L’IMPRIMITURA DELL’ARTEFICE

fig 1fig. 1 – pittura rupestre dalla grotta del Castillo (Santander, Spagna) risalente all’Aurignaco-perigordiano.

fig 2fig. 2 – pittura rupestre da Pech-Merle (Lot, Francia); fase aurignaco-perigordiana.

fig 3fig. 3 – pittura rupestre da Peche-Merle (Lot, Francia). Si notino, in alto a sinistra, le impronte di entrambe le mani. Fase: aurignaco-perigordiana.

1. La concezione del tempo di Bergson, imprescindibile nel torno di tempo a ponte fra XIX e XX secolo, è senz’altro premessa alla relatività temporale di Einstein, alle aporie filosofiche dell’uomo del Novecento, dai temi artistico-letterari come il dinamismo cubo-futurista o la recherche proustiana, sino alle speculazioni di Heidegger.

Per inciso si osservi che le principali e più clamorose scoperte di grotte preistoriche o rinvenimenti di pietre lavorate, sono avvenute tra la fine dell’Ottocento (Altamira) e la prima metà del Novecento (Lascaux), cioè in parallelo con lo sviluppo e la divulgazione dell’opera bergsoniana e dello spiritualismo francese; perciò il presente accostamento estetico, non è davvero peregrino e trova giustificazione in quella affinità di clima  culturale  data dalla contemporaneità  e complanarità degli eventi.

Il filosofo parigino può, quindi, tornarci utile anche come  riferimento  nel campo della visione metafisica dell’arte. Per Henri Bergson [1], infatti, l’osservazione scientifica – attraverso l’analisi – può solo cogliere, dall’esterno, la realtà  relativa delle cose;  l’intuizione [2] al contrario, attraverso la penetrazione nell’oggetto stesso, riesce a coglierne  l’essenza assoluta e metafisica.

E nel caso dell’artista-stregone dell’’età della pietra antica, è proprio questo che accade: l’uomo intuitivo riesce ad introiettarsi nella  realtà da assoggettare al proprio dominio; una realtà che,  in questo modo, non viene rappresentata e descritta, ma immaginata e ricreata.

2. L’assoluto metafisico, come suggerisce Bergson [3] non si esprime per simboli. Il simbolo, per contro, è la parte che rimanda al tutto, ed è proprio della conoscenza analitica.

La mano impressa sulla rupe non è l’allusione alla mano ma è la mano in sé; così come l’animale tracciato con rapide sciabolate di terre colorate non racconta il bisonte (o il cavallo) al di fuori della grotta, ma è l’animale nella sua essenza, generato dal mago delle caverne nel suo rito.

E’ il mezzo, l’artificio per esprimere l’inesprimibile.

E’ l’operare metafisico dell’uomo spirituale.

In breve, per dirla con Benedetto Croce [4], questo gesto  estrinseca attività dello spirito e si traduce in opera d’arte.

Analogamente, una qualsiasi raffigurazione litica di donna ipertrofica (quintessenza della femminilità procreante) è penetrazione intuizionale della realtà e sua ricreazione metafisica.

fig 4fig. 4 – grotta di Tito Bustillo (Ribadasella, Spagna): vulve. La figurazione risale ad una fase di transizione tra il Solutreano ed il Maddaleniano.

fig 5fig. 5 – Venere di Willendorf (aurignaco-perigordiano), Vienna, Museo di storia naturale, sezione preistorica – altezza cm. 11

3. Comunicare per simboli implica invece una mediazione intellettuale (cerebrale, non più intuitiva). E’ una modalità informativa (quindi di tipo conoscitivo), non necessariamente e puramente creativa, che – mediante un segno convenzionale di riconoscimento – è allusiva di una realtà ampliata.

Il simbolo può dirsi un’astrazione in codice.

Se osserviamo i curiosi glifi (v. fig. 4) della grotta spagnola di Tito Bustillo [5], segni arcani fluttuanti come meduse nell’acqua primordiale –  nei quali si è voluto riconoscere l’organo femminile – comprendiamo quanto diverso è  il percorso, non tanto temporale quanto logico, che li separa dalle  cosiddette  veneri aurignaco-perigordiane (fig. 5).

I  simboli sono contrassegni di convenzione (talora cifrati, presso comunità circoscritte); una sorta di ideogramma atto ad esprimere un concetto. Con esso si instaura un rapporto di complicità, in linguaggio criptato, fra emettitore e ricevente.

Benedetto Croce del simbolo ha sottolineato la valenza puramente cognitiva, a discapito dell’intuizione lirica (e come paragone si serve del rapporto fra espressione in prosa e poesia [6]).      

E’ per questo motivo che nell’ Egitto faraonico, una interminabile successione di geroglifici, per quanto esteticamente gradevole e di raffinatissimo segno grafico, ha pur sempre funzione di comunicazione e non può essere definita arte.

4. Nel rito magico l’imposizione manuale implica la capacità di appropriazione dell’officiante.

La mano possiede la facoltà di trasformare le cose: dalle più quotidiane e, apparentemente, comuni (ma con pregnanti  risvolti simbolici) quali impastare il grano o distillare il vino, sino alle lavorazioni più evolute, come modellare la creta o forgiare metalli.    Tant’è che anche nel linguaggio corrente l’intervento soprannaturale è indicato come “mano divina”.

Tra i primissimi vezzi grafici di un bambino, se lo si ricorda, c’è quello di sagomare, per mezzo di una matita, il profilo della propria mano. E’ uno dei più antichi approcci figurativi con il proprio corpo ma anche con la propria identità. Non a caso, nei passaporti di mezzo mondo, è proprio l’impronta digitale che garantisce la nostra irripetibile e inconfutabile connotazione identificativa.

Il successo internazionale di un attore cinematografico, nel secolo scorso, era sancito pubblicamente allorché il divo poteva lasciare, durante una festosa cerimonia ufficiale, lo stampo delle proprie mani (v. fig. 6) nel cemento fresco del marciapiedi antistante il Chinese Theater, ad Hollywood.

 fig 6fig. 6 –  il pavimento con dediche e impronte di mani, lasciate dai divi dello schermo nella Walk of Fame (Los Angeles, Stati Uniti).

5. Quelle antichissime mani preistoriche [7] assumono una ben precisa valenza di appropriazione; tanto della roccia (quasi una marcatura del territorio)  quanto dell’animale che su quella parete rupestre  elegantemente si snoda.

Le imprimiture degli artefici sono state rinvenute in località distanti fra loro: la prima nella grotta del Castillo, presso Santander, nella regione cantabrica della Spagna settentrionale; le altre nella grotta di Peche-Merle, nel dipartimento del Lot (Francia centro-meridionale).

Questo può significare che vi fu similitudine e comunanza di meccanismi logici e processi mentali   derivanti da un medesimo archetipo.

6. Ne è riprova il fatto che siano state reperite le medesime figurazioni, uguali nei colori e nella tecnica, uguali nella disposizione, in luoghi remotissimi e, sicuramente, senza possibilità di contatto o comunicazione; come, addirittura, in Patagonia, cioè al di là dell’oceano Atlantico e nell’estremo lembo australe dell’America [8].

Si tratta di testimonianze della cultura toldense (antiche, all’incirca,  di diecimila anni), in Argentina, dal sito rupestre detto, appunto, Cueva de las Manos, presso il canyon del Rio Pinturas [9].

fig 7fig. 7 – Cueva de las Manos (Patagonia)  VIII-IX millennio a.C. ca.

40,000-year old cave art discoveredfig. 8 – grotta del Borneo 

Così come ne sono state rinvenute in Indonesia, nelle grotte del Borneo (fig. 8), risalenti a 40 mila anni fa.

Sono  pressioni, in negativo ed in positivo cromatico, di mani femminili, tutte sinistre (perché, probabilmente, la mano destra veniva usata per distribuire il pigmento). 

Stampi di mani (ma anche di piedi), sempre secondo il medesimo metodo rappresentativo,  persino con la stessa gamma cromatica, sono documentate fin nella lontana e decentrata in Australia come quelle nel Parco Nazionale del Kakadu (fig. 9) o della Carnarvon Gorge (fig. 10)

fig. 9fig. 9 – grotte di Cannon Hill, Australia settentrionale

fig. 10fig. 10 – pitture aborigene dell’Australia nella Carnarvon Gorge (Queensland)

7. Le similitudini oggettive, tra i repertori di Francia e Spagna, possono anche significare che, di fatto, nell’Europa del Paleolitico Superiore vi fossero rapporti, interferenze e scambi, molto più fluidi di quanto potremmo supporre.

Si può, quindi, ipotizzare che la stanzialità dei gruppi tribali dell’età della pietra antica  fosse stagionale e che,   comunque, in subordine alle condizioni climatiche ed ambientali, persistessero le attitudini migratorie del nomadismo delle origini [10].

Le affinità stilistiche esistenti, non solo tra le mani impresse nelle grotte che, passando per i Pirenei, si susseguono dall’Aquitania alla cordigliera cantabrica; ma anche, e soprattutto, tra graffiti e pitture rupestri (a carattere zoo/antropo-morfo) della regione sahariana, della costa  del Levante spagnolo e della Sicilia, dimostra come nel quadrante euro-africano, che si affaccia attorno al Mediterraneo (fig. 11), dovessero, certamente, esistere  precise direttrici e continuità di itinerari (attraverso quelli che sono gli attuali stretto di Gibilterra e canale di Tunisi, fig. 12). Ad est, attraverso la penisola anatolica fu possibile raggiungere la regione balcanica.

fig 11fig. 11 – quadrante Mediterraneo nell’era glaciale

12fig. 12 – direttrici di diffusione di Homo Erectus/Sapiens dall’Africa verso l’Europa

NOTE

[1] “…un assoluto non può essere dato che per intuizione, mentre tutto il resto dipende dall’analisi. Intuizione chiamiamo qui la simpatia per cui ci si trasporta all’Interno di un oggetto, in modo da coincidere con ciò che esso ha di unico e, conseguentemente, di inesprimibile.” v. H. Bergson: Introduzione alla metafisica [1903], ediz. Laterza, Roma-Bari, 1998, pag. 45

[2] Nell’accezione latina da intus (= dal di dentro)

[3]La metafisica è, dunque, la scienza che pretende di fare a meno dei simboli.” v.  H. Bergson, op. cit. alla nota 29, pag. 46

[4]  Sul tema v. Benedetto Croce, Breviario di estetica (1912) ed Aesthetica in nuce (1928), ediz. congiunta Adelphi, 1990

[5] presso Ribadesella, risalenti alla fase di transizione fra solutreano e maddaleniano

[6]   B. Croce, La poesia (1936), ediz. Adelphi, Milano 1994, pag. 29

[7]  Vedi figure 1, 2 e 3 in alto

[8]  Vedi fig. 7 e confronta con figg. 1, 2, 3

[9]  Nella regione di Santa Cruz, a metà strada fra Perito Moreno e Bajo Caracoles

[10]  E’ ormai acquisito come dal cuore dell’Africa – e precisamente dalle gole di Olduvai, in Tanzania – si sia dipanata, in quel continente, l’espansione della razza umana e da qui abbia raggiunto l’Europa. Ma che contestualmente ciò sia avvenuto anche in altre parti del più vasto mondo, liberandoci dalla sovrastruttura mentale che impone la nozione, legata alla teoria creazionista, di un solo e unico uomo progenitore del nostro genere, E’ probabile invece che ci sia stato un policentrismo, cioè più fulcri, nei diversi continenti, di diffusione di Homo Erectus destinato a divenire Sapiens

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...