Dal maschile al femminile: androgino ed ibrido

Il simbolismo sessuale, della parte per il tutto, dello strumento per l’intento, si manifesta mediante le molteplici raffigurazioni, talora ossessivamente reiterate [1], degli organi riproduttivi, soprattutto femminili (sicuramente in innumerevole copia [2] v. fig. 1), ma anche – seppur più raramente – maschili [3] come il doppio fallo da Gorge d’Enfer  (Dordogna) che appare in fig. 1/bis.

fig-1  

fig. 1 – Vulve, Cueva di Tito Bustillo, Ribadesella (Asturia, Spagna)

fig-1bis

fig. 1/bis – impugnatura biforcuta di bastone, a forma di duplice fallo. Del magdaleniano, proviene da Gorge d’Enfer in Dordogna (Francia)

Le finalità erano, certamente, magiche e propiziatorie nei riti di fertilità.

L’assoluta predominanza dell’elemento femminile lascia supporre che non fosse del tutto chiaramente collegato il rapporto esistente fra copula ed esito generativo; con determinante risalto alla componente femminile, a totale discapito del maschio, il cui contributo sembra essere marginalizzato.

Questa malintesa attribuzione  dei ruoli, può avere indotto a sopravvalutare l’apporto della donna; sino a sancirne una sorta di divinizzazione, da cui consegue la sudditanza psicologica del maschio, subalterno ad essa nell’impresa della riproduzione.

Anche  le piccole sculture  femminili a figura intera, abbozzate nella pietra, non fanno che esasperare le caratteristiche fisiche simbolo della procreazione: ventre, fianchi, mammelle.

E questo è evidente sin dalle più antiche produzioni dell’Aurignaco-perigordiano, quelle Veneri cosiddette steatopigie, dalle forme dilatate e fornite, alla lettera [4], di adiposi deretani.

Probabilmente comincia a prendere corpo, sin da questa fase culturale, la cognizione della donna intesa come veicolo di vita, di continuità della specie.

Di conseguenza, si finisce con l’attribuire alla femmina dell’uomo – vista come privilegiata depositaria delle capacità creatrici – una valenza sacrale che porterà, nell’ambiente mediterraneo, ad elaborare il ruolo ed il mito della Gran Madre,  da Iside a Cibele, da Demetra a  Mater Matuta.

Come ha osservato Schelling, la preistoria è quella fase dell’umanità, quell’infanzia dell’uomo in cui esso è più vicino all’origine (cioè all’ Uno, alla scintilla del Dio generatore). E quindi, in questa storia prima della storia, l’uomo riesce a partecipare, al massimo grado, di tale unicità.

Subito dopo l’allontanamento dall’Uno plotiniano, egli ha dovuto subire lo strappo dell’unicità sessuale.

A voler leggere, in controluce, quello che nella nostra cultura occidentale è il testo sacro per eccellenza, ci accorgiamo come i primi passi della Genesi lascino intendere che il Signore di Israele creò un primo uomo  contenente in sé tanto l’elemento maschile che quello femminile.

Nella Bibbia si legge, infatti, che nel sesto giorno Dio  creò l’uomo “…ad imaginem suam: ad imaginem Dei creavit illum, masculum et feminam creavit eos.” [5] Cioè: maschio e femmina li creò, ma soltanto in seguito, dopo che il Signore ebbe posto l’uomo nell’Eden e si fu accorto della sua solitudine,  lo sdoppiò in Adamo ed Eva.

Questo è lo spunto o, se vogliamo, il supporto testuale che conduce al mito dell’androgino su cui molto hanno lavorato alchimisti ed esoteristi di tutti i tempi.

L’individuo, l’ente che unifica entrambe le connotazioni sessuate,  misteriosa ed inquietante sintesi degli opposti e dei contrari, espresso nel mondo classico greco-romano da Ermafrodito, lo si ritrova – con il nome ermetico di Rebis [6] – nei trattati iniziatici del Rinascimento [7] (fig. 2): ripreso, sulla scia della scuola teosofica, dai Simbolisti di fine Ottocento e, più tardi, nelle fantasie oniriche dei Surrealisti del Novecento.

E’ quell‘androgino di cui ci parla Platone nel Convito,  diviso in due metà dagli dei  per punizione; l’una vagante in cerca dell’altra, per ricostituirsi nell’essenza originaria.

L’uomo primitivo, l’uomo delle origini, temporalmente prossimo a quella mitica età aurea del tutt’uno, non appena ha percepito la consapevolezza dell’avvenuto sdoppiamento, in una inconsapevole nostalgia della perduta identità divina, ha voluto fare del suo alter ego femminile (quasi per trasposizione o per proprietà transitiva), attraverso la elevazione mistica, attraverso la deificazione delle dispensatrici di vita,  il tramite di ricongiungimento al senso del sacro.

fig. 2

fig. 2–  Rebis o l’androgino (illustrazione da Viatorium spagyricum di H. Jamsthaler, Francoforte, 1625)

Esistono alcune piccole e curiose sculture del paleolitico, catalogate dagli studiosi come androgine. Infatti, orientate in un modo, possono essere interpretate come figure femminili, appena abbozzate e dotate di grandi seni o glutei; ma , girate sottosopra, possono essere lette, sorprendentemente. come falli con tanto di appendice testicolare

E’ il caso di una statuetta, proveniente dal lago Trasimeno, conservata al museo Pigorini di Roma [8];   o di quella rinvenuta a Neuberg da Lothar Zotz [9].

Anche la stilizzatissima venere (bastoniforme) di Dolnì Vĕstonice [10], in Moravia, che di femminile ha soltanto l’abnorme seno, potrebbe essere reversibile come membro maschile (v. fig. 3), in un gioco di valenze intercambiabili. Perché in ogni essenza femminina c’è quel tanto di virilità ancestrale (e viceversa).

ANDROGINE


fig. 3 –
Museo di Brno (Repubblica Ceca): reperto in avorio da Dolnì Vĕstonice (altezza cm. 9), nella sua duplice versione di lettura

Per rimanere nell’ ambito del simbolismo iconografico a tema sessuale del Paleolitico, lo studioso Andrè Leroi – Gourhan [11] ha voluto, addirittura, vedere – tra le figurazioni zoomorfe dell’età della pietra, nelle grotte d’Europa – una compartimentazione in animali maschili (il cervo, lo stambecco, il cavallo) e femminili (il bisonte, il mammut e tutti i bovidi).

Individua i corrispettivi, tra i graffiti e le pitture del continente africano, nell’elefante (simbolo maschile) e nella giraffa (simbolo femminile).

L’autore francese riconosce, in generale, come simboli maschili: i segni grafici e gli oggetti di forma lunga e stretta; come simboli femminili: le figurazioni e le   geometrie di segno largo (come l’ovale ed il triangolo).

 Il bestiario, il repertorio di animali che popolano volte e pareti delle grotte paleo/neo-litiche d’Europa e d’Africa, rimanda alla fauna con la quale l’uomo delle caverne doveva avere non soltanto rapporti funzionali di alimentazione e, conseguentemente, di caccia; ma anche relazione di convivenza ambientale, strettamente cognitiva.

Pertanto,  la reiterazione e la frequenza rappresentativa  degli animali raffigurati e presenti nella catena di siti paleontologici che si dipana (in senso e termini  geografici, non certo cronologici) da est ad ovest, da nord a sud (cioè dal Danubio sino ai Pirenei e dalla dorsale cantabrica sino al Sahara) ci permette di formulare una mappa distributiva di insiemi zoologici raggruppabili per aree, habitat, tipologie o grandi famiglie.

Dalle agili ed eleganti giraffe  alle gravi forme di  elefanti nell’Africa sahariana, dai mammut e  rinoceronti alle  più familiari presenze di bisonti ed equidi nelle grotte dell’Aquitania, si delinea un atlante faunistico che permette di ricostruire  fasi e distribuzioni della zoologia dal pleistocene all’olocene (da fig. 4 a fig. 9).

fig. 4

fig. 4 – giraffa, graffito da Djerat (Algeria)

fig. 5

fig. 5 – elefante, da Bardai nel Tibesti (Ciad)

fig. 6

fig. 6 – pachiderma, da Pech-Merle (Francia)

fig. 7

fig. 7 – bisonte, da Altamira (Spagna) 

fig. 8

fig. 8 – cavalli, da Ekain (Spagna)

fig. 9

fig. 9 – corsa di tori, da Lascaux (Francia)

Ma in questo contesto ci preme cogliere l’aspetto simbolico che potevano assumere, agli occhi di quei magici artefici che, per mezzo del disegno, ne catturavano l’essenza, gli animali che, da decine di migliaia di anni, continuano a galoppare e muggire sulle rocce nere di Lascaux e di Altamira.

A titolo esemplificativo, si assuma il toro che, fra tutti, è l’animale più ricorrente nelle figurazioni cavernicole d’Europa. La sua possanza, la sua calma affermazione di forza che, da sempre, incute reverenziale timore nell’uomo, ne ha fatto oggetto di culto e luogo di riferimento di oscure proiezioni mentali.

Mettere in scena il toro o, per meglio dire, l’essenza taurina,  equivaleva ad imbrigliarne la sua energia vitale, la sua prepotenza generatrice, la padronanza di sé.

Per Heidegger l’opera d’arte “indica qualcosa che va oltre l’essere della mera res: άλλο αγορεύει…rende palese “altro”; è allegoria [12]“.

Perciò il toro – che in questo caso costituisce la res – allude e rimanda ad altro, diviene simbolo di vigore sessuale,  vitalità dinamica,  dominio della natura.

Queste remotissime associazioni di pensiero si stratificano e depositano negli archetipi cerebrali degli umani, tanto da dar luogo a miti  e  leggende.

Nelle antiche religioni del Mediterraneo (per restare nell’ambito delle nostre tradizioni storico-letterarie) il toro è uno degli animali simbolici che ricorre più frequentemente: da Api in Menfi al biblico vitello d’oro; dal toro delle fatiche di Ercole al Minotauro; dal bianco toro in cui si trasformò Zeus per rapire Europa  sino alla costellazione astrologica.

Il toro, inoltre, è presente non solo nella simbologia iconografica cristiana (rappresenta  l’evangelista Luca), ma ancora  nel culto del dio Mitra.  E, spingendoci sino in India, il toro sacro Nandi è la bianca cavalcatura di Šiva.

Può sembrare non proprio casuale che il toro sia  onnipresente nelle grotte della Francia meridionale e della Spagna, ove davvero incarna da sempre quella esuberanza animalesca con cui l’uomo è chiamato a confrontarsi ed ove questa sfida tra uomo e natura, tra ragione e forza si è codificata, a differenza delle tauromachie incruente di Creta, nel rito estremo della corrida.

Nella grotta di Les Trois Freres [13], presso Ariège (in Francia, nella regione pirenaica), è stata rinvenuta nel 1916 una delle più insolite ed enigmatiche figurazioni dell’arte paleolitica.

Si tratta di un graffito, con tracce di pittura sul viso, alto 75 centimetri circa, che conosciamo attraverso il disegno schizzato a pastelli dal paleontologo francese Henri Breuil (fig. 10).

Raffigura un ibrido: corpo d’uomo dalla strana faccia scimmiesca, con grandi occhi tondi da gufo ed orecchie appuntite,  provvisto di corna da cervo e con la schiena che si prolunga in una  coda di cavallo (o di lupo).

In esso è stato riconosciuto un ambiguo stregone, mascherato per chissà quale rito magico;  probabilmente (come suggerisce lo stesso abate Breuil [14]) con la finalità

di moltiplicare le prede ed assicurare ai cacciatori la loro cattura.

Nella stessa grotta sono stati individuati, fra la moltitudine di  graffiti, almeno altri due ibridi:  per metà bisonte e per metà uomo, uno nell’atto di danzare; l’altro con un rudimentale strumento musicale (v. fig. 11 che segue).

Altri ibridi sono stati rinvenuti, ancora in territorio francese (nella Dordogna), come quello dalla grotta di Gabillou, riprodotto nella fig. 12.

Anche la snella figura maschile itifallica (fig. 13), raffigurata in un pozzo della grotta di Lascaux, inquadrata fra un uccello stilizzato ed un bisonte,  è stata interpretata da Siegfried Giedion [15] come un ibrido umano con testa di volatile.

 fig. 10

fig. 10 Lo stregone. Dalla grotta di Les Trois Frères, presso Ariège (Francia), in un disegno rilevato da H. Breuil (ma l’abate francese si è forse lasciato prendere la mano, visto che l’originale non è altrettanto leggibile e preciso).

fig. 11

fig.  11 – Ibrido; dalla grotta di Les Trois Frères presso Ariège, nei Pirenei (Francia). Rilievo di H. Breuil

fig. 12

fig. 12 – Ibrido; dalla grotta di Gabillou, in Dordogna (Francia). Schizzo di rilievo

fig. 13

fig.  13 –  Uomo itifallico con testa di uccello; da un pozzo della grotta di Lascaux (Francia)

Questi dettagli rappresentativi inducono a supporre che nella messinscena rituale, si improvvisassero sfrenati ed orgiastici ritmi, a simulazione di cruente fasi venatorie.

L’inquietudine che trapela da queste immagini, ha indotto a ravvisare, nel mostruoso stregone  dell’età della pietra, l’antenato dei personaggi più terrificanti e delle fantastiche iconografie della mitologia antica.

Nelle quasi diaboliche forme dell’ibrido di Les Trois Frères si è voluto, addirittura, riconoscere un precursore di Tuchulcha , demone dell’Oltretomba  etrusco.

L’affollato Olimpo dei greci, poi,  pullula (non meno di quello egizio) di  fauni, centauri, tritoni ed ogni sorta di incrocio umano-bestiale. Il mito del Minotauro, che risale addirittura al mondo cretese pre-ellenico, rimanda palesemente a questi strani connubi morfologici.

Così come la nostra figurazione cristiana ha mutuato dal Pan del mondo classico (ma anche, tramite l’ebraismo, da certi riferimenti mesopotamici) l’immagine più divulgata e tradizionale del diavolo, quella con tanto di corna e zoccoli da caprone.

Nicolaas Witsen, viaggiatore olandese in Siberia nel primo Settecento, ha ritratto (fig. 14), in un suo disegno [16], la scena di uno sciamano tunguso, mascherato con corna e pelle di renna. Intento in una danza cerimoniale a carattere magico – religioso, lo stregone siberiano presenta una incredibile analogia con il curioso essere ibridato reso nel disegno dell’abate Breuil.

Qualcosa di simile ritroviamo in un acquarello del 1834 a firma del pittore svizzero Karl Bodmer (v. fig. 15) che riproduce un pellerossa nord-americano, della tribù Mandan, acconciato per il rito della danza del bisonte.

fig. 14

fig. 14 – N. Witsen, sciamano siberiano (XVIII sec.)

fig. 15

fig. 11 – Pellerossa nord-americano della tribù Mandan in un acquarello dello svizzero Karl Bodmer, datato 1834, acconciato per la danza del bisonte

La frenesia scomposta dei riti animistici legati allo sciamanesimo, sembra così affondare le proprie radici, più oscure e dimenticate,  nella notte dei tempi; sino all’archetipo, quasi totemico, dell’ibrido paleolitico.

Per esorcizzare la paura degli animali che gli vivono attorno, l’uomo delle grotte pirenaiche si assimila ad essi; con essi si fonde e confonde, in quelle  mostruose creature che, di volta in volta, ha bisogno di inventarsi: uomo-cervo, uomo-bisonte, uomo-uccello.

Finisce, così, col divenire più comprensibile  il passaggio dall’ uomo-totem dell’età della pietra alle innumerevoli divinità composite del Pantheon egizio: siano esse maschili, come Toth, Anubi o Seth (dalla testa,rispettivamente, di ibis, sciacallo e levriero); o femminili, come  Sekhmet, Hathor o Tueris (dalle teste di leonessa, vacca e ippopotamo) [17].

GALLERIA DI IBRIDI NELLA MITOLOGIA ANTICA

anubi hathor

Thoth abydos

Seth Ramesse IIII

Sekhmet XVIII Amenofi III NY Met

Tueris Karnak XXVI dinastiaIn alto –  Divinità dell’Egitto faraonico: Anubi e Hathor; Thot (tempio di Abydos); Seth (XX dinastia, Museo del Cairo); Sekhmet (XVIII dinastia, Metropolitan NY); Tueris (XVI dinastia, Karnak)

tomba dell'orco tarquinia

tuchulcha In alto – Mitologia etrusca: Tuchulcha (e Teseo), tomba dell’Orco, Tarquinia

Napoli

berlino

Ercole e Tritone Met NY attico

Fellini Satyricon MinotauroIn alto – Mitologia greca: Pan (Museo Archeologico, Napoli); Centauro (mosaico di età adrianea, Altes Museum, Berlino);  Ercole e Tritone (vaso attico a figure nere, Metropolitan, NY); il Minotauro reinterpretato da Fellini per il suo Satyricon, 1969)

Museo Nazionale di Delhi

Vrishanna Yogini

In alto – Miti della lontana India: Ganeša, figlio di Shiva e Parvati dalla testa di elefante; Vrishanna Yogini dalla testa di bufala  (Museo Nazionale di Delhi)

NOTE

[1]  L’uso può ricordare l’ inveterata pratica di riempire muri di cinta, o porte di latrine pubbliche, con rozzi disegni di  organi genitali.

[2]  Nella grotta Romanelli, presso Otranto, è graffita tutta una teoria di figure ovali, alternate ad altre fusiformi, che chiaramente ricordano vulve e falli (v. P. Graziosi, L’arte dell’antica età della pietra, Sansoni, Firenze 1956, tav. 285).

[3]   Si vedano i bastoni fallici rinvenuti a Bruniquel (Torn-et-Garonne), noti attraverso i disegni fatti dall’abate Breuil

[4]   Dal greco (στέαρ/στεατός = grasso + πυγή = natiche). v. L. Rocci, Vocabolario greco-italiano sub vocibus

[5]  Biblia Vulgata, San Paolo ediz. Milano, 1995 (Genesi, 1, 27 pag. 3), così nella traduzione italiana:” Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò” edizione Piemme. Casale Monferrato (AL), 1995.

[6]   Derivato da  Res bina, ad indicare la doppia natura, il termine sembra sia apparso  per la prima volta nel 1659 nel Trattato dell’Azoth di Basilio Valentino.

[7]  Si vedano, a titolo esemplificativo: le illustrazioni da codici dei secoli XV-XVII riportate in Arte e alchimia di Maurizio Calvesi, ediz. Giunti, 1986 rispettivamente alle pagine 27,  44 e 48 (fig. 2)

[8]  P.Graziosi,  L’arte dell’antica età della pietra,  op. cit. pag. 62

[9]  L. Zotz, Idoles paléolithiques de l’Etre androgyne, Bull. Soc. Préhist. Française T. XLVIII, 1951.

[10]  P.Graziosi, op. cit. tav. 10.

[11] A. Leroi – Gourhan, I più antichi artisti d’Europa. Introduzione all’arte parietale paleolitica, Milano, 1981.

[12]  M. Heidegger: Der Ursprung des Kunstwerkes, Francoforte sul Meno 1950. La traduzione italiana L’origine dell’opera d’arte è stata edita da Marinotti, Milano 2000, v. a pag. 9.

[13]  Cosiddetta perché scoperta, casualmente, dai tre figli del conte Begouen.

[14]   In realtà l’originale è molto più indistinto e meno caratterizzato di quanto appaia nella riproduzione grafica che si deve al paletnologo francese (il quale, forse,  ha voluto indulgere alla suggestione…).

[15]  S. Giedion: L’eterno presente: l’origine dell’arte. Traduzione italiana dall’inglese (The eternal present: the beginnings of Art, Washington, 1965) edita da Feltrinelli, Milano, 1965.

[16]  La copia, tratta dalla Houghton Library della Harvard University (Witsen, 1705, pag. 664), è riprodotta – a pag. 518 – in: S. Giedion, L’eterno presente: le origini dell’arte, op. cit.

[17]  Nel contesto ambientale e culturale della lontana India, ad esempio, il contatto con una fauna diversa (e per noi esotica) ha avuto, comunque, analoghi esiti. Dalla familiarità con il pachiderma (simbolo di prudenza e riflessività) non poteva non nascere una figura mitica e fantasiosa come Ganeša, divinità per metà uomo e per metà elefante.

arch. Renato Santoro – Roma, gennaio 2018

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