A British architect in Rome: Sir Basil Spence

Porta Pia, nel contesto urbanistico della Capitale, dal 1870 ha assunto una valenza storica che va oltre la mera ubicazione di una delle tante porte cittadine nel giro delle Mura Aureliane che cinge a corona  Roma. Nel luogo in cui la via Nomentana si diparte verso nord-est in direzione dell’antica Nomentum (oggi Mentana), città sabina del Latium Vetus, sorgeva la porta romana ad arco fatta murare nel XVI secolo da papa Pio IV per realizzare, a fianco, l’ingresso monumentale che dal nome dell’allora Pontefice è detta Porta Pia. Il progetto di sistemazione fu affidato nientemeno che a Michelangelo Buonarroti e fu una delle sue ultime opere architettoniche nell’Urbe (1561-65), elaborata secondo il nuovo vocabolario manierista del tempo.

Per tutti gli Italiani la “breccia di Porta Pia” è un momento apicale della nostra storia nazionale e coincide con la presa di Roma da parte dei Savoia, la fine del potere temporale dei Papi e la proclamazione della nuova capitale del Regno.

Quattro secoli dopo l’intervento michelangiolesco e un secolo dopo l’evento storico appena ricordato, a due passi da Porta Pia, ma senza instaurare alcuna comunicazione con il capolavoro architettonico del Genio toscano, a metà degli anni ’60 del Novecento scende a Roma un architetto scozzese, suddito di Sua Maestà, chiamato a realizzare la nuova sede dell’Ambasciata Britannica in Italia che sarà completata nel 1968 e inaugurata nel 1971. Si tratta di Sir Basil Spence, nato a Bombay il 13 agosto 1907, quando l’India era ancora sotto la corona di Edoardo VII e dove il padre militava nell’esercito imperiale.

sir basil spence

spwnxe disegno coventry

coventry spense

phoenixIN ALTO: Sir Basil Spence e la nuova Cattedrale di Coventry (bozzetto del Maestro scozzese). La pubblicazione del 1962

Spence è un distinto cinquantenne dall’aplomb tutto anglosassone ed ha al suo attivo la ricostruzione della Cattedrale di Coventry, la città dell’Inghilterra che era stata devastata dalla seconda guerra mondiale. Tanto che in quegli anni si era diffuso anche da noi il verbo “coventrizzare” con il significato di “radere al suolo”, perché i bombardamenti a tappeto su quella città da parte dell’aviazione tedesca furono violentissimi.

Orgogliosamente il governo inglese, a conflitto terminato, uscito vittorioso dalla sfida della Germania nazista, come atto simbolico di rinascita deliberò la ricostruzione della Cattedrale anglicana, e dalle sue macerie risorse la nuova Cattedrale di Coventry, il cui progetto fu affidato proprio a Basil Spence (1956-62). L’edificio sacro si rigenerò dalla proprie ceneri proprio come la mitica fenice ed è questo il senso del titolo Phoenix at Coventry (the Building of a Cathedral) che lo stesso Spence volle dare al suo libro del 1962 dedicato all’intervento architettonico in quella martoriata città britannica.

Qualcosa di simile accadde a Roma.

In alto: edizioni romane de “Il Messaggero” del 31 ottobre, 1-3-5 novembre 1946

La notte fra il 30 ed il 31 ottobre 1946 (alle 2:40 circa di quel giovedì appena iniziato) una sigla terroristica legata alla destra paramilitare sionista per l’affrancazione della Palestina dal mandato della Gran Bretagna, l’Irgun Zvai Leumi, lasciò davanti all’Ambasciata britannica di Roma due valigie piene di esplosivo. La deflagrazione sventrò il palazzo, che data l’ora era vuoto. Le edizioni straordinarie dei quotidiani capitolini parlarono di solo qualche ferito: un paio di incolpevoli nottambuli che passavano per Porta Pia, investiti accidentalmente dal lancio di detriti e vetri rotti innescato dalla detonazione. Nei giorni successivi, ascoltate le testimonianze o le segnalazioni, furono arrestati degli ebrei polacchi sospettati di aver goduto del supporto logistico di alcuni esponenti italiani nostalgici della Repubblica Sociale di Salò. Per una inedita alchimia, la destra israeliana e quella anti-semita di casa nostra si erano ritrovate unite nella lotta contro la “perfida Albione“.

20 SETT 19461946 attentato

 

1946IN ALTO: Villa del Duca di Bracciano, sede dell’ambasciata britannica, devastata dall’attentato della cellula terroristica sionista Irgun Zvai Leumi, la notte del 31 ottobre 1946

VILLA DUCA BRACCIANOIN ALTO: impianto originario di via XX Settembre alla fine del XIX secolo, con la villa del Duca di Bracciano, allineata all’asse stradale, a fare da quinta a Porta Pia

La sede diplomatica era ospitata nella Villa di don Marino Torlonia Duca di Bracciano, un severo corpo di fabbrica ottocentesco piazzato sempre dirimpetto a Porta Pia, alla fine di via XX Settembre (o strada Pia, che un tempo nelle vecchie mappe pre-unitarie veniva indicata come “via che da Montecavallo va alla Porta Nomentana”). Il nobiluomo romano l’aveva costruita nel 1825 e la villa era stata venduta dagli eredi Torlonia al governo britannico dopo la presa di Roma, quando nella neonata Capitale le potenze straniere cominciavano a dislocare le proprie rappresentanze diplomatiche.

I quaranta chili di tritolo avevano reso la costruzione inagibile e dopo qualche opera di temporaneo consolidamento –  mentre il personale veniva trasferito a Villa Wolkonsky –  negli anni ’50 si decise di abbatterla definitivamente e di ricostruire una nuova sede, da impiantare al suo posto, sempre a Porta Pia. Nel 1959 l’incarico fu commissionato a Sir Basil Spence.

Nel 1968 la nuova ambasciata era pronta ma fu completamente operativa e solennemente inaugurata nel 1971,  venticinque anni dopo il funesto attentato del dopoguerra. Il commento dell’architetto britannico al prestigioso incarico fu lapidario: “Ho come dirimpettaio un edificio di Michelangelo che per qualsiasi architetto costituisce un imbarazzante parametro con cui confrontarsi”. Consapevole che il rischio del paragone era inevitabile, ha deliberatamente scelto di scrollarsi di dosso il peso della Storia.

PORTA PIA

via XX sett

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pia 5IN ALTO: la sede diplomatica della Gran Bretagna a Roma avulsa dal tessuto urbano e Porta Pia isolata dal contesto. Via XX Settembre è divenuta un’arteria di scorrimento

In effetti le riserve da parte dei critici italiani – uno per tutti Bruno Zevi – alla costruzione di questo eclettico rappresentante del Brutalismo inglese in auge in quei decenni non furono poche. Quasi tutte dettate non tanto dalla costruzione in sé, che palesa un rigore formale ed estetico quasi classico; né dall’autorevolezza del progettista (professore universitario a Leeds dal 1955 al 1957 e presidente del Royal Institut of British Architects dal 1958 al 1960); quanto piuttosto per la mancata ambientazione con l’intorno e la preesistenza. Il travertino della nuova ambasciata non basta a “colloquiare” con la romanità. Avere arretrato notevolmente l’edificio, scelta operata per imposti motivi di sicurezza, ha accentuato ancora di più l’isolamento dal contesto. E di fatto la costruzione non dialoga più con Michelangelo; forse, come ha suggerito Spence stesso, per una sorta di timore reverenziale nei confronti dell’illustre “coinquilino”. La piazza è sempre più vuota (mentre la vecchia Villa di Bracciano era quasi a ridosso della Porta e cuciva un tessuto urbano); lo slargo creatosi – oltretutto accentuato dall’ampio laghetto e dalla cancellata, posti a diaframma fra il bianco corpo di fabbrica e il filo stradale – rende i singoli eventi architettonici (la porta, l’ambasciata, i palazzi circostanti) dei corpi slegati e solitari. Concetto questo totalmente estraneo all’idea italiana di piazza, consolidatasi nei secoli.

pianta

prospettoIN ALTO: pianta e prospetto del progetto di Sir Basil Spense (Roma, ambasciata di Gran Bretagna, 1968-71)

Il modernismo brutalista di Spence, molto attento ai contenuti strutturalisti e “materici” dell’ultimo Le Corbusier, di Louis Kahn o dei coniugi Alison e Peter Smithson, qui non si è mostrato altrettanto sensibile nel momento in cui doveva relazionarsi con il passato, che a Roma è un “eterno presente” proprio per codice genetico. Questo splendido edificio, concepito su piano pilotis, sarebbe perfetto in un territorio vergine e ricorda in qualche modo certe soluzioni estetiche ambientate in India – la natia India di Spence – proprio da Kahn o Le Corbusier, soprattutto nel suo rapportarsi con l’acqua e con la vegetazione circostante.

corte interna

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particolare piano pilotis

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uffici interniIN ALTO: Sir Basil Spense, ambasciata di Gran Bretagna a Roma (1968-71). La corte interna, dettagli costruttivi del piano pilotis e i luminosi interni

Dopo Roma, Spense partecipa alla progettazione dell’ala esecutiva del Beehive, nome con cui è conosciuto il Parlamento Neozelandese a Wellington, la cui costruzione, a partire dal 1969 procederà per tutti gli anni ’70. Di sicuro in questa remota landa dell’Oceania australe, problemi di relazione con la storia non dovettero pesare sul modo di fare architettura dell’artista britannico.

beehive

Beehive Wellington New ZealandIN ALTO: Sir Basil Spence, Beehive, ala del Parlamento a Wellington, Nuova, Zelanda, in uno schizzo del Maestro scozzese e come è oggi

Sir Basil Spence muore a Yaxley, nella contea inglese del Suffolk, il 19 novembre 1976 a soli 69 anni.

arch. Renato Santoro – 25 novembre 2017 

 

 

 

 

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