iside; l’altra era quella dove si riteneva fosse stato sepolto Osiride ed era detta Abaton, l’inaccessibile5.

PHILAE

L’isola di Philae inquadrata dalla dirimpettaia Bigeh, in un disegno di D. Roberts (1838-39)

Si tratta dell’isolotto di Biga (in arabo Bigeh), quale ci è stato tramandato in qualche disegno dell’Ottocento o nelle foto d’epoca scattate dagli avventurosi viaggiatori di fine secolo. Qui resistono tenacemente i ruderi di un tempio del periodo di Augusto, con due colonne a capitello floreale ed un arco centinato che sino a quarant’anni fa incorniciava il profilo del tempio di Iside. Ma, ora che il complesso è stato spostato più a nord, questi ruderi si affacciano su un cielo perennemente azzurro e sulle acque del Lago Nasser, che si è formato con la realizzazione della grande diga di Assuan, a sud della prima cateratta.

Per ricompensare missioni, imprese, associazioni e manovalanze italiane che con la loro opera hanno dato un enorme contributo alla difesa del patrimonio storico e artistico della Repubblica Araba d’Egitto, il governo del Cairo ha fatto dono al Museo Egizio di Torino di un tempietto rupestre provienente da Ellesija, nella regione nubiana. Smontato, imballato e spedito in Italia, è stato ricomposto nelle sale di quello che è il più qualificato museo europeo sulla cultura della terra dei faraoni.

NOTE

1 E.A. Wallis Budge, The Nile. Notes for Travellers in Egypt, London 1890, p. 238

2 S. Sauneron, H. Stierlin, Derniers temples d’Egypte: Edfou et Philae, Paris 1975

3 Il documentarista nordamericano fa parte di quel bizzarro circolo che è la contro-egittologia a sfondo misteriosofico e avanza la congettura della volontarietà nel preservare le figure di destra, allo scopo di mantenere viva la facoltà di rinascita della dea – essendo quello il fianco del sole che sorge, origine e motore primo della resurrezione – cfr. J. A. West, Egitto, Milano 1990, p. 425

4 Di questi uno fu rimosso dal Belzoni nel 1818 e portato in Inghilterra per conto del console Henry Salt, cfr. G.B. Belzoni, Viaggi in Egitto ed in Nubia, prima versione italiana, Milano 1825, pp. 216-218

5 G. Parthey, De Philis insula eiusque monumentis commentatio, Berlin 1830, pp. 73-74

A SEGUIRE:

KALABSHA/TALMIS

v. anche:

Re macedoni, imperatori romani, altari ai numi d’Egitto

1 Comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...