ARCHITETTURE FRANCO-VENEZIANE DI CIPRO

L’isola del Mar di Levante, pur essendo appendice geologica e geografica dell’Anatolia, da sempre gravita nell’orbita culturale ellenica; ed anche nel periodo medioevale – con esclusione di alcune parentesi di conquista araba – fu pertinenza dei bizantini (FIG. 1).

Un po’ di storia…

Si è da poco autoproclamato sovrano dell’isola Isacco Comneno – ribellandosi, nel 1184, all’imperatore di Costantinopoli – quando (in occasione della III crociata) Riccardo Cuor di Leone dirotta verso Cipro e nel 1191 se ne impadronisce. La cede, in un primo momento, ai Templari; poi al feudatario franco Guido Lusignano, il cui figlio Amalrico viene riconosciuto, dall’imperatore Enrico VI di Svevia, re di Cipro (1195).

Sicché il casato dei Lusignano- Antiochia (mentre nel tempo si combinarono fusioni genealogiche con il dirimpettaio principato latino di Siria) dominò l’isola sino al XV secolo.

Dal 1218 Genova estese la sua influenza economica e commerciale anche su Cipro ed ottenne colonie a Lemessòs (Limassol) e Famagosta. Quest’ultima, dopo la caduta di San Giovanni d’Acri (1291) era divenuta capitale del regno virtuale di Cipro e Gerusalemme. E tra il 1365 e il 1373 la stessa Nicosia, la capitale storica al centro dell’isola, fu sotto il diretto controllo dei genovesi.

ciproFIG. 1

Venezia poté subentrare alla Superba solo un secolo dopo, quando riuscì a sancire il proprio privilegio mercantile sul piccolo regno franco ormai languente, grazie ad un matrimonio politico nel 1472 tra la veneziana Caterina Cornaro e Giacomo II Lusignano d’Antiochia. Rimasta vedova appena dopo un anno, Caterina Cornaro poté conservare il proprio regno grazie alle protezioni della Repubblica di San Marco, finché – quando la sovrana fu sul punto di progettare un nuovo matrimonio – la Serenissima la costrinse ad abdicare nel 1489 e in cambio le cedette, nell’entroterra veneto, la signoria di Asolo (ove la nobildonna, in un esilio dorato, diede vita ad una brillante corte rinascimentale).

Il dominio di Venezia durò per quasi un secolo ancora, sino al 1571 quando, pur difesa da Marco Antonio Bragadin, fu irreparabilmente occupata dai Turchi, con la definitiva estromissione degli occidentali.

Caratteri generali

 I Lusignano traevano origine dal Pittavino, versante atlantico della Francia centrale; e i feudatari franchi importarono a Cipro interi brani di quella architettura convenzionalmente definita “gotica”, in parallelo con la sua evoluzione cronologica e regionale francese: dal duecentesco gotico primitivo del Nord, a quello maturo della Champagne prima, del Sud poi, sino al tardo gotico fiorito del Quattrocento.

L’isola mediterranea, già aperta agli influssi occidentali rappresentati dal linguaggio romanico proveniente, di riporto, dalla costa siriana nell’ambito dei flussi crociati, segue pertanto, nel corso del XIII secolo (sino al 1280 circa), i caratteri stilistici della prima fase gotica del settentrione francese (specificamente l’Ile de France, ove l’arte gotica ebbe il proprio nucleo di irradiazione), con uso di ogive, volte a crociera a sezione archiacuta, contrafforti, accentuazione della verticalità.

I primordi gotici sono individuabili, ad esempio, nella chiesa abbaziale di Bellapais o nell’aula del castello di Sant’Ilario (sulle montagne che sovrastano Kyrinia), ove è ancora leggibile una certa arcaicità sintattica. Si afferma quindi, tra la fine del Duecento e la metà del Trecento, l’influenza stilistica del gotico champenois, come nella cattedrale di San Nicola a Famagosta (trasformata in moschea dal pascià Lala Mustafà), ove riecheggiano le forme del S. Urbano di Troyes (disegnato da Jean Langlois) o – sempre a Famagosta – nella chiesa di San Giorgio dei Latini, attribuita a Eudes de Montreuil, di cui non restano che pochi lembi.

Ancora dello stesso secondo periodo gotico sono gli edifici conventuali e il chiostro di Bellapais; e sopravvivono numerose fabbriche di Nicosia, prima capitale dell’isola, come: la parte superiore di navata e il portico di Santa Sofia (oggi moschea di Selim), la chiesa di S. Caterina (oggi moschea di Haidar Pascià) o l’attuale Yeni Jami (moschea impiantata su una preesistenza del XIV secolo).

Dalla metà del Trecento (1340 circa) si diffondono i modi gotici improntati a quella asciuttezza di segno, semplificazione dei decori e contenimento delle tensioni verticali, propri della Francia meridionale; in particolare della Provenza, cortese e mediterranea, costituente all’epoca un forte traino culturale, non solo in architettura ma anche in pittura, nei modi avignonesi seneseggianti. Se ne ha riscontro in diversi episodi a Famagosta, quali: S. Giorgio dei Greci, S. Anna, SS. Pietro e Paolo (oggi moschea di Sinan Pascià),  la chiesa nestoriana di S. Giorgio Exorinòs.

Tra Duecento e Trecento i Lusignano hanno disseminato l’isola di edifici religiosi improntati alle forme architettoniche della madre patria; i quali in seguito sono stati sistematicamente trasformati dagli ottomani in moschee (ed allora se ne debbono individuare le citazioni stilistiche) ovvero sono andati in rovina e non ne sopravvivono che reperti.

Si veda, ad esempio, a Nicosia: ciò che resta della moschea di Emerghe, mancante della volta, o la piccola chiesa armena; a Famagosta: le chiese gemelle dei cavalieri crociati (Templari e rivali Ospedalieri); la chiesa latina di Paphos; la cappella reale di S. Caterina presso Pyrga (nell’entroterra di Larnaka), tardo gotica del XV secolo.

Altrove persistono i caratteri greci, anche se inevitabilmente contaminati dai modelli di tendenza, come nella chiesa di Morphou, nel versante settentrionale dell’isola, che costituisce un ibrido di elementi gotici (opera muraria e decorazione plastica) innestati su un assetto formale bizantino (in particolare le volte) di tradizione locale.

Del resto anche la serie di castelli lungo la catena del Pentadaktylo: S. Ilario, Buffavento, Kantara, già di impianto bizantino, rimaneggiati successivamente dai franchi e infine dai veneziani, costituiscono una aggregazione e sovrapposizione di multiformi apporti stilistici. Mentre la severa torre di Kolossi, nella ricostruzione quattrocentesca degli Ospedalieri, presenta una sobria unitarietà di stile di accento gotizzante.

Tra la fine del XIV secolo e nel corso del Quattrocento, di pari passo con le esperienze francesi (indirizzate verso un preziosismo ed un decorativismo flamboyant) l’architettura di Cipro si ispira, anche negli edifici civili, alle coeve soluzioni europee. Ed il Palazzo reale di Famagosta (poi Palazzo del provveditore veneziano, di cui non sussistono che alcune arcate) venne realizzato in uno stile gotico fiammeggiante di ascendenza catalana, lo stesso che ha avuto come esito certe contemporanee realizzazioni angioine, lungo la direttrice mediterranea: Avignone- Napoli- Rodi.

L’influsso italiano, già presente in alcuni cicli pittorici trecenteschi, ma anche in opere letterarie del XV secolo[1] che presentano una lingua in cui affiorano frequenti francesismi e italianismi, diviene dominante in architettura tra Quattrocento e Cinquecento con l’avvento politico di Venezia, nelle forme degli allora dominanti modi rinascimentali, quali si possono rintracciare nelle fabbriche civili e militari che, in questo ultimo scorcio storico, antecedente la conquista turca, si intensificarono a fortificazione dell’isola.

La cinta muraria di Nicosia di Giulio Savorgnan ha il rigore compositivo e concettuale dei contemporanei studi e trattati italiani di città ideale; mentre i castelli costieri, da Kyrinia a Limassol, muniti dagli ingegneri serenissimi (tra questi il veronese Gian Girolamo Sanmicheli), hanno il fascino evocativo di scenografici fondali per intrecci scespiriani. La cosiddetta Torre di Otello a Famagosta, su cui veglia il rampante leone di San Marco, fa il paio con le cinquecentesche fortezze di Creta, baluardi estremi dell’Europa cristiana all’onda islamica degli ottomani.

Nel 1571 i veneziani capitolano e l’isola è ceduta ai turchi: le chiese saranno adattate a moschee e accanto alle cuspidi gotiche delle cattedrali svetteranno i minareti, mentre sui palazzi della nobiltà latina sventoleranno i vessilli del sultano.

Un rapido cenno, infine, all’opera muraria adottata nell’isola tanto dalle maestranze franche che dalle venete (sulla scorta della tradizione già in auge presso i bizantini): i paramenti di fabbrica in uso sono costituiti da corsi regolari di conci in pietra da taglio, legati da malta cementizia. I maestri costruttori potevano attingere alle cave esistenti a Cipro: la zona settentrionale (Catena del Pentadaktylo) offre calcari del mesozoico; mentre la zona meridionale (Troodos) mette a disposizione rocce intrusive vulcaniche. Pertanto, bugne calcaree e blocchetti di tufo sono diffusissimi un po’ ovunque nel regno dei Lusignano (poi colonia della Serenissima), compatibilmente con i centri di approvvigionamento.

 

I protagonisti

Lo sviluppo evolutivo dell’architettura a Cipro, dai modi romanico-bizantini, attraverso le esperienze gotiche, sino alle manifestazioni rinascimentali italianeggianti, è spunto per un inciso sul ruolo che, nel tempo, acquista la figura del maestro costruttore.

Proprio in coincidenza con l’enorme slancio edificatorio della stagione gotica, cresce d’importanza la prestazione organizzativa e operativa del magister, cioè di colui che è “magis“, è “di più”, è maestro nei riguardi della manovalanza.

E’ colui che conosce l’arte, è depositario della scienza architettonica nel suo aspetto meccanico-tecnico e, come caposcuola, ne tramanderà agli apprendisti le regole e le formule, in un rapporto corporativistico di sapore iniziatico.

E’ infatti durante l’età del gotico che le associazioni dei machinatores o machiones, vale a dire gli addetti alle “macchine” edili (cioè: gli apparati di cantiere), si riuniscono in congregazioni di muratori (e il termine francese maçon è ancora più aderente alla voce latino-medioevale).

E, come tutte le corporazioni dell’epoca, anch’essi usano riunirsi in logge di appartenenza. Con il Quattrocento e con l’influsso culturale umanistico italiano, l’architetto si connota come forte personalità progettuale che, partendo da canoni e tipi stilistici, elabora forme caratterizzate e individualizzate; assume cioè una propria valenza artistico-creativa.

Si è accennato, in precedenza, ad alcuni nomi di maestri e architetti europei presenti a Cipro nel periodo del regno dei Lusignano e della successiva signoria veneta, i quali scandiscono il passaggio dalle varie fasi gotiche due-trecentesche sino all’affermazione della Maniera italiana in pieno Cinquecento.

Filippo Cinardo

Si ha notizia della presenza a Cipro, attorno al primo quarto del XIII secolo, di Filippo Cinardo, ingegnere militare (che fu anche ammiraglio e goverantore di Corfù) –  presumibilmente di origine francese giacché ci è noto anche come Philippe Chinard – al seguito di Federico II di Svevia di ritorno dalla VI crociata in Terra Santa nel 1229. L’imperatore normanno lo volle con sé in Puglia ove gli affidò la sovrintendenza dei lavori al castello di Trani. Non è azzardato ipotizzare che a Cipro Filippo Cinardo fosse impegnato nella fortificazione delle postazioni difensive dell’isola latinizzata.

Eudes de Montreuil

Vissuto tra il 1220 e il 1289, Eudes fu architetto al seguito di Luigi IX, con cui partecipò alla VII crociata e lo si sa di nuovo in Francia nel 1254. Gli si attribuiscono: la fortificazione di Giaffa in Terra Santa e, testimonianza del suo passaggio a Cipro, la chiesa di S. Giorgio dei Latini a Famagosta; nonché gli interventi duecenteschi al castello di Limassol (poi rimaneggiato nel corso dei secoli dai successivi inquilini, veneziani e infine turchi) e, forse (con qualche dubbio di natura cronologica),, la cattedrale di Nicosia.

Jean Langlois

Citato anche come Langlais o, trascritto alla latina, come Johannes Anglicus (a indicarne una presumibile derivazione dall’Oltremanica), il maestro è atti vo nella seconda metà del XIII secolo nel S. Urbano di Troyes, iniziandone nel 1262 la costruzione del coro, secondo i bei modi gotici della Champagne: slancio verticale e alleggerimento delle pareti con amplissimi e decorati trafori. Poiché si ha notizia che nel 1267 Jean Langlois era partito come crociato e poiché non sono innegabili assonanze tra la cattedrale di Famagosta e la chiesa di Troyes, qualcuno gliene ha attribuito la paternità, messa però in dubbio dalla datazione. Risalendo la costruzione del S. Nicola di Famagosta al primissimo Trecento, l’ormai anziano maestro dovrebbe ritenersene soltanto l’ispiratore, il suggeritore formale.

Gian Girolamo Sanmicheli

Figlio di un cugino del più noto Michele Sanmicheli (Paolo, anch’esso ingegnere militare), Gian Girolamo Sanmicheli nacque a Verona nel 1513 e morì a Famagosta di Cipro nel 1559.

Dopo aver collaborato con Michele Samicheli in Dalmazia (alle fortificazioni di Zara nel 1542, alla loggia e al castello di S. Nicolò a Sebenico nel 1546) e aver partecipato alla revisione dei presidi militari di Corfù (nel 1544 e nel 1548-50), la carica di ingegnere agli ordini della Serenissima lo condusse a Cipro ove curò la munizione del bastione Martinengo a Famagosta e, nell’ambito dell’architettura civile, la ricostruzione del palazzo del Provveditore (1552/1554),  impiantato sul preesistente palazzo regio dei Lusignano, gotico, rivisitato in forme rinascimentali, del  quale     le   poche arcate superstiti non costituiscono che sporadici brani testimoniali, essendo stato riadattato dagli ottomani ad altro uso.

Giulio Savorgnan

Chiude questa rapida panoramica Giulio Savorgnan, altro ingegnere militare attivo a Cipro nella seconda metà del Cinquecento poco prima della conquista turca.  Di famiglia originaria del Friuli, nato nel 1516 e morto nel 1595, operò a Corfù e a Nicosia di Cipro; di quest’ultima eresse la cinta muraria, risalente al 1567, ad undici lati e altrettanti baluardi, il cui tracciato stellare, mutuato dai contemporanei studi teorici italiani sulla città ideale, costituisce una dichiarata premessa all’impianto (maggiormente divulgato) di Palmanova, di qualche decennio più tardo, che lo stesso Savorgnan ripropose (questa volta ridimensionato a nove lati) nel 1593 nei pressi di Udine, sempre nei confini di San Marco. A Cipro, nel paramento murario dei baluardi adottò l’accorgimento di limitare la cortina di rivestimento all’altezza della traiettoria di gittata, economizzando così nei tempi di posa e nella fornitura dei materiali.

La porta Giuliana inserita nel giro delle mura di Nicosia e intitolata all’architetto che ne curò il disegno, ha precise affinità formali con la porta del Lazzaretto di Candia (che evidentemente appartiene alla stessa mano di Giulio Savorgnan), a due spioventi, costruita nel 1565 a Creta (presso Heraklion) e demolita nel 1917, della quale però si conserva documentazione fotografica.

Itinerari ciprioti

La parte settentrionale dell’isola, dirimpetto al Tauro anatolico, è percorsa – parallelamente alla costa – dalla catena del Pentadaktylos, a modeste quote che non vanno oltre i 1023 metri.

Città costiera di traffici marittimi è Kyrinìa (o Girne in turco), mentre sui pendìi dell’entroterra si snoda la serie di castelli di guardia: Buffavento, Sant’Ilario, Kantara, impiantati già dai bizantini e,  una volta incamerati dai crociati franco-latini, da questi ultimi ampliati e fortificati; sino ad essere riutilizzati dai veneziani prima della capitolazione ai turchi.

Sempre sulle vette del Pentadaktylos è l’impervio monastero di Bellapais.

KYRINIA, cioè Cirene di Cipro (FIG. 2 e 2/bis), con il suo porto, è dominata da una imponente fortezza a pianta quadrangolare, di nucleo greco-medioevale risalente all’’XI sec. allorché si ricostituì un decaduto presidio fortificato, presumibilmente del VII sec, munendolo sul lato meridionale di un bastione con torri pentagonali.

BFIG. 2

castello di KyriniaFIG. 2 bis

I Lusignano rilevarono ed ampliarono il castello a partire dal 1290 ed al XIV sec. risalgono alcune sale identificabili dalla caratteristica copertura a volta di tipico disegno gotico; nonché corridoi, gallerie e la snella torre di nord-est. Subentrando infine i veneziani, se ne completò il profilo nel XVI sec. con la costruzione delle due gravi torri cilindriche agli angoli verso il mare e il porto, del tratto di mura sul lato occidentale e del bastione rettangolare nel vertice plani metrico di sud-ovest.

Pertanto l’assetto e l’aspetto finale del castello è piuttosto di marca cinquecentesca e veneziana, nel cui ambito è dato riconoscere le diverse stratificazioni cronologiche e di stili. Il risultato della composizione urbanistica d’insieme apparenta il porticciolo cipriota (segnato e caratterizzato dalla fortezza) ai coevi approdi della Grecia insulare e continentale di inconfondibile impronta lagunare.

BELLAPAIS si trova nelle immediate vicinanze di Kyrinìa. Alcuni monaci agostiniani premonstratensi, per concessione dei Lusignano, fondarono sul finire del XII sec. (1187) una abbazia dedicata a S. Maria della Pace dalla cui pronuncia francese, Abbaye (de) la Paix ,  trae origine la corruzione linguistica greca Bellapais.  Nel 1204 ha inizio la costruzione della chiesa, nei modi del primo gotico della Francia settentrionale, con coro rettangolare, volte a costoloni e copertura terrazzata (completata da Ugo III Lusignano tra il 1267 e il 1284).

Il convento si espande nel XIV secolo e a questa fase datano le aggiunte, promosse da Ugo IV (tra il 1324 e il 1358): il chiostro; un ampio refettorio (FIG. 3 e 3/bis) nel più maturo gotico profilato da ardite volte a crociera archiacuta; la cripta al livello sottostante; la sala del capitolo; un vasto dormitorio.

CFIG. 3

DSC_0004FIG. 3 bis

Il sito di Bellapais è stato divulgato in Europa dal noto scrittore britannico Lawrence Durrell, che vi ambientò il suo romanzo”Bitter Lemons of Cyprus“.

Allineati lungo le pendici del Pentadaktylos si susseguono i suggestivi fortilizi da cui si poteva sorvegliare e difendere l’isola dagli attacchi via mare.

BUFFAVENTO deve il nome italianizzato (in greco Voufaventos) alla sua posizione in cima ad una altura esposta alla baruffa dei venti dominanti» a 954 metri sul livello del mare. Ne restano le vestigia, immerse nell’imponenza romantica della natura circostante. Dal toponimo, dalle caratteristiche e dalle analogie storiche, si ricostruisce che dovette essere presidio veneziano innestato su una munizione dei Lusignano, presumibilmente su preesistenza greco-bizantina.

SANT’ILARIO è una fortezza in rovina costruita verso gli inizi del XII secolo attorno ad un monastero greco, di cui si conservano i ruderi della chiesa.

Le mura corrono attorno per circa 400 metri, intervallate da nove torrette di avvistamento. La fortezza fu riutilizzata dai Lusignano e vi sono inclusi gli appartamenti estivi della famiglia regnante. Gli stili sono pertanto sovrapposti e rappresentano una miscellanea di apporti dal bizantino al gotico.

KANTARA chiude ad est la successione settentrionale degli avamposti di difesa (a 630 metri s.d.m.). Il castello risale al XIV secolo, cioè alla piena stagione dei Lusignano, ed è situato in posizione strategica di primaria importanza. Viene segnalato per il suo stato conservativo che, nel complesso, permette ricostruirne il consueto assetto architettonico. L’onomastica (dall’arabo Qantara = ponte) presuppone preesistenze del periodo medioevale islamico.

Tra le cime del Pentadaktylos,  a nord, e il massicio del Troodos a sud-ovest, si stende la pianura di Mesaoria che, alla lettera, dal greco si traduce: “fra i monti”. E’ la zona più calda ed aciutta sotto il profilo meteorologico. In prossimità della baia occidentale, si incontra la cittadina di Morphou che offre, con la chiesa di Aghios Mamas, un modello di stanca contaminazione tra gotico e bizantino: l’opera muraria è infatti di maestranza occidentale, così come la decorazione plastica, di chiara derivazione stilistica gotica; mentre l’aspetto formale dell’architettura e la copertura a volta sono di caratteristico disegno locale, di maniera greca. L’ibridazione, accentuata senz’altro dagli apporti integrativi del secolo scorso, sembra risalire al primo periodo del XV secolo.

Proprio al centro della Mesaoria è NICOSIA, capitale dell’isola sin dal 1192 per volere dei Lusignano, così ribattezzata dai latini dal nome greco-classico di Leukosìa (corrotto in greco-medioevale Lefkosìa). Nell’età dei regni crociati d’Oltremare, conobbe una breve dominazione della marineria genovese (1365-1373), per poi ritornare ai francesi ed infine, nel 1488, passare ai veneziani. Chiude la parentesi dei domini occidentali la definitiva conquista turca del 1570, con la città invano difesa da Nicolò Dandolo.

L’impianto urbanistico denuncia immediatamente una strutturazione cinquecentesca di tipologia italiana, rinascimentale-manierista. Infatti la cinta muraria risale al periodo della presenza veneziana, allorché la fortificazione del centro più importante dell’isola, già sede del palazzo reale dei Lusignano, fu affidata all’ingegnere militare, d’origine friulana, Giulio Savorgnan (FIG. 4, nella mappa del veneziano Giacomo Franco datata 1597).

nicosiaFIG. 4

Costui nel 1567 realizzò un circuito difensivo, munito di bastioni, mutuato dalle contemporanee città ideali, trasposizione terrena dell’ordine cosmico, in ossequio ai dettami delle dottrine neoplatoniche in voga in Italia (anche Palmanova, in Friuli, fu di sua progettazione).

La Porta Giuliana, intestata cioè a Giulio Savorgnan che la disegnò, oggi detta Porta per Famagosta, presenta tanto strette analogie con l’ormai demolita porta del Lazzaretto di Candia (l’abbattimento risale al 1917) da lasciar supporre identico autore (FIG. 5).

Richiama alla memoria alcuni esempi, sia pure sottotono e nei modi provinciali, della porta urbana di rappresentanza nell’entroterra veneto.

EFIG. 5

La Porta per Famagosta, perfettamente ad ovest nell’anello murario, è inserita tra i bastioni Flatro e Carafa.

In totale i bastioni, che si protendono come puntali dalla corona difensiva (simili a picche ogivate), sono undici e tutti hanno conservato il toponimo italiano legato a  casati Serenissimi. Proseguendo,in senso orario e verso sud, si incontrano i bastioni: Podocataro, Costanzo, d’Avila, Tripoli. Quindi si ha, con affaccio ad est, la Porta per Paphos, già porta San Domenico, cosiddetta dal monastero omonimo ivi esistente e, successivamente, continuano i bastioni: Rocca, Mula, Querini,  Barbaro,  Loredan.

Se l’impronta urbanistica è veneziana e cinquecentesca, le singole individualità architettoniche più interessanti rimandano ai precedenti secoli francesizzati.

Al XIII secolo data la cattedrale di S. Sofia (FIG. 6), trasformata nella Selimiye Jami, nata in stile gotico champenois nel 1209 per volere di Alice di Champagne, sposa di Ugo I Lusignano. Il fianco orientale e le cappelle del transetto furono costruite tra il 1219 e il 1251; la navata ed il portico tra il 1319 e il 1326. I due minareti svettanti ai lati, alti 49 metri, sono – naturalmente – aggiunte ottomane.

FFIG 6

Le ampie ed ornatissime finestrature archiacute originali, che trapuntavano come un prezioso ricamo in pietra le pareti della fabbrica religiosa, sono state mortificate dalle tamponature operate dai turchi nei lavori di adattamento a moschea.

Anche il Bedestan, che in turco designa il mercato coperto, altro non è che il riuso di un edificio religioso (San Nicola degli Angli) del XIII-XIV secolo, destinato dai veneziani a cattedrale ortodossa e successivamente sconsacrato dopo la conquista ottomana.

Sempre in stile gotico fu costruita la chiesa armena di Nostra Signora di Tiro, così come la chiesa di S. Caterina (oggi moschea di Haidar Pascià) che risale al 1360 ed è caratterizzata da pilastri a sezione semi-esagonale.

S. Cassiano è stata ricostruita nel secolo scorso sui resti di una chiesa latina risalente alla stagione dei Lusignano.

 

A sud di Morphou, da cui dista in linea d’aria una decina di chilometri, ma raggiungibile da Nicosia (in quanto trovasi nel settore greco in cui è oggi, in termini anacronistici, suddivisa politicamente l’isola), sulla strada per Asinou e il massiccio del Troodos, a circa trenta chilometri dalla capitale, è meritevole di essere segnalato il villaggio di Vizakia con la piccola chiesa dell’Arcangelo Michele. La copertura è caratterizzata da falde a spioventi fortemente inclinati e tegole piatte, perchè qui il regime pluviometrico è di zona montuosa e quindi le precipitazioni (persino nevose) sono ben più consistenti rispetto alla Mesaoria.

Ivi si conserva un ciclo di quindici affreschi parietali del Cinquecento che, pur di scuola popolare locale, si distinguono per una marcata influenza iconografica veneziana, individuabile nel pastore raffigurato nel riquadro scenico della Natività, nelle spade e nei soldati rappresentati, nel Tradimento di Giuda, nel gentiluomo abbigliato alla veneta dipinto nella parete della Crocifissione. Nell’Ultima Cena gli apostoli maneggiano, in modo inusuale rispetto alla tradizione figurativa, delle forchette da tavola[2].

 

Partendo sempre da Nicosia, ma per la strada che esce ad est e procede nella Mesaoria, congìungendo la capitale al Mar di Levante, si raggiunge la città di FAMAGOSTA, sull’omonima baia.

Ricordata da Dante nel XIX canto del Paradiso (vv. 145-148),  ove ne stigmatizzò l’immoralità della corte e, in particolare, del sovrano Enrico II (1285 – 1324), suo contemporaneo, Famagosta fu scelta dai Lusignano come seconda capitale dopo la caduta di San Giovanni d’Acri (1291).

La città pertanto crebbe d’importanza nei traffici mercantili del Mediterraneo orientale, tanto da divenire città prospera e corrotta, sino a suscitare il biasimo dell’Alighieri.

Era la greca Ammochostos[3] ed il corrispettivo nome italiano di Famagosta sembra esserne una accentuata deformazione.  Ma c’è anche chi propone un etimo collegato a Fama Augusti, che potrebbe trattarsi di un toponimo latino di età romana.

Quando i genovesi la occuparono nel 1371-72 era già in parte decaduta economicamente.  Nel 1481 subentrarono i veneziani e nel 1571, nell’estremo tentativo di difesa della città, Marcantonio Bragadin morì scuoiato dai turchi, i quali fecero di Cipro una provincia del loro vasto impero.

famagostaFIG. 7

La cittadella risale ai Lusignano e al XIII secolo; mentre la cinta muraria della città ha invece subito diversi ampliamenti, sia ad opera dei francesi attorno al 1300, sia per interventi, sostanziali, dovuti ai veneziani (FIG. 7, nella mappa di Giacomo Franco, 1597). Qui si conservano resti di un’ampia sala trecentesca (costruita su una cripta voltata a costoloni), nel consueto schema gotico.

Ma l’episodio più eclatante della stagione gotica di Famagosta rimane la Cattedrale di S. Nicola (FIG. 8), trasformata oggi in moschea di Lala Mustafà, dei primi anni del XIV secolo, che costituisce la perfetta esecuzione di una partitura architettonica francese in terra d’oltremare (così come avviene a Bellapais e a Nicosia).

HFIG. 8

I portali acuminati, le torri laterali (rimaste incompiute), le navate absidate, il grande clerestory (termine anglofono, corrispondente al nostro triforio, della nomenclatura gotica per indicare le finestrature sulle pareti laterali della nave centrale) ricostruito dopo il terremoto del 1735, rimandano al gotico della Champagne e al maestro Jean Langlois. II minareto è una interpolazione posticcia che documenta il passaggio al culto islamico.

Della chiesa di San Giorgio dei Latini, della fine del Duecento, non sussistono che ruderi, a testimoniarne il disegno gotico – a sezione acuta -di alcune arcate.

S. Giorgio era la cattedrale ortodossa e fu costruita nel XIV secolo ma anch’essa in stile occidentale, a tre navate con abside affrescata. Sempre all’influsso stilistico gotico del XIII-XIV sec. sono riconducibili: la chiesa nestoriana di San Giorgio Exorinòs e quella di S. Anna; la chiesa delle carmelitane e quella dell’ordine francescano.

Venezia ha lasciato la propria impronta) in particolare, nella ricomposizione dell’impianto fortificato della città.

Nicolò Foscarini ordinò nel 1492 la ricostruzione ampliata delle mura della  cittadella. Il fortino che prospetta sul porto e che, con il leone di S. Marco incastonato sul portale, fa da sentinella a Famagosta ha oggi un aspetto ormai tutto veneziano. Ideale ambientazione del teatro scespiriano sul tema, si è guadagnato il nome popolare di Torre di Otello (FIG. 9), luogo scenico deputato per le melodrammatiche vicende del Moro di Venezia e della lunare Desdemona.

IFIG. 9

La muratura è in robusti ricorsi di pietra, ad esaltare le possenti e gravide masse volumetriche dell’opera difensiva. Del 1496 è la Porta di Mare, con interno cupolato e Nicolò Priuli restaurò – sempre nel 1496 – la cinta urbana dei Lusignano, cui furono aggiunte in seguito torri a cannoniera, con allargamento del fossato.

Del 1544 è la Porta di Terra, nel vertice a sud-ovest, con il contiguo rivellino (avancorpo difensivo sporgente), sovrapposto al filo murario.

Al 1558-62 data il Bastione Martinengo, costruito su disegno di Giangirolamo Sanmicheli (l’ingegnere militare della Serenissima parente del più noto Michele), al quale si deve anche il progetto di riadattamento della facciata del Palazzo del Provveditore (1552-54), residenza dell’alta carica veneziana nell’isola, contrapposta alla cattedrale. Il palazzo, trasformato in prigione dai turchi, del disegno originario conserva solo un portico, scandito da quattro colonne di granito,  appena una citazione, di ben altro decoro formale, manierista cinquecentesco.

 

Il percorso lungo il versante marittimo, scendendo a sud di Famagosta, tocca la località – oggi balneare – di AGHIA NAPA piccolo borgo cresciuto attorno ad un monastero veneziano, costruito in pietra arenaria nel 1530 su un più antico sito religioso bizantino, ove si venerava una icona mariana dell’VIII secolo. Una cronaca del XVI secolo narra di una giovane dama veneziana di Famagosta che,  per una storia d’amore ostacolata dai suoi, qui si ritirò a vita monastica.

Fu quindi una delle ultime edificazioni occidentali prima dell’occupazione turca del 1571. Oggi il convento è condotto dagli ortodossi. Sopra il portale d’ingresso è murato un vecchio stemma medioevale; accanto è la portineria, costruzione veneziana a due piani. Il chiostro è in stile gotico e su una fontana ottagona al centro è scolpito, tra ghirlande e rilievi antropomorfi, il simbolo marciano.

La strada costiera riprende verso occidente e, con il mare a sinistra di chi la percorre, raggiunge LARNAKALa città ha radici molto antiche, pre-elleniche. In età greca era detta Kition; l’attuale toponimo risale al medioevo e le è dovuto dall’abbondanza di urne funerarie (tale è il significato di Larnaka in greco) presenti nelle necropoli circostanti.

Assegnata Cipro ai Lusignano, Larnaka fu conquistata nel 1373 dai genovesi e il quartiere portuale, detto della Scala (edificato sul sito dell’antica Kition dopo l’insabbiamento del porto e l’avanzamento del profilo costiero), denuncia chiaramente l’origine italiana.

Del periodo dei Lusignano si conserva ben poco e da ricercare nei rimaneggiamenti turchi; infatti la fortezza del 1625 ingloba i resti di una più antica torre franca.

Nell’entroterra di Larnaka si troveranno tracce della presenza francese nel villaggio di Pyrga ove la chiesa di S. Caterina (Aghia Ekaterini), è conosciuta anche come Cappella Regia. La costruzione, di modeste dimensioni e forme esteriori (FIG. 10), fu promossa dai sovrani francesi nel 1423. L’interno è ad aula (senza abside) con volta archiacuta, ove compaiono i blasoni dei Lusignano, negli ormai ripetitivi modi gotici che si protraggono ancora nel XV secolo.

Nella Crocifissione ivi affrescata da maestranza cipriota, curiosamente contaminata da influssi occidentali, in una ibridazione stilistica greco-latina, ai piedi del Cristo è raffigurata la real coppia committente: Giano Lusignano-Antiochia (sul trono di Cipro dal 1398 al 1432) e Carlotta di Borbone, sua seconda moglie[4].

 santa caterina a PyrgaFIG. 10

Ritornando sul versante meridionale dell’isola e continuando la rotta verso ovest, si raggiunge LIMASSOLIn età greca l’inurbazione a metà strada tra le città classiche di Amathus e Curium, fu detta Nemésos, cioè: “posta in mezzo”, toponimo nel tempo mutato in Lemessòs che è il nome greco ancor oggi in uso. Limassol è la deformazione franca, adottata poi dai turchi.

La città fu conquistata da Riccardo Cuor di Leone nel 1191 e da questi venduta ai cavalieri Templari che per breve tempo ne fecero il loro quartier generale, prima di restituirla al re inglese il quale, l’anno successivo, la cedette a Guido Lusignano.

La storia della città è cadenzata da una successione di catastrofi che ne decretarono il progressivo declino: l’inondazione del 1330;  l’assedio genovese del 1373; gli attacchi dei mamelucchi nel XV secolo;  il saccheggio, l’incendio e il massacro della popolazione ad opera degli ottomani nel 1570/71;  infine il violento terremoto del 1584.

L’attrazione architettonica che ne sopravvive è il Castello Franco (FIG. 11), probabilmente di impianto bizantino. Qui, nella piccola cappella,  Berengaria di Navarra sposa di Riccardo Cuor di Leone venne incoronata regina di Inghilterra nel 1191.

castello-di-limassolFIG. 11

La fortificazione fu iniziata dai Templari e subì distruzioni da parte dei genovesi nel XIV secolo. La piccola Torre dei Lusignano che resta fu fatta costruire da Giacomo I nel 1390 circa.  Nel XV-XVI secolo i veneziani diedero mano a integrazioni e rimaneggiamenti, dotando il castello di mura ben più rinforzate, che pur tuttavia dovettero cedere  all’assalto dei turchi. Costoro, una volta conquistata la città, sul finire del XVI secolo piazzarono qui la loro guarnigione d’artiglieria, ivi ricavando anche una prigione.

Architettonicamente interessante è il livello sotterraneo con una vasta sala a tre campate, ripartita da archi ogivali e decorata con stemmi blasonati che vanno dal XIV al XVI secolo. Celle a sezione archiacuta si fiancheggiano lungo il corridoio del primo piano.

 

Uscendo da Limassol, in direzione di Paphos, dopo pochi chilometri il paesaggio si addolcisce e, contrassegnato da filari di cipressi, verdeggiante di vigne e agrumeti, ricorda stranamente certi panorami di Provenza o Toscana, quasi a riannodare il sottile legame culturale tessuto, nei secoli dei Lusignano, con l’occidente europeo, la sua storia, le sue forme. E’ questa la campagna attorno a KOLOSSI, dominata dal bellissimo castello (FIG. 12) che ne costituisce il vanto.

L’edificio si presenta come un massiccio torrione squadrato, cui fanno da quinta un imponente mandorlo ed un secolare cipresso, in armonica composizione ambientale.

Era sede della Commenda di Cipro dei Cavalieri di Rodi, cioè titolo e diritto dell’ordine cavalleresco degli Ospedalieri di San Giovanni che, dopo l’espulsione da Acri, aveva acquisito basi e proprietà sull’isola, prima di trasferirsi a Rodi[5].

L.jpgFIG. 12

La Torre di Kolossi, costruzione del 1454 improntata ad una sobrietà di disegno cui non sono estranee le tendenze della quattrocentesca rinascenza italiana, è a tre ordini di stanze a volta, di elementare sovrapposizione distributiva. Al pianterreno sono alloggiate le cisterne; al primo piano: la cucina e una grande sala da pranzo; al secondo piano sono gli appartamenti del Commendatore, affrescati e dotati di camini di bella fattura. Il castello è sormontato dalla postazione di guardia, merlata, da cui si apre una splendida visione panoramica dell’intorno.

Nel 1488 il feudo passò alla famiglia veneziana dei Cornaro che qui controllava le redditizie piantagioni di canna da zucchero esistenti. Il corpo di fabbrica limitrofo al castello, comunemente identificato come granaio, una grande sala con volta a crociera, era in realtà uno zuccherificio, restaurato nel 1591.

 

Il circuito dell’isola si conclude a Paphos, sulla costa occidentale, dalle cui acque la mitologia vuole nascente Afrodite, alla quale il mondo antico aveva qui consacrato un celeberrimo santuario.

Oltrepassata Petra tou Romìou, lo scoglio incantato che accolse 1’approdo della dea dell’amore, dirigendosi verso l’entroterra si raggiunge, dopo circa cinque chilometri, il Castello di Covocle.

Il toponimo deriva dal termine greco kuvikùlion che è l’adattamento del latino cubiculum ed indica la camera regia. La carica di “kuvikulàrios”, cioè cubicularium o ciambellano[6], definisce un ruolo del gentiluomo di corte. Da ciò si deduce che nel castello risiedeva un dignitario bizantino e che quindi le origini del sito risalgono al medioevo greco.

Il maniero, in seguito requisito dai franchi, i quali frequentarono attivamente la regione, seguì le sorti storiche dell’isola, passando prima ai veneziani e infine ai turchi.

Sui resti dell’antica Paphos e del tempio di Afrodite è sorto il villaggio di Kuklia, nell’interno, mentre la nuova PAPHOS, ricostruita e sviluppatasi qualche chilometro oltre, a ovest e sul mare, è distinta in Pano Paphos e Kato Paphos (in italiano diremmo: Alta e Bassa Paphos) per distinguerne i livelli di quota.

Kato Paphos, sul livello del mare, in età medioevale nota anche come KTIMA, era presidio dei Lusignano e numerose, pur se frammentarie, sono le testimonianze  dell’età franca.

Scendendo lungo Apostolos Pavlos, l’arteria che taglia Kato Paphos e la congiunge alla parte alta, è visibile una porzione d’angolo della trecentesca cattedrale latina; sulla sinistra si trovano i Bagni pubblici o Bagni Franchi, in un edificio a cupole, molto manipolato nel tempo, il cui impianto architettonico risale però al XII-XIII secolo.

A destra una strada conduce al castello franco bizantino di Saranda Kolones[7]. Costruito dai bizantini probabilmente nel VII secolo, nel programma difensivo contro gli arabi, a pianta quadrata, passò ai Lusignano che, sin dal XII secolo ne curarono l’ampliamento e la fortificazione, dotandolo di spesse mura e sporgenti torri di guardia di varia geometria: circolari, poligonali, quadrate, triangolari. Il ricordato sisma del XIII secolo lo danneggiò gravemente e ne sancì l’abbandono (FIG. 13).

40 colonneFIG.13

Arrivati infatti al porticciolo,  qui – a specchio sul mare – si leva il fortino di Paphos, costruito dai Lusignano (sfruttando sempre sostruzioni bizantine) dopo la distruzione del castello di Saranda Kolones.

Passato ai veneziani subì le distruzioni del 1570-71 durante l’assedio turco. Dopo la conquista ottomana fu riadattato nel 1592 ed è questa la costruzione quale oggi si presenta, in pietra da taglio di caldo colore ambrato, che incorpora la primitiva torre dei Lusignano (FIG. 14). Durante l’occupazione britannica dell’isola fu utilizzato come deposito di sale, ma oggi è fotografatissimo monumento nazionale, caratteristico fondale delle affollate taverne e caffetterie che animano il lungomare.

NFIG. 14

 

NOTE

[1] Si vedano Leontios Macheràs, con la sua Cronaca del regno dei Lusignano, e il prosecutore Giorgio Bustrone

[2] Si rammenti che questi comodi utensili furono introdotti sulle mense occidentali proprio da Cipro e da Caterina Corsaro, allorché la nobildonna giunse in esilio in Italia

[3] Nome collegato al termine “insabbiamento” e motivato dalla stratificazione arenosa subita dall’antico porto

[4] Negli affreschi, deteriorati e lacunosi, che qui si conservano il re franco (agiografato nella sua sfortunata spedizione contro i mamelucchi d’Egitto ove fu imprigionato) è ritratto con scarsa fedeltà anatomica. Stando infatti alle descrizioni coeve, egli era al contrario piuttosto robusto, biondo e barbuto

[5] Il vino passito che si produce nella zona è, per l’appunto, il rinomato Commandaria

[6] Ad esempio l’inglese “chamberlain”, addetto di camera, ne è una aderente traduzione

[7] Detto cioè delle Quaranta Colonne, per il gran numero di tronconi di colonna ivi disseminati, abbattuti da un terremoto che nel 1222 distrusse il fortilizio

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