I CAMPORESE. Tre generazioni di architetti a Roma fra Sette e Ottocento

A connotare e caratterizzare il profilo architettonico di Roma, in particolare della Roma moderna, cioè dell’immagine urbana storicizzata, vale a dire quella del manierismo cinquecentesco e del barocco seicentesco, sono stati architetti e artisti venuti da fuori. Nessuno o quasi era romano di nascita, anche se poi a Roma hanno compiuto la propria formazione e sono assurti a gloria e fama. Da Bramante a Michelangelo, dal Maderno a Bernini, dal Vignola a Borromini sono tutti approdati nel centro della cristianità per esaltare la magnificenza della corte pontificia e della città eterna.

Sono ben pochi gli architetti nati e cresciuti nella Capitale italiana. Tra questi si segnala una famiglia, quella dei Camporese, che fra XVIII e XIX secolo hanno dato ai papi e alla nobiltà capitolina ben tre generazioni di architetti.

Il capostipite è PIETRO CAMPORESE IL VECCHIO (o Senior come lo chiama il MORONI nel suo Dizionario di erudizione storico-ecclesiastico), che nasce a Roma il 20 ottobre del 1726. E’ lui, padre di Giulio e Giuseppe e nonno di Pietro il Giovane (o Junior) apripista della tradizione, trasmessa di padre in figlio, per un secolo e per tre generazioni, di una famiglia dedita alla nobile arte del costruire.

Oscure le sue origini e la sua formazione. Lo studio di Fabrizio Di Marco (2007) ha cercato di diradarne le ombre, con la ricostruzione biografica che se ne ricava sulla scorta delle ricerche presso l’Archivio Storico del Vicariato di Roma, consultando le schede del fondo Taglioni. Figlio di Carlo Camporese (1685-1760) e di Angela Manuti, fu battezzato nella chiesa di S. Maria Aquiro (la stessa di cui da adulto, quasi cinquantenne, completerà la facciata). Aveva quattro sorelle, tutte più grandi di lui: Margherita, Felicita, Maddalena, Francesca. Il padre Carlo era un artigiano ebanista, specializzato nei lavori di falegnameria e nella realizzazione di modelli architettonici (come quello per palazzo Poli di Nicola Salvi). Piuttosto dubbi ed esili gli elementi per ricollegare la famiglia romana al ramo dei Camporesi di Bologna.

nicola salviIn alto: plastico in legno realizzato da Carlo Camporese per Nicola Salvi (facciata di palazzo Poli cui sarà addossata la celeberrima Fontana di Trevi), 1733-35

Di Pietro Camporese si ha notizia dal 1754, quando ventottenne si aggiudica il secondo premio al concorso Clementino dell’Accademia di San Luca nella prima classe di architettura. Si trattava di un progetto a tema, un tempio o cattedrale con cupola, campanile e edifici adiacenti. Il suo lavoro echeggia gli stilemi tardo-barocchi ancora dominanti a Roma ma con venature classicheggianti, nella capitale della romanità mai del tutto sopite, anticipatrici del neoclassicismo architettonico che presto si affermerà in tutta Europa (cfr. FASOLO, Classicismo romano nel Settecento).

P. Camporese 1754In alto: progetto di Pietro Camporese il Vecchio, secondo classificato al concorso Clementino del 1754 (Archivio Storico dell’Accademiadi San Luca)

In quello stesso anno era nato il figlio Giulio, avuto da Maria Angela de’ Ghirarducci. Nel 1763 (ma altre fonti – quelle citate dal Di Marco – indicano il 1761). quando ha già 37 anni, nasce il secondogenito maschio, GiuseppeUn terzo loro figlio, Tommaso Camporese (n. 1767?) morì prematuramente all’età di vent’anni. La coppia ebbe anche due figlie femmine: Anna Maria e Anna Lutgarda (Di Marco, 2007).

Dopo gli anni accademici lo troviamo apprendista architetto a bottega di Mauro Fontana, nipote del più noto Carlo Fontana che gli era zio. Grazie agli appoggi del cardinal Antonio Casali, Pietro Camporese viene introdotto negli ambienti della curia e ottiene i primi incarichi professionali.

Nel 1775 Pietro diviene membro dell’Accademia di S. Luca. Ha 49 anni e presto diventerà insegnante in seno all’Accademia di San Luca.

Della sua produzione architettonica non si ha documentazione diretta ma ci è noto che già sotto Clemente XIV (1769-1774) e successivamente sotto Pio VI, collaborò con Michelangelo Simonetti (1724-1781) all’ampliamento dei Musei Vaticani, nelle nuove sale del Museo detto appunto Pio-Clementino.

simonettisala a croce grecaIn alto: M. Simonetti e Pietro Camporese il Vecchio, Sala a croce greca, Musei Vaticani, nei modi dichiaratamente neoclassici (in un affresco sulla parete dei Musei stessi e in una foto di fine Ottocento)

sala a croce greca

sala rotondaIn alto: M. Simonetti, con la collaborazione di Pietro Camporese il Vecchio, ingresso e sala rotonda nel nuovo braccio Pio-Clementino

Dal 1776, coadiuvato dal giovane Pasquale Belli (1752-1783), si dedicò al riadattamento del Collegio Germanico-Ungarico presso S. Agostino, un possente e grave corpo di fabbrica di disegno tardo barocco.

germanico scrofa

cortile germanico

collegio germanico via dellascrofa

scrofa

cinque luneIn alto: la mole dell’ex Collegio Germanico-Ungarico (oggi trasferitosi in via S. Nicola da Tolentino), inquadrato da via della Scrofa e da piazza delle Cinque Lune. La rielaborazione e ampliamento dell’edificio si deve a Pietro Camporese il Vecchio coadiuvato da P. Belli

Per Flavio Chigi l’architetto trasformò una villa fuori porta Salaria, acquistata nel 1763 (nel 1776 vennero terminati il casino ed il giardino, cfr. INCISA DELLA ROCCHETTA, 1961).

villa chigi ripresa aerea

villa chigi salaria

chigi salariaIn alto: villa Chigi fuori Porta Salaria su progetto di Pietro Camporese il Vecchio (1776 c.)

Con l’incarico di architetto pontificio, Pietro Camporese studiò la sistemazione di una colonna antica, trovata nel 1777 in Campo Marzio, da collocarsi nella piazza antistante il palazzo Montecitorio, ma il progetto non ebbe seguito. Si tratta della colonna dell’Immacolata che molti decenni dopo, nel 1857, sarà alzata da Luigi Poletti (1792-1869) in piazza di Spagna.

Di nuovo affiancato dal Belli, ritroviamo il Camporese nel convento di Subiaco, dove, su iniziativa di Pio VI (1775-1799), che ne era stato abate commendatario, furono realizzati nuovi corpi aggiunti e per il papa Braschi fu innalzato un arco trionfale in stile anticheggiante, che sarà inaugurato nel 1789 otto anni dopo la morte del Nostro. Fu Pietro il Vecchio ad iniziare, sempre a Subiaco,  il progetto per l’imponente chiesa di S. Andrea, che sarà terminata dai figli Giulio e Giuseppe Camporese.

271-2167-2-PB (3) - CopiaIn alto: affresco di Liborio Crocetti nella Casa della Missione a Subiaco, appartamento del commendatario, in cui appare il prospetto est del palazzo, commissionato a Pietro Camporese il Vecchio e portato a termine dai figli

subiaco

subiaco casa della missioneIn alto: l’austero corpo di fabbrica della Casa della Missione commissionato da papa Braschi al vecchio Pietro. Sullo sfondo la Rocca Abbaziale di Subiaco

subiaco arco trionfale

subiaco arco trionfaleIn alto: Subiaco, arco trionfale in onore di Pio VI (in una foto d’epoca e ai nostri giorni)

s. andrea subiaco.JPG

subiacoIn alto: Subiaco, chiesa di S. Andrea, iniziata da Pietro il Vecchio e completata dai figlio Giulio e Giuseppe Camporese

Nel Viterbese, la Tuscia dello Stato Pontificio, impiantò alcune fabbriche religiose alla cui costruzione contribuirono in misura non marginale entrambi i figli, Giulio e Giuseppe. Si tratta di S. Nicola a Soriano nel Cimino e chiesa dell’Assunta a Gallese, completate entrambe dopo la sua morte.

soriano nel ciminoIn alto: Soriano nel Cimino, chiesa di S. Nicola

gallese duomo assuntaIn alto: Gallese, chiesa dell’Assunta

Fra le opere più notevoli di Pietro Camporese il Vecchio va annoverata la facciata di S. Maria in Aquiro a Roma, completata nel 1774. Il primitivo progetto si era fermato alla porzione inferiore. Solo quando un cospicuo lascito ereditario di monsignor Silvestro Tosquez ne consentì il completamento, l’architetto ne studiò il completamento, rimaneggiando l’insieme, anche se l’aspetto finale palesa una certa mancanza di unitarietà.

AquiroIn alto: S. Maria in Aquiro a piazza Capranica, facciata completata da Pietro Camporese il Vecchio

Le fonti attribuiscono a Pietro Camporese il Vecchio altre opere minori, come un altare in S. Nicola da Tolentino; e la chiesa delle orsoline in via Vittoria (1760-1779). Quest’ultima fu un riadattamento, in collaborazione con Mauro Fontana di una preesistente chiesa seicentesca dedicata ai Santi Giuseppe ed Orsola. In seguito sarà inglobata nel Conservatorio si Santa Cecilia, sconsacrata e adibita a sala per concerti.

via vittoriaIn alto: via Vittoria con la facciata della vecchia chiesa delle orsoline inglobata nel Conservatorio di S. Cecilia

Al Vecchio Pietro furono commissionate anche  costruzioni “effimere”, come la “macchina” davanti alla Confraternita di S. Marcello per il venerdì santo del 1775.

Magistrale disegnatore, documentò i ritrovamenti archeologici emersi durante i lavori di scavo per la costruzione dell’ospedale di S. Giovanni al Laterano. Nel  1778 pubblicò la riproduzione a colori di un antico mosaico pavimentale rinvenuto sulla via Prenestina.

Insieme a Gaetano Savorelli, licenziò i disegni per le incisioni a corredo dei due volumi Le loggie di Raffaello nel Vaticano (Roma 1772-76).

loggie di raffaello

In alto: particolare del disegno di Pietro Camporese il Vecchio, a corredo del volume sulle Logge di Raffaello

Nel 1778 la Congregazione del Buon Governo ed il Consiglio della Comunità di Genzano affidano a Pietro il progetto della nuova parrocchiale di quella cittadina dei Castelli Romani. Di sua mano il disegno dell’impianto planimetrico pubblicato dal Di Marco (2007). I lavori cominceranno nel 1781 ma proprio in quell’anno l’architetto viene a mancare.

genzanoIn alto: Pietro Camporese il Vecchio, parrocchiale di Genzano

Pietro Camporese il Vecchio muore a Roma nel 1781 a soli 55 anni.

I suoi due figli Giulio e Giuseppe hanno rispettivamente 27 e 18 anni (20?). Entrambi, che sono con lui a Subiaco, hanno seguito le orme paterne e insieme portano a compimento la chiesa di S. Andrea. Avranno l’incombenza di completare anche tutti gli altri lavori intrapresi dal genitore qui e là per il Lazio: da Soriano e Gallese, nella Tuscia, a Genzano sui Colli Albani. Sarà un’eredità che aprirà loro le porte di una fortunata carriera nella città dei Papi, proprio alle soglie del nuovo secolo.

(continua)

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

Archivio storico dell’Accademia di S. Luca in Roma, Concorso Clementino, vol. X

S, Betti, Notizie intorno alla vita e alle opere di Pasquale Belli architetto romano, in Giornale arcadico di scienze lettere ed arti, tomo LVIII, Roma 1833, p. 358

S. Imperi, Della chiesa di S. Maria in Aquiro, Roma 1865, p. 43

G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastico, Tipografia Emiliana, Venezia; vol. XII p. 94, 1841; vol. LXIV, p. 21, 1853; Indice, vol. II p. 27

U. Thieme, F. Becker, Allgemeines Lexikon der Bildenden Kunstler,Liepzig 1911, vol. V, sub voce p. 478.

V. Fasolo, Classicismo romano nel Settecento,in Quaderni dell’Istituto di storia dell’architettura, 1953, 3, p. 14

G. Incisa della Rocchetta, Villa Chigi, in Capitolium, XXXVI, 1961, p. 3;

Dizionario enciclopedico di architettura e urbanistica, Istituto Editoriale Romano, Roma 1968, vol. I, sub voce, pp. 469-470

M. F. Fischer, Pietro Camporese il Vecchio, in Dizionario biografico degli Italiani, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Treccani, Roma 1974, vol. 17, pp. 589-590

F. Di Marco, Pietro Camporese architetto romano 1726-1783, Lithos, Roma 2007

 

 

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