Le 7 signore dell’arte

Il campo della storia critica dell’arte – così come altri ambiti accademici storico-letterario-umanistici – era per tradizione consolidato territorio del genere maschile: dai Venturi padre e figlio a Longhi, da Brandi ad Argan, da Dorfles a Crispolti e tantissimi altri. Ma nel Novecento, grazie al loro accesso alle università, ai salotti culturali, al collezionismo, alle gallerie, all’insegnamento cattedratico,  irrompono sulla scena le donne e per l’arte italiana prende corpo una vera e propria schiera di eminenti, autorevoli rappresentanti di settore, le signore dell’arte. Sono donne che hanno lasciato una impronta decisiva in forza della loro autorevolezza; del fiuto nel riconoscere gli artisti della contemporaneità; della bella scrittura; in una parola: delle proprie capacità professionali in nulla inferiori a quelle dei colleghi maschi. Per questo doppiamente apprezzate, perché hanno dovuto vincere resistenze e pregiudizi sessisti e di categoria. E’ grazie a loro, grazie a queste pioniere in avanscoperta che oggi la situazione si sia di fatto ribaltata e che nell’ambiente le donne siano numericamente in parità, quando non in vantaggio sulla rappresentanza dell’altro sesso.

Ne sono state scelte emblematicamente sette, in ossequio alla archetipica, scaramantica valenza di questo numero, selezionate nel panorama della prima metà del secolo scorso, convinti che il quadro possa tranquillamente e in breve tempo ampliato e raddoppiato. Sono nomi selezionati fra le più importanti e conosciute cultrici della materia, provenienti chi dai circoli milanesi, chi dal mondo del collezionismo, chi dal mecenatismo aristocratico, chi dalla critica operativa. I maggiori artisti del tempo hanno testimoniato il proprio omaggio al loro fascino e alla loro competenza ritraendole nei propri quadri, creando così una ideale pinacoteca a tema: ritratti tutti al femminile, nel nome dell’arte italiana del Novecento.

 

sarfatti

Margherita Sarfatti nasce Grassini a Venezia l’8 aprile 1880. Di religione ebraica, veniva da una facoltosa e rinomata famiglia veneziana e diciottenne sposa l’avvocato Cesare Sarfatti, di cui acquisì il cognome, con il quale da allora firmò tutta la sua produzione editoriale. Agli inizi del nuovo secolo si trasferiscono a Milano ed entrambi socialisti sono membri attivi del partito. Lei scriverà d’arte sugli inserti domenicali dell’Avanti!  e nel capoluogo lombardo conoscerà Mussolini, con il quale intreccia una relazione sentimentale; un legame destinato a durare decenni. Testimonianza di questa sua devozione nei confronti del potente amante è la biografia  The Life of Benito Mussolini da lei pubblicata in Inghilterra nel 1924 (nell’anno in cui divenne vedova di Sarfatti) e tradotta con l’anno successivo nel nostro Paese, con l’altisonante e reverenziale titolo Dux. Il nuovo orientamento politico, la protezione di Mussolini e delle gerarchie fasciste furono determinanti nel suo crescente, inarrestabile successo personale. Negli anni tra le due guerre si deve proprio a Margherita Sarfatti la nascita del movimento figurativo di stampo prettamente nazionale connotato dal “ritorno all’ordine” che va sotto il nome di Novecento Italiano. Attorno a questa donna non particolarmente bella ma dotata di forte personalità si riuniscono artisti come Dudreville, Funi, Malerba, Oppi, Sironi. Presto si accodarono altri pittori dell’ambiente romano come Ceracchini, Socrate, Trombadori, salvo poi prenderne le distanze quando la caratterizzazione politica divenne troppo smaccatamente palese e compromettente.

Tutto però finì bruscamente quando le leggi razziali emanate nel 1938 la costrinsero ad espatriare con la famiglia, dapprima in Francia poi in America Latina. Fece ritorno in Italia a guerra finita, nel 1947 e si ritirò sul lago di Como dove si dedicò alla scrittura, alla revisione dei suoi lavori e dove morì a Cavallasca il 30 ottobre 1961.  Il suo archivio personale è conservato al MART, Museo di Arte Moderna e Contemporanea, di Rovereto (Trento).

Bibliografia: Da Boccioni a Sironi. Il mondo di Margherita Sarfatti, a cura di Elena Pontiggia, Carte di Artisti, Abscondita, Milano 2002

sironi sarfatti 16-17

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mario Sironi, Ritratto a tempera su carta di Margherita Sarfatti, 1916-17, coll. Peggy Guggenheim, Venezia

Funi Sarfatti 1920Achille Funi, Ritratto di Margherita Sarfatti, 1920, collezione privata, Bergamo

Socrate Sarfatti 1929

 

 

 

 

 

 

 

 

Carlo Socrate, Ritratto di Margherita Sarfatti e della figlia Fiammetta, 1929, collezione privata, Torino

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Massimo Campigli, Ritratto di Fiammetta Sarfatti, 1928 

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Adolfo Wildt, Margherita Sarfatti, 1930, coll. privata

 

Mimì Pecci Blunt

La contessa Anna Laetitia Pecci Blunt, agli amici nota familiarmente come Mimì,  nasce a Roma nel 1885. Alla fine del primo conflitto mondiale si trasferisce a Parigi dove frequenta Braque e Cocteau e sposa il banchiere ebreo americano Cecil Blunt (anglicizzazione di Blumenthal) da cui assunse il cognome. Tra gli invitati al loro salotto: Dalì, Foujita, Paul Valery, Claudel. Nel 1929 fa ritorno a Roma dove il marito acquista Palazzo Ruspoli-Malatesta ai piedi dell’Ara Coeli, che diventerà un punto nodale nella vita culturale e artistica della Capitale e centrale è il ruolo della contessa Mimì nella promozione dell’arte: dalla musica alla poesia, dal teatro alla pittura. Attorno alla Pecci Blunt ruotano personaggi del calibro di  Ungaretti, Moravia, Savinio, Bontempelli; pittori come Cagli, Scipione, Mafai, Janni, i pilastri della cosiddetta Scuola Romana. Nel 1935 apre la Galleria della Cometa, con ingresso dalla piazzetta della Tribuna di Tor de’ Specchi – dove ospiterà le esposizioni di quasi tutti gli artisti attivi a Roma in quegli anni (da Afro a Levi, da Donghi a Ziveri). Sino al 1938 quando, sfinita dalle ostilità riservatele dalla stampa locale a seguito delle leggi razziali, decide di trasferirsi a New York con il marito, dove avevano già aperto una succursale della loro galleria d’arte (the Comet Art Gallery). Il nome le era stato suggerito dalla cometa presente sullo stemma pontificio di Leone XIII cui la famiglia Pecci era imparentata. Ritornerà in Italia solo nel 1947. Anche nel dopoguerra non può venir meno a quella che è la sua passione per l’arte, che il  suo ingente patrimonio, unitamente al proprio gusto innato, alla propria apertura internazionalista, alle doti personali, le permette di coltivare con brillanti esiti da mecenate in gonnella. Tanto da venire insignita della Legion d’Honneur in Francia e  dalla medaglia d’oro per l’arte e la cultura dal Governo italiano. Muore a Marlia (Lucca) nel 1971.

Bibliografia: Una collezionista e mecenate romana: Anna Laetitia Pecci Blunt (1885-1971). Catalogo della mostra, a cura di L. Cavazzi, M. Quesada, Palazzo Braschi Roma 26 novembre 1991- 6 gennaio 1992, Edizione Carte Segrete, Roma 1991

cometaLa contessa Mimì Pecci Blunt all’ingresso della Galleria della Cometa, fra Mirko, Cagli, Sibilla Aleramo (a sinistra) e Moravia, Ungaretti, Libero De Libero (a destra)

foujita 23 Pecci Blunt

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foujita, Ritratto della famiglia Pecci-Blunt, Parigi 1923

Ziveri Blunt 1950Alberto Ziveri, Ritratto della contessa Mimì Pecci Blunt, 1950

 

coniugi de seta

La marchesa Maria Elia De Seta Pignatelli, figlia di un ammiraglio, nasce a Firenze il 24 marzo 1894 e nel 1919, un anno dopo essersi sposata con il marchese Giuseppe De Seta, prefetto di Palermo, si trasferisce in Calabria stabilendosi nella Sila tanto che il divino Gabriele, vittima del suo stesso dannunzianesimo, la ribattezzò “mea Domina Silana”. Nel sud Italia, fra Calabria e Sicilia, si adoperò attivamente per le arti e la cultura, promuovendo giovani emergenti come Renato Guttuso o Corrado Alvaro, stringendo amicizia con la storica dell’arte Emilia Zinzi, caldeggiando – grazie alle sue frequentazioni con i dirigenti politici locali – campagne di scavo archeologico nei siti calabresi. Riuscì così a guadagnarsi il titolo di ispettore onorario delle antichità della Magna Grecia. Rimasta vedova sposa in seconde nozze, nel 1942, il principe Valerio Pignatelli di Cerchiara.

I due, durante gli anni cruciali della guerra, furono coinvolti in attività di spionaggio a favore dei fascisti della Repubblica Sociale e si trasferiscono a Napoli, per frequentare esponenti della politica e della società locale, al fine di carpire loro informazioni riservate da trasmettere a Salò, nel nord Italia.

Nel dopoguerra la sua notorietà, offuscata dagli episodi oscuri della sua militanza di regime, andò scemando e trascorse gli ultimi anni dedicandosi ad attività sociali a favore dei detenuti politici o delle casalinghe; e alla scrittura letteraria. Suo figlio Vittorio De Seta intraprese la carriera di regista cinematografico.

Maria Elia muore a Nicastro (Lamezia Terme) 10 marzo 1968.

Bibliografia: Francesca Simmons Pomeroy, La torre della Marchesa, Cortonagrafica, Cortona 2016 – Brenner Editore, Cosenza 2018

severini de seta 1937

Gino Severini, Ritratto della marchesa De Seta, 1937, coll. privata

guttuso de seta 1937

 

 

 

 

 

 

 

Renato Guttuso, Ritratto della marchesa De Seta, 1937

 

bucarelli

Palma Bucarelli è nata a Roma il 16 marzo 1910Universalmente nota per la sua raffinata eleganza e per la sua algida bellezza, che le permettevano di sedurre e intimorire spasimanti e interlocutori, ha il merito di avere diretto per oltre trent’anni, dal 1942 al 1975, la Galleria Nazionale di Arte Moderna della Capitale. La sua conduzione ha contribuito a farne una istituzione avanzata, qualificata anche in campo internazionale, modernizzandola, avvicinandola alle tendenze artistiche più innovative, favorendo acquisti di opere d’arte contemporanea, aprendola ad esposizioni di artisti spesso discusse dai suoi detrattori. E’ grazie alla Bucarelli che la Galleria si arricchisce con i quadri degli Impressionisti francesi, di Van Gogh, dei Futuristi, di Picasso. Memorabili le polemiche per le sue mostre di Burri, di Pollock, di Piero Manzoni, delle Avanguardie del dopoguerra, di Fautrier, della Pop Art. Al punto di essere oggetto di interrogazioni parlamentari da parte delle tribune più conservatrici. De Chirico fu un suo feroce detrattore, perché l’accusava di privilegiare l’astrattismo di coloro che il Pictor Optimus considerava degli “imbrattatele”, a discapito del figurativismo. Ma a distanza di anni si può riconoscere che Palma Bucarelli fu una precorritrice, lungimirante e al passo con il proprio tempo.

Le furono accanto nella vita sentimentale uomini sempre più grandi di lei che seppero indirizzarla nella professione, sostenendola anche sotto il profilo critico, in virtù della loro esperienza e maturità: da Paolo Monelli, giornalista di lungo corso al quale fu legata per decenni, a Giulio Carlo Argan l’eminente storico dell’arte che fu anche sindaco di Roma.

A chi, in omaggio al suo fascino, accennava ad una sua somiglianza con Greta Garbo la Bucarelli rispondeva, con un misto di ironia e narcisismo, che magari poteva essere il contrario: era la Divina ad assomigliare a lei. Per la sua attività di promotrice di nuovi talenti è stata definita la Peggy Guggenheim italiana. Si è spenta a Roma il 25 luglio 1998.

Bibliografia: Rachele Ferrario, Regina di quadri. Vita e passioni di Palma Bucarelli, Mondadori, Milano 2010

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Giulio Turcato, Ritratto di Palma Bucarelli, 1944, coll. GNAM

Savinio bucarelli GNAM

 

 

 

 

 

 

Alberto Savinio, Ritratto di Palma Bucarelli, 1950c., coll. GNAM

de chirico bucarelli

Giorgio de Chirico, Palma Bucarelli, schizzo su taccuino, s.d.

mazzacurati bucarelli

 

 

 

 

 

 

 

Renato Marino Mazzacurati, Palma Bucarelli, 1952c., coll. GNAM

 

irene brin

Al secolo Maria Vittoria Rossi –  Irene Brin è lo pseudonimo per lei coniato da Leo Longanesi – nasce a Roma da famiglia ligure il 14 giugno 1911. E’ infatti nella regione da cui era originaria che trascorre le estati negli ultimi anni della sua vita. Dalla madre poliglotta, ebrea viennese, eredita la passione per le lingue, la letteratura e l’arte. Tanto che fu la comune venerazione per Marcel Proust che spinse Irene Brin a sposarsi con l’ufficiale Gaspero del Corso, da poco conosciuto nel 1937, pur consapevole del suo orientamento sessuale. Ad unirli era l’amore per l’arte, per la musica, per i viaggi. E’ in quel periodo che Longanesi offre a Irene la collaborazione alla rivista “Omnibus”.

Nel 1943 la coppia si trasferisce a Roma, ma l’andamento degli eventi bellici, con Gasparo del Corso disertore, li costringe ad una vita di clandestinità e di stenti economici; e la scrittrice è costretta a vendere le sue stampe di Picasso, Matisse, Morandi e le tele di Vespignani che proprio in quegli anni aveva conosciuto.

Nel dopoguerra la svolta: nel 1946 la coppia Gaspero e Maria del Corso affitta un locale in via Sistina, al civico 146, e qui aprono la galleria d’arte “L’obelisco” che diventa in breve tempo un polo di attrazione nel panorama culturale della Roma degli anni 50. Vi espongono praticamente tutti: da de Chirico al gruppo di Portonaccio, da Gentilini a Rauschenberg, da Emilio Greco a Calder.

Intanto Irene Brin continua la sua attività di giornalista, curando rubriche di posta femminile, firmandosi Contessa Clara per la “Settimana Incom”, conquistando una popolarità enorme.

Era una donna di grande eleganza e contribuì a diffondere la nascente moda italiana di sartoria – quella degli atelier romani di Fabiani, Lancetti, Gattinoni, delle sorelle Fontana – scrivendo anche per la nota rivista d’Oltreoceano “Harper’s Bazaar”. L’essere stata colpita da un male incurabile non pregiudicò la sua attività e i suoi viaggi assieme al marito; tant’è che di ritorno da Strasburgo dove si erano recati per una manifestazione artistica, stremata dal viaggio decise di fermarsi nella casa di famiglia a Bordighera (in provincia di Imperia) e qui muore il 31 maggio del 1969.

Bibliografia: Claudia Fusani, Mille Mariù. Vita di Irene Brin, Castelvecchi Editore, Roma 2012

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Bruno Caruso, Ritratto di Irene Brin per la copertina del suo libro, 1940

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Irene Brin con i suoi Morandi alla Galleria L’obelisco (1946)

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Massimo Campigli, Ritratto di Irene Brin, 1954, coll. privata

 

jeanne modigliani

Jeanne Modigliani è la figlia di Amedeo e Jeanne Hébuterne, nata a Nizza il 29 novembre 1918, nemmeno due anni prima della morte di entrambi i suoi infelici genitori. E’ noto che il pittore malato di meningite tubercolare, farneticante su un letto di ospedale, morì in una gelida giornata del gennaio parigino, pronunciando il suo desiderio di rivedere l’Italia. Aveva sempre espresso il desiderio che la figlia crescesse con i suoi e Jeanne, che era una bimbetta di 20 mesi, fu presa con sé dallo zio paterno Emanuele e portata a Livorno dalla nonna Eugenia Garsin, visto che gli Hébuterne, la famiglia materna, non volevano saperne della piccola orfana.A dispetto della vita bohemienne condotta da Modigliani a Parigi, la sua famiglia livornese era una dignitosissima e colta famiglia borghese, di religione ebraica, che aveva i mezzi economici più che sufficienti per prendersi cura della figlia di Amedeo.

Le foto di Jeanne sessantenne evidenziano una palese somiglianza con la madre di Modigliani se messe a confronto con una vecchia fotografia in bianco e nero che ritrae Jeanne bambina accanto all’austera nonna Eugenia. Lo stesso naso importante, gli zigomi pronunciati: ma dagli occhi traspare in Jeanne la dolcezza remissiva dell’Hébuterne.

Cresciuta in Toscana, nel mito romantico del padre mai conosciuto, Jeanne Modigliani – che per tutti diventa Giovanna – si iscrive a Pisa alla facoltà di Lettere laureandosi in storia dell’arte con una tesi su van Gogh. Da subito le sue predilezioni sono per l’arte moderna e contemporanea.

Si sposa in prime nozze con il giornalista italiano Mario Levi (nato nel 1905), anche lui ebreo come lo erano i Modigliani.

La promulgazione delle leggi razziali in Italia e la persecuzione contro i cittadini non ariani, costringono la ragazza a ripercorrere la strada del padre e a fare ritorno a Parigi. Quando anche la Francia fu occupata dai nazisti la donna si diede alla clandestinità della resistenza e fu incarcerata per motivi politici. Qui in quel periodo conobbe Valdemar Nechtschein, anch’egli “maquisard”, un partigiano cui si legò sentimentalmente. Entrambi erano sposati ma dopo la guerra e dopo i rispettivi divorzi poterono legalizzare la loro unione (dalla quale nacquero due figlie). Il matrimonio però naufragherà nel 1980.

Negli anni ‘50 Jeanne ottenne una borsa di studio che la portò in Olanda per proseguire le sue ricerche su van Gogh. Negli stessi anni lavorò alacremente a raccogliere materiale per una monografia biografica sul padre Amedeo Modigliani che vedrà la luce nel 1958, Modigliani, senza leggenda, pubblicata dalla fiorentina Vallecchi. In un raro filmato d’archivio datato 1958 e in una intervista registrata nel giugno 1984 la storica dell’arte parla un perfetto italiano, appena velato dalla naturale aspirazione delle consonanti, tipica dei Toscani.

A Jeanne Modigliani si deve la prima grande e più esaustiva mostra sul pittore livornese organizzata a Parigi nel 1981. E con infinita pazienza la storica dell’arte ha dato vita ad una fondazione culturale con il fine di costituire un archivio permanente dedicato al padre, nominando suo continuatore il fedelissimo Christian Parisot. Questi però sarà al centro di polemiche e denunce a causa delle numerose dubbie certificazioni di autenticità per opere contraffate con la firma di Amedeo, che si concluderanno con una ignominiosa condanna per truffa.

L’ìntenzione di Jeanne era quella di trasferire la sede dell’associazione nella città natale di Amedeo, ma il progetto subì una battuta d’arresto con la sua morte (per emorragia cerebrale a seguito di una maldestra caduta) avvenuta a Parigi il  27 luglio 1984. Non aveva ancora compiuto 66 anni. Verrà sepolta accanto ai genitori nel cimitero di Père Lachaise.

La fondazione Modigliani oggi ha doppia sede: a Parigi e Roma.

Bibliografia: Christian Parisot, Jeanne Modigliani racconta Modigliani, Graphis Arte, Livorno 1984

Jeanne Modigliani

Modigliani

 

 

 

 

 

 

Jeanne Modigliani al cavalletto e fra le tele del padre Amedeo

autoritratto 1956

Jeanne Modigliani, Autoritratto, 1956, coll. privata

 

volpi 1969

Marisa Volpi, nata a Macerata il 19 agosto 1928, riveste il ruolo di rigorosa storica dell’arte, formatasi a Firenze alla scuola di Roberto Longhi, cui va il merito di avere orientato poi i suoi interessi ed i suoi studi sull’arte contemporanea, con una scrittura chiara e mirabile sui movimenti ed i protagonisti del suo secolo, da Kandinsky alla Pop Art, dall’Espressionismo a Kounellis , da Burri all’Arte Concettuale.

La qualità del suo stile e della sua scrittura è di alto livello: in effetti scoprirà presto una sua vera e propria vena letteraria che la porterà alla narrativa e alla pubblicazione di libri che otterranno meritati riconoscimenti (Premio Viareggio 1986, Premio Vallombrosa 1988) come Il maestro della betulla, La casa di via Tolmino, Fatali stelle, Uomini, dove la sua formazione di storico dell’arte si legge pur sempre sottotraccia.

Sposatasi con Ferdinando Orlandini nel 1963 ha il privilegio di essere fotografata il giorno delle nozze da un ospite d’eccezione, Mario Schifano, uno dei protagonisti della Scuola romana di Piazza del Popolo, alla cui divulgazione la stessa Volpi con i suoi articoli e con i suoi saggi ha certamente reso un valido contributo. Molti suoi lavori, dopo quella data, sono stati firmati con il doppio cognome, Marisa Volpi Orlandini.

Ha insegnato a lungo alla facoltà di Lettere alla Sapienza di Roma, di cui negli ultimi anni diventerà professore emerito. Nel 2001 aveva ricevuto dalla Presidenza della Repubblica la nomina di Grand’Ufficiale al Merito. Con una boutade: genio e regolatezza.

Si è congedata dai suoi amici e dalle sue allieve – una nuova generazione di docenti che ha saputo forgiare sul suo modello di disciplina –  a Roma, il 13 maggio 2015.

Bibliografia: Marisa Volpi, L’occhio senza tempo. Saggi di critica e storia dell’arte contemporanea, a cura di A. Sbrilli, M. S. Bottai, M. Santoro, Lithos, Roma 2008

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Marisa Volpi fotografata da Mario Schifano il giorno delle nozze, Roma 1963

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Giosetta Fioroni, Ritratto di Marisa Volpi, 1995 

 

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