CERCHIO regista di genere

Fernando Cerchio è un regista noto ai frequentatori dei film italiani di genere in voga fra gli anni ’50 e ’60 perché il suo nome compare sui titoli di testa di un nutrito numero di pellicole, dal taglio più disparato. Lo troviamo infatti a dirigere film di cappa e spada, film mitologici e in costume, commedie di Totò, western all’italiana o film d’azione. Era dunque un mestierante del cinema, come ce ne erano tanti in quel periodo, quando si realizzavano centinaia di film ogni anno, da quelli d’autore che sono rimasti nei cuori dei cinefili e ancora vengono proiettati nelle sale d’essai,  a quelli destinati alle sale di seconda visione, rivolti ad un pubblico non troppo esigente e cercava solo due ore di svago.

cerchio

L’annuario delle pellicole approvate dall’ufficio della direzione generale dello spettacolo conta, per il 1950, 104 film di produzione italiana, saliti a 133 nel 1955, a 168 nel 1960. Saranno ben 315 nel 1964 (La storia del cinema, Vallardi, Milano 1966, vol. I, p. 84). Senza contare, dunque, le produzioni straniere in uscita in Italia, tra le quali gli Stati Uniti fanno la parte del leone con altre centinaia di titoli.

Nato a Luserna S. Giovanni (in provincia di Torino) il 14 agosto 1914, dopo avere frequentato la Scuola di Belle Arti nel 1939 lo troviamo frequentante il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, iscritto al corso di regia. Alla metà degli anni ‘30 – ricordiamolo, sono gli anni della romanissima e tronfia Italia di Benito Mussolini – come tanti altri studenti italiani Cerchio partecipa ai Littoriali, manifestazioni artistico-culturali o sportive organizzate dal Partito Nazionale Fascista e promosse dal Ministero della Cultura Popolare (il cosiddetto Minculpop), destinate ai Gruppi Universitari Fascisti (i GUF). I vincitori portavano a casa un distintivo in oro con la M in omaggio al duce. Fernando Cerchio partecipò a ben quattro edizioni, una per ogni anno accademico.

Nel 1938 aveva cominciato a lavorare al montaggio presso l’Istituto LUCE che qualche anno dopo gli commissiona anche dei documentari. Della sua attività di documentarista restano pellicole di corto e medio metraggio come Carbonia (1940); La fontana di Trevi e Ali fasciste del 1941; Ritorno al Vittoriale e Comacchio del 1942, quest’ultimo presentato alla Mostra della rivoluzione fascista di quell’anno. Intanto cura il montaggio del film di Vergano e Blasetti Quelli della montagna,uscito nel 1943, ed ha l’occasione di avvicinare i nomi giusti per farsi strada nell’ambiente. Il suo primo lungometraggio ha come titolo La buona fortuna girato nel 1943-44, con Maurizio D’Ancora e Anna Bianchi. In prima uscita a Torino e Milano nella primavera del 1945, all’epoca qualcuno lo accostò, con magnanima benevolenza, all’Ossessione di Visconti.

comacchio.jpg

Fotogramma dal documentario Comacchio (1941)

Intanto le sue simpatie al regime lo avevano portato al nord, dove la gente di cinema – che nella Roma occupata e bombardata non aveva più possibilità di lavorare in vista delle obiettive difficoltà logistiche e politiche – era approdata a Venezia al seguito delle camicie nere di Salò. Là erano migrate la Scalera Film e la Cines, la coppia Valenti-Ferida (destinata a pagare a caro prezzo la loro fede politica).

Finita la guerra il Paese ha voglia di tornare alla normalità provando a rimuovere dalla propria memoria collettiva quanto successo nel Ventennio, nel tentativo di cancellarne i risvolti negativi e gli anni duri della guerra.

Fernando Cerchio, intenzionato a scendere dal carro dei perdenti, nell’anno della Liberazione dell’Italia del nord dal nazi-fascismo gira a Torino un film-documentario che strizza l’occhio alla Resistenza piemontese. E’ il 1945 e si tratta di Aldo dice 26×1 diretto in tandem con Carlo Borghesio, il cui titolo è mutuato dal telegramma in codice dettato agli insurrezionisti per i quali la parola d’ordine era: “26 aprile all’una” per indicare data e ora d’inizio della rivolta. E’ un medio metraggio che circolerà nei circuiti alternativi dell’A.N.P.I. e dei circoli politici proletari.

E’ sempre a Torino che Fernando Cerchio firma il suo primo film come regista nel 1948. E’ la trasposizione cinematografica di  Cenerentola, basata sull’opera lirica di Rossini, con Lori Randi e Gino Del Signore. L’anno successivo esce Gente così, sceneggiato con Guareschi, interpretato da Adriano Rimoldi e Vivi Gioi.

Negli anni ’50 l’attività procede con un film dopo l’altro, anche più d’uno all’anno: del 1951 è Il bivio (con Raf Vallone); del 1952 sono Il figlio di Lagardère (con Rossano Brazzi e Milly Vitale, ancora girato nel capoluogo piemontese come già era stato per Cenerentola e per Il bivio) e – tornato nella Capitale – Il bandolero stanco (con Rascel e Lauretta Masiero); del 1953: Lulù (con Valentina Cortese, Jacques Sernas e Mastroianni) e Addio mia bella signora (con Gino Cervi e Alba Arnova); del 1954 è Il visconte di Bragelonne, dal romanzo di Dumas, una coproduzione italo-francese girata a Boulogne; del 1957 I misteri di Parigi (con Lorella De Luca); del 1958 La Venere di Cheronea (con Belinda Lee) ove, seppur non appaia in cartellone, collabora con Victor Tourjansky e Giorgio Rivalta (alias l’amico Giorgio Venturini degli anni torinesi alla FERT); del 1959 Giuditta e Oloferne (con Massimo Girotti e Isabelle Corey). Nel 1960 esce Il sepolcro dei re (con Debra Paget ed Ettore Manni) e l’anno successivo è la volta di Nefertite regina del Nilo (con Jeanne Crain e Edmund Purdom). Dirige Antonio De Curtis in Totò contro Maciste (1961), Totò e Cleopatra (1963, con Magalì Noel), Totò contro il Pirata Nero (1964). Nel 1962 escono due film d’avventura come Lo sceicco rosso e Col ferro e col fuoco (di nuovo con l’americana Jeanne Crain); e quando prende piede il filone detto degli spaghetti-western si cimenta con Per un dollaro di gloria (1966). Direttamente dal mondo del fumetto made in Italy filma la trasposizione cinematografica di Il marchio di Kriminal, datato 1967. In quello stesso anno esce Segretissimo, sulla scia del successo arriso ai film di spionaggio inaugurati dalla fortunata saga dello 007 di Fleming. E’ la sua ultima pellicola. Nel 1970 gira il documentario L’Urbe, affiancato dal figlio Carlo Alberto Cerchio, direttore della fotografia, dove ripercorre per grandi linee l’architettura monumentale finto-antica nel periodo fra le due guerre.

Le recensioni che si apprestava a leggere all’uscita dei suoi film non gli riservavano certo commenti lusinghieri, perché talora si trattava di film dall’impianto narrativo ingenuo, con sceneggiature sommarie e girati con pochi mezzi finanziari. Il giudizio critico ricorrente sulla sua regia ne sottolineava debolezza e discontinuità, malgrado la sua formazione professionale fosse stata di tutto rispetto. A questo si aggiunga che certo non gli giovava il suo passato di simpatizzante della vecchia destra, in un ambiente come quello dell’intellighentsia cinematografica che tutto sommato rifletteva l’orientamento a sinistra dell’Italia del dopoguerra e degli anni del boom. Pertanto, il più delle volte Cerchio veniva sbrigativamente liquidato come onesto artigiano della macchina da presa. In fondo faceva parte di quella grande famiglia che a Roma veniva detta “di cinematografari”, senza per questo avere un’accezione propriamente negativa; in gergo colloquiale capitolino il termine stava ad indicare tout-court la variopinta, “caciarona” gente di cinema, il popolo multiforme della Cinecittà che fu.

Cerchio muore a Mentana (Roma) il 19 agosto 1974 dopo avere appena compiuto il sessantesimo anno d’età.

cenerentola

gente così

gente così

bivio

il bivio

lagardere

brazzi lagardere

bandolero stanco

bandolero

 

lulù

bragelonne

addio mia bella signora

misteri

venere cheronea lee

poster giuditta e oloferne

giuditta e oloferne

debra paget sepolcro

sepolcro

nefertite-1961

nefertite-regina-del-nilo1

totò maciste

cleopatra

totò e cleopatra

pirata nero

sceicco rosso

col ferro col fuoco

dollaro gloria

locandina dollaro

kriminal

marchio di kriminal

segretissimo

segretissimo

docu

Titoli di testa del documentario L’Urbe (1970)

In basso: Ettore Manni e Corrado Pani in Il sepolcro dei Re, regia di FernanCerchio (1960)

ettore-manni-e-corrado-pani

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sulla stessa traccia si rimanda ai seguenti articoli:

IL CINEMA ANNI CINQUANTA DI GIORGIO W. CHILI

IL NILO LAMBISCE ROMA 

FERMO IMMAGINE. CARTELLONISTI DEL CINEMA ITALIANO NEGLI ANNI SESSANTA

CINEMATOGRAFARI CHE DANZANO

VITE PARALLELE: SYLVIA LOPEZ – BELINDA LEE

FRANCO LOLLI UN INGEGNERE SCENOGRAFO A CINECITTA’

COSTUMI DI MARIA DE MATTEIS

 

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...