Pietro Camporese “Giuniore” (1792? 1807-1873)

Il rampollo di casa Camporese, il giovane Pietro, il rappresentante della terza generazione di questa famiglia di architetti romani fra Sette e Ottocento, ci si presenta sin da subito con una serie di quesiti, difficili da mettere a fuoco, relativi alla sua persona: innanzi tutto su chi gli sia padre e – fatto non secondario – sulla effettiva data di nascita.

Benché il Gasparoni ed il Moroni identifichino Pietro Camporese il Giovane come figlio di Giuseppe, nelle note biografiche successive è invalso l’uso di indicarlo come figlio di Giulio. A conferma della paternità di Giuseppe va anche citata una lettera di Pietro* indirizzata il 24 marzo 1834 a Gaspare Salvi, presidente dell’Accademia di San Luca, come accompagnamento alla tela che ne ritrae il genitore (Incisa della Rocchetta, 1979, p. 62). 

* Ove scrive: “Era sul punto di farsi ritrarre quando sventuratamente fu colto da improvvisa ed ahi! troppo miserabile e prematura morte” (Archivio dell’Accademia di San Luca, busta 83, n. 135)

Dal momento che il Gasparoni scrive quando Giulio è ancora vivo e Pietro è in piena attività si è propensi a prestargli credito e supporre che successivamente – magari per un refuso poi pigramente reiterato (dall’Allgemeines Lexikon der Bildenden Kunstler, del 1911, al Dizionario biografico degli Italiani, Treccani 1974) – si sia consolidato lo scambio di parentela.

Pietro Junior (o “Giuniore” come lo chiama il Moroni, 1878, p. 27) – ovunque indicato come nato a Roma il 22 maggio 1792 – si formò alla scuola di zio e padre, i due affermati fratelli architetti Giulio e Giuseppe Camporese e, dopo avere frequentato l’Accademia di San Luca entrò a farne parte come membro attivo, divenendo accademico di merito nel 1840.

L’enigma si infittisce dal momento che nel cimitero romano del Verano, al Pincetto Vecchio, il poggio sovrastante il fianco sinistro della basilica di S. Lorenzo, esiste una tomba di famiglia a memoria di Pietro Camporese “architetto illustre”. Dalla lapide, sia pur poco leggibile, si può con sicurezza trascriverne il seguente testo: “Ingegno forte di propositi tenace, patì per la Patria XI anni di esilio. Nacque il XXIII febbraio MDCCCVII. Morì a compiere l’anno LXVI.”. Vale a dire che il Pietro Camporese in questione ha dei dati anagrafici che contrastano con quanto sinora acquisito. Se è nato il 23 febbraio 1807 ed è vissuto 66 anni, l’anno della sua morte viene a coincidere con il 1873, cioè con la data unanimemente** riportata nelle biografie note.

** Fra tutte le opere consultate solo Incisa della Rocchetta (1979, p. 67) per Pietro Camporese il Giovane riporta come data di nascita il 23 febbraio 1807 e come data di morte il 3 febbraio 1873. La datazione altrove fluttua: Anna Lisa Genovese (2016) riporta 1806-1873; per Daniele Tonini (2009) invece il lasso temporale anagrafico diventa 1805-1873

Ci troviamo dunque di fronte a questa fondamentale incongruenza sulla nascita dell’architetto: 23 febbraio 1807 anziché 22 maggio 1792, con uno scarto di ben 15 anni! Un po’ troppo per una semplice inesattezza…  Di conseguenza vacilla la compatibilità con la datazione degli incarichi, delle mansioni, delle opere realizzate. Anche gli anni di esilio***, sulla pietra tombale in numero di 11, sono in contrasto con il periodo di allontanamento di Pietro da Roma che sapevamo essere stato dal 1861 al 1869.

*** L’esilio di Pietro Camporese dallo Stato Pontificio era avvenuto per motivi politici. Il provvedimento fu comunicato all’Accademia di San Luca, ove era consigliere della classe di architettura, con quasi un anno di ritardo, mediante lettera datata 14 gennaio 1862, nella quale si imponeva la cancellazione del Camporese dall’albo degli accademici (Picardi, Racioppi, 2002, pp. 428-429)

Si deduce che Pietro sarebbe tornato in città non prima della presa di Roma (20 settembre 1870) da parte dell’esercito sabaudo.

Infine, da non sottovalutare l’aspetto fisico: la figura scolpita sulla pietra del Verano ci mostra un uomo smagrito e accigliato, con tanto di barba, mustacchi e favoriti, assai lontano dal morbido e bonario viso nel quadro di Luigi Durantini conservato all’Accademia di San Luca e intestato come “P. Camporese Arch.tto”. Come però vedremo più avanti, l’identificazione del ritratto ad olio su tela con Pietro è stata messa in discussione e si è ormai propensi a riconoscere nell’uomo del quadro Giulio Camporese (e se ne spiegherà il perché).

pietro camporeseIn alto: tomba di Pietro Camporese al Verano (nato il 23 febbraio 1807, morto all’età di 66 anni nel 1873). Che sia morto sessantaseienne l’iscrizione non lascia dubbi. Al contrario, computando l’età  dal 1792, si ha una durata di vita di ben 81 anni. Si tratta allora di due persone diverse?

Per la data di morte c’è invece concordanza e tutti riportano il 1873! Ma c’è una stranezza da segnalare: nelle note biografiche – pressoché tutte ad eccezione di Incisa della Rocchetta – la data di morte di Pietro il Giovane viene trascritta addì 23 febbraio, vale a dire il giorno di nascita riportato nella lapide del Verano! Solo Incisa della Rocchetta parla del 3 febbraio 1873. Un refuso?

In conclusione: tutta una serie di controsensi che apre una sequela di interrogativi.

Chi è questo Pietro Camporese del Pincetto Vecchio? E’ difficile credere che i fratelli Giulio e Giuseppe Camporese abbiano tutt’e due avuto un figlio maschio battezzato con il nome del nonno Pietro, e che sia scaturita da qui la confusione sull’attribuzione di paternità (ci sono scritti che danno Pietro come figlio di Giulio ed altri come figlio di Giuseppe, ma sono troppi gli elementi che confermano la paternità di Giuseppe). Tra Giulio e Giuseppe c’è una differenza di età di 7 o 9 anni****, ma basta questo a giustificare il divario di 15 anni fra due ipotetici cugini di nome Pietro, uno nato nel 1792 l’altro nel 1807? E se così fosse, dove comincia il lavoro dell’uno e dove finisce quello dell’altro? E come districare i due profili che si intrecciano?

**** Dipende se Giuseppe sia nato nel 1763 come sostenuto dal Gasparoni e dalle biografie a seguire o se sia nato nel 1761 come scrive Fabrizio Di Marco, sulla scorta delle ricerche all’Archivio Storico del Vicariato di Roma (2007)

Troviamo Pietro Camporese il Giovane aiutante di Pasquale Belli –  il ben conosciuto amico di famiglia da molti anni – nella prima fase di ricostruzione della basilica di S. Paolo fuori le mura che era stata devastata da un violento incendio nel 1823 e al quale nel 1825 era stata affidato in un primo momento il progetto di restauro (passato poi al Poletti). Nel 1825 Pietro sarebbe diciottenne e per essere a bottega dal Belli l’età sembra più credibile (che non se fosse trentatreenne).

Al contrario pone più di qualche perplessità sapere che Pietro avrebbe solo 13 anni – se nato nel 1807 – quando nel 1820 partecipa al saggio scolastico di disegno architettonico all’Accademia di San Luca, con un progetto sul tema “Edificio per esposizione di Belle Arti” (Marconi, 1974, vol. 1, p. 73; Picardi, 2002, pp. 384-385). In quell’anno Giulio e Giuseppe Camporese facevano parte della commissione accademica. Decisamente un dato che contrasta con l’età che avevano i compagni d’Accademia che, a quanto è dato sapere, erano almeno già ventenni. Tutto sommato resta questo il vero e più complicato nodo da sciogliere.

1820

1820 bisIn alto: i disegni per l’Accademia di San Luca di Pietro Camporese datati 1820 (Archivio Storico dell’Accademia di San Luca, Saggio scolastico 1820, tavole nn. 1989 e 1991). E’ davvero impensabile che possano essere lavoro di un tredicenne! E’ assai più credibile che il Nostro avesse 28 anni (se nato nel 1792). Ma allora il Camporese del Pincetto nato nel 1807 è un’altra identità?

PARBONI 1829In alto: Veduta dell’incendio di S. Paolo, incisione di Pietro Parboni da Nuova raccolta delle principali vedute antiche e moderne dell’alma città di Roma e sue vicinanze, Roma 1929. Pietro Camporese il Giovane è aiutante di Pasquale Belli nella prima fase di ricostruzione della Basilica

Nel 1833 Pietro – che a quella data avrebbe 26 anni e non 44  ed era membro dell’Accademia dei Virtuosi del Pantheon –  faceva parte della commissione presente all’apertura della tomba di Raffaello Sanzio; con l’occasione si dedicò al progetto, rimasto soltanto un virtuosistico divertissement accademico, per un catafalco funebre all’Urbinate (Genovese, 2016, pp. 134-135)

pietro camporese raffaelloIn alto: Pietro Camporese il Giovane, progetto per il monumentale catafalco funebre in onore di Raffaello Sanzio, 1834 (Genovese 2016. p. 135)

Nel 1834 gli viene affidato il restauro della chiesa dei SS. Vito e Modesto all’Esquilino,  a ridosso dell’arco di Gallieno. La libera delle sovrastrutture che ne avevano alterato la facies medievale, riportandola alla asciutta, severa sobrietà paleocristiana. In seguito, l’edificio, in occasione degli stravolgimenti urbanistici della Roma umbertina, sarà oggetto di importanti e radicali trasformazioni ad opera dell’architetto Alfredo Ricci, che ne modificarono radicalmente l’assetto con il ribaltamento dell’asse longitudinale e la creazione una nuova facciata su via di Carlo Alberto facendone il prospetto principale sull’arteria di nuovo impianto.

giuseppe vasi incisione di s. vito

la facciataIn alto: la chiesa dei SS. Vito e Modesto in una incisione di Giuseppe Vasi del 1761 prima del restauro di Pietro il Giovane (1834) che la libera  dalle sovrastrutture barocche

vitoIn alto: il prospetto posteriore della chiesa dei SS. Vito e Modesto con affaccio su via Carlo Alberto (1900)

Più impegnativo l’incarico per il rifacimento della facciata del teatro Argentina (1837). Noi siamo abituati a vederlo campeggiare su una smisurato piazzale successivo agli sventramenti del periodo fascista per liberare l’area sacra di largo Argentina, ma sicuramente l’impatto visivo doveva essere ben diverso quando si trovava in un più compatto tessuto urbano. Il disegno del prospetto segue i modi dettati a Roma dal neoclassicismo del Valadier.

Teatro Argentina 1888

Teatro dell'Argentina

largo argentinaIn alto: Pietro Camporese il Giovane, facciata del teatro Argentina (1837). )n una foto di fine Ottocento ed oggi (inquadrata dagli scavi dell’Area Sacra)

Uno dei progetti più interessanti del giovane Pietro è il riadattamento di palazzo Wedekind a piazza Colonna, adibito a palazzo delle poste pontificie, dove la soluzione adottata è quella di addossare alla facciata dell’edificio un portico di nuovo impianto, utilizzando delle splendide e snelle colonne antiche, di stile ionico, provenienti da Veio. Il risultato è qualcosa di meno freddo e più innovativo rispetto alla generazione precedente, che segna un cambio di passo nella seconda fase del neoclassicismo romano, che guarda all’architettura del Cinquecento ed è più vibratile.

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wedekind 3In alto: Pietro Camporese il Giovane, facciata di palazzo Wedekind, già delle poste pontificie. Particolare del portico con le colonne da Veio (1838), nel più elegante stile neoclassico

Risale infatti al 2 gennaio 1836 un suo articolo, pubblicato senza firma su “L’Album”, vol. 2, p. 339, ove sferra un acceso attacco al neo-goticismo – la cui moda stava allora diffondendosi – con una difesa a spada tratta della italianità che si esprime attraverso l’architettura classica e cinquecentesca. Principio questo a cui si ispira proprio la poetica del Camporese.

Nel 1839 viene nominato Cavaliere (De Dominicis, vol. I, p. 199).

Siamo arrivati al 1840 quando è accolto come accademico di merito a San Luca e quando dirige i lavori presso l’ospizio degli Orfani, a fianco di S. Maria in Aquiro (chiesa che proprio l’avo paterno aveva completato). Si tratta – come testimonia pressoché in contemporanea il Nibby (1841) – di un rinnovamento di “quasi tutto l’edificio dalle fondamenta con buona architettura del cav. Pietro Camporese”. La pia istituzione era stata voluta alla metà del XVI secolo da Paolo III Farnese ed ora la Camera Apostolica ne aveva deliberato la ristrutturazione. Il Camporese, che è un neo-cinquecentista, resta fedele ai dettami del classicismo bramantesco romano.

piazza s. maria in aquiro Nolli 1748In alto: il complesso di S. Maria in Aquiro a piazza Capranica, 330 nella pianta del Nolli, 1748 (a mezza via fra Pantheon e Adrianeo)

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istituto orfani aquiroIn alto: Pietro Camporese il Giovane, Ospizio degli orfani di S. Maria in Aquiro (1840)

Ben più impegnativa la costruzione dell’ospedale di S. Giacomo degli Incurabili, protrattasi dal 1831 al 1846, un vasto complesso fra via del Corso e via di Ripetta. Nel 1843 sono completate le due ali prospettanti sul Corso, ai lati della chiesa barocca di S. Giacomo in Augusta, che viene così ad essere incorniciata fra questi due bassi corpi perfettamente armonizzati nell’insieme, dando così prova di una riuscitissima soluzione urbanistica di omogeneità stilistica e d’impianto. Le finestre serliane denunciano la predilezione verso la bella maniera cinquecentesca.

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via canova verso via ripetta

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SAN GIACOMOIn alto: Pietro Camporese il Giovane, ospedale di S. Giacomo degli Incurabili, ali laterali su via del Corso (1843) e corpo longitudinale su via A. Canova. Gli interni in una foto risalente alla metà del secolo scorso. In fondo al severo fianco laterale, si intravede l’Accademia di Belle Arti, anche questa opera del Nostro

 

Di Pietro il Giovane anche il vicino Istituto di Belle Arti in via Ripetta (1845). Si tratta di due edifici  raccordati da un emiciclo colonnato che fronteggia il Lungotevere in prossimità dell’allora esistente porto di Ripetta.

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ripetta

ferro di cavalloIn alto: Pietro Camporese il Giovane, il complesso a ferro di cavallo dell’Istituto di Belle Arti in via di Ripetta (1845)

Sua anche la facciata della piccola chiesa di S. Benedetto in Piscinula, del 1844, un restauro condotto in modo che oggi definiremmo invasivo, con la demolizione del nartece anteposto al portale d’ingresso e la rimozione di due splendide colonne antiche di granito. La facciata si ispira al Valadier e al suo S. Pantaleo, sia pure in scala ridotta.

benedetto piscinulaIn alto: Pietro Camporese il Giovane (?), S. Benedetto in Piscinula a Trastevere

Il pontificato di Gregorio XVI (1831-46) registra un periodo di alacre operosità per il rampollo di casa Camporese, con una cospicua mole di incarichi, tanto da suscitare nella concorrenza una sorta di ostilità nei suoi confronti, culminata nel sospetto che qualche cardinale ne ricavasse beneficio. E’ quanto maliziosamente allude una pasquinata cui fa cenno Nicola Roncalli in Cronaca di Roma (vol. I, p. 62).

Tant’è che con l’avvento di papa Pio IX l’attività del giovane Pietro subisce una contrazione, soprattutto per quanto riguarda gli incarichi camerali.

Nel 1848 progetta, su incarico dei Redentoristi, la cappella di S. Alfonso de’ Liguori a S. Maria in Monterone, la chiesa dirimpetto alla casa di famiglia (sappiamo che Giuseppe visse nel palazzetto al civico 12 di quella via).

Monterone

Foto3004In alto: Pietro Camporese il Giovane, Cappella di S. Alfonso de’ Liguori a S. Maria in Monterone (1848) 

Venute a mancare le grandi commissioni, gli si devono in quel periodo costruzioni civili minori menzionate dal Gasparoni: due palazzetti per F. Cagiati in via Frattina e a via del Corso; il casamento di F. Borgognone a piazza della Pigna; un edificio presso S. Chiara.

frattinaIn alto: Pietro Camporese il Giovane, casa per Franceco Cagiati in via Frattina

pigna

piazza dellapignaIn alto: Pietro Camporese il Giovane, casamento per Filippo Borgognoni in piazza della Pigna

santa chiara

chiara 1In alto: Pietro Camporese il Giovane, edificio a S. Chiara, di ispirazione bramantesca

Il palazzetto per F. Cagiati su via del Corso descritto nell’Architetto girovago dal Gasparoni (pp. 65-66) – dirimpetto a palazzo Lozzano (l’attuale hotel Plaza) – è stato demolito ai primi del Novecento  per far posto all’edifico dell’Unione Militare di via Tomacelli.

Gasparoni (Le fabbriche dei nostri tempi, 12 gennaio 1850) descrive anche un casamento a via di Ripetta su progetto del cavalier Pietro Camporese. Dagli elementi stilistici tracciati nell’articolo la costruzione è identificabile nel corpo di fabbrica ad angolo con via Angelo Brunetti.

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ripetta 2In alto: cavalier Pietro Camporese, casamento in via di Ripetta

All’inizio degli anni Sessanta Pietro Camporese, che già faceva parte del Comitato nazionale romano, aderì al partito liberale di opposizione e nel 1861, anno di nascita del Regno dell’Italia unita, affrontò la via dell’esilio, palesando pubblicamente il proprio schieramento politico. Equidistante fra moderati e democratici, fautore di una iniziativa risolutiva del problema di Roma Capitale, manifestando il proprio appoggio a Garibaldi, nel 1862 sollecitava giudiziosamente i vecchi amici romani: “Non dico che vi associate, ma non vi isolate” (Roma, Museo centrale del Risorgimento, b. 243-7, 10).

In vista del provvisorio trasferimento della capitale a Firenze, dovendosi completare i lavori per la facciata del duomo, Pietro Camporesi fu chiamato a far parte della commissione esaminatrice dei progetti partecipanti.

Nel lungo periodo d’esilio lo troviamo a Forlì dove nel 1863 è nominato ingegnere d’ufficio di quel Comune, capoluogo di provincia del neonato Regno d’Italia, dove stavano riparando numerosi fuoriusciti politici. Nel 1867 il Consiglio Comunale forlivese delibera la costruzione del nuovo impianto cimiteriale e ne affida l’incarico proprio all’architetto romano. I lavori ebbero inizio il 31 agosto 1868, ma dopo il ritorno di Pietro nella Capitale dirigerà i lavori l’architetto locale Gustavo Guerrini (Tonini, 2009), con non poche modifiche al progetto originario. Del disegno del Camporese resta salvo solo il perimetro: un quadrato perfetto di 140 metri per lato, delimitato da solenni porticati, sulla falsariga del quadriportico al Verano del Vespignani. Nell’articolo del Tonini fa la comparsa un’altra data di nascita per il Camporese: il 1805, riuscendo a scompigliare ancora di più – qualora ce ne fosse bisogno – le indeterminatezze anagrafiche sul Nostro!

forlì

ingresso monumentaleIn alto: cimitero storico di Forlì. Impianto quadrilatero originario del Camporese (1867) e ingresso monumentale

Quando il nuovo corso di conciliazione incoraggiato dallo stesso Pio IX permise la distensione dei rapporti, nel 1869 avrebbe fatto ritorno in città. Dal momento che la lapide sulla tomba di famiglia parla di 11 anni di esilio, il ritorno potrebbe essere avvenuto solo dopo Porta Pia.

Di nuovo a Roma, coordinò i radicali lavori di restauro alla chiesa di S. Tommaso di Canterbury in via Monserrato, che erano iniziati nel 1866 (quando Pietro era ancora esiliato in Romagna) e che saranno completati, dopo la sua morte, dagli architetti Luigi Poletti e Virgilio Vespignani che già lo affiancavano nell’incarico. Di mano del Camporese è sicuramente l’impianto planimetrico a tre navate e forse il prospetto laterale dell’edificio che affaccia sulla strada. Quest’ultimo, insolitamente per lui,  disegnato in stile neoromanico, una maniera che non era nelle sue corde; forse suggeritagli dalla committenza britannica che aveva una naturale predilezione per il neomedioevalismo. Un cambio di passo nel modo di fare architettura del Camporese che suscita delle perplessità sull’effettivo ruolo progettuale del suo collaboratore Poletti.

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CANTERBURY 3

MINOLTA DIGITAL CAMERAIn alto: Pietro Camporese il Giovane, S. Tommaso di Canterbury in via Monserrato, Roma, 1869

Il 20 settembre 1870, storica data della breccia di Porta Pia, le truppe italiane erano entrate in Roma. La città dei Papi si era arresa ed il pontefice si era barricato in Vaticano, mentre i Savoia proclamano la città nuova capitale del Regno.

Pietro Camporese viene eletto consigliere comunale, caldeggiato dal Circolo romano di tendenze democratiche. Ma ormai l’anziano architetto, settantottenne***** e malandato di salute, se ne resta in disparte, accontentandosi di incarichi onorifici, come la presidenza della commissione per lo studio di un piano di sviluppo urbanistico di Roma, con l’intento di dare una linea organica ad una crescita che si prospettava disordinata e minacciata dagli interessi speculativi privati di altolocati proprietari terrieri (si veda la relazione di P. Camporese in Atti del Consiglio comunale di Roma, vol. 1870-71, p. 384 e ss., seduta del 3 giugno 1871).

***** Se nato nel 1792, sessantaquattrenne se del 1807

Appena un paio di anni dopo, il 23 febbraio 1873, muore a Roma, all’età di 81 anni (stando alle note biografiche circolanti). Gli anni diventano 66 sulla lapide funebre del Verano.

luigi durantini ritratto di pietro camporese il giovaneIn alto: Luigi Durantini (1791-1857), ritratto di P. Camporese Arch.tto. L’identificazione con Pietro il Giovane è stata confutata come erronea dal Pietrangeli (1974, p. 22), sulla scorta dell’onorificenza dell’Ordine del Moretto ostentata sulla giacca. Questa medaglia veniva concessa ai soli presidenti dell’Accademia. L’unico Camporese che ricoprì l’incarico fu Giulio e non il nipote Pietro

Link: 

muromaestro.wordpress.com/2018/04/06/giulio-e-giuseppe-camporese-fratelli-architetti/

 

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verano 3In alto: tomba di Pietro Camporese al cimitero Verano di Roma. La lapide è ormai quasi illeggibile ma l’iscrizione recita incontrovertibilmente: “Pietro Camporese Romano / Architetto illustre / Ingegno forte di proposito tenace / Patì per la Patria XI anni di esilio / Nacque il XXIII di febbraio MDCCCVII / Morì a compiere l’anno LXVI / La famiglia pose”

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

P. Odescalchi, De’ nuovi lavori eseguiti nella diaconia dei SS. Vito e Modesto, Roma 1837, p. 4 e passim

F. Gasparoni, Sul ritrovamento delle obliate reliquie di Raffaele Sanzio e sul progetto di un funebre catafalco ideato in quella occasione dal cav. Pietro Camporese, Roma 1837

A. Nibby, Roma nell’anno MDCCCXXXIII, Parte Seconda Moderna, Roma 1841, pp. 121-122

F. Gasparoni, L’architetto girovago, Roma 1842, pp. 65, 164 e s., 210, 212

P. E. Visconti, Città e famiglie nobili e celebri dello Stato Pontificio, Roma 1847, vol. II, Monumenti moderni, p. 676

N. Roncalli, Cronaca di Roma 1844-1848, vol. I, a cura di M. L. Trebiliani, Roma 1972, p. 44, p. 62, p. 337, indice p. 411

G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastico, Tipografia Emiliana, Venezia, vol. XII, p. 220, 1841; vol. XLIX, p. 273, 1848; vol. LII, p. 58, 1851; vol. LIV, p. 314, 1852; vol. LVI, p. 307, 1852; vol. LXVIII, p. 47, 1854; vol. LXXIX, p. 209,1855; Indice,  vol. II, p. 27, 1878

F. Gasparoni, Le fabbriche de’ nostri tempi per ciò che è disegno, ordine e misura, Roma, 22 gennaio 1850, pp.2-3; 26 gennaio 1850, pp. 4-6; 27 gennaio 1851

S. Imperi, Della chiesa di S. Maria in Aquiro, Roma 1865, p. 92

U. Thieme, F. Becker, Allgemeines Lexikon der Bildenden Kunstler, vol. V Liepzig 1911, vol V, p. 478

L. Casanelli, S. Benedetto in Piscinula, in “Capitolium”, anno X, giugno 1934, pp. 299-308

A. Muñoz, Roma nel primo Ottocento, Roma 1961, pp. 219 e s.

C. Ceschi, Le chiese di Roma dagli inizi del Neoclassico al 1961, Roma 1963, p. 83, fig. 90;

Dizionario enciclopedico di architettura e urbanistica, Istituto Editoriale Romano, Roma 1968, vol. I, sub voce, p. 480

Roma capitale. Documenti 1870, II, a cura di C. Tupputi Lodolini, Roma 1972, pp. 32, 260

C. Pietrangeli, Origine e vicende dell’Accademia, in L’accademia Nazionale di San Luca, De Luca, Roma 1974, p. 22

P. Marconi, A. Cipriani, E. Valeriani, I disegni di architettura dell’Archivio storico dell’Accademia di San Luca, 2 voll., De Luca, Roma 1975, vol. I, p. 73 e nn. 1989-1994

P. Picardi, P. P. Racioppi, Le scuole mute e le scuole parlanti. Studi e documenti sull’Accademia di San Luca nell’Ottocento, De Luca, Roma 2002, pp. 196, 384-385, 428-429,

F. Di Marco, Giuseppe Camporese (1761-1822),  in Contro il barocco, catalogo della mostra, Roma, Accademia di San Luca, 19 aprile-19 maggio 2007, Campisano Editore, Roma 2007, pp. 431-437

D. Tonini, Pietro Camporese il Giovane (1805-1873) architetto e patriota romano. La genesi del cimitero monumentale di Forlì, in “Romagna Arte e Storia” n. 85, anno XXIX, 2009, pp. 65-93

A, L. Genovese, I Virtuosi e Raffaello nell’Ottocento, in V. Tiberia, La collezione della Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon, Scripta Manent, Roma 2016, p. 116 e ss., scheda su Pietro Camporese il Giovane, pp. 134-135

C. De Dominicis, Amministrazione pontificia 1716-1870. Repertorio biografico, vol. I (lettere A-L), Roma 2017, p. 199

 

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