Pikionis e la rivelazione della Grecia

Dimitris Pikionis, nato sotto il segno del Cancro – cancerino era anche l’amico e compagno di studi Giorgio de Chirico che non poche affinità presenta con l’architetto greco – ha una naturale inclinazione astrale per il culto del passato: nostalgia dei luoghi e bei tempi andati, rimpianto per le tradizioni che furono e che stanno per essere travolte dalla modernità. Quel sentimento di “inattualità” tanto spesso vantato dal Pictor Optimus di Volos, il quale ne ha fatto una cifra etico-estetica ma che gli è anche costato qualche reprimenda da parte di certi critici progressisti.

Nato al Pireo nel 1887 da genitori di Chios, studia al Politecnico di Atene negli stessi anni in cui de Chirico frequenta l’Accademia. Entrambi partono per Monaco di Baviera nel 1908. Dal 1909 è a Parigi ove rimane sino al 1912. Ha venticinque anni quando rientra nel Paese natale. Dopo aver conosciuto Hans von Marees, Rodin, Cezanne, i primi passi della Metafisica, riaccostarsi alla cultura della Grecia è un’esperienza da viversi con occhi totalmente rinnovati. E’ lui stesso a rievocarlo nelle sue Aftoviografikà Simiòmata che portano la data del 1958.

“Il giorno dopo partii per la Grecia. Quando la nave arrivò a Patrasso, i miei occhi furono colpiti dal biancore freddo e fulgido di un marmo che giaceva nel suolo fangoso, e subito mi dissi: “devo riconsiderare tutto quanto ho imparato”, tanto forte era il contrasto tra il freddo e il bianco di quel marmo e ciò che gli stava intorno.

Un giorno al Pireo, tornando alla casa paterna, mi accorsi che il sole bruciava la mia pelle, ma andando all’ombra, rabbrividii per il freddo, Capii per analogia che questi contrasti climatici violenti, che affrontiamo da secoli, potrebbero essere le cause dei contrasti di temperamento che si trovano nella nostra razza”.

(D. Pikionis, Note autobiografiche, traduzione di M. Centanni, in A. Ferlenga, Pikionis 1887-1968, Electa, Milano 1999, p. 33).

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Il legame con la Grecia è viscerale, quasi ombelicale, in una relazione di simbiotica dipendenza sinestetica, che lo coinvolge ed avvolge sensorialmente e matericamente, mettendo in gioco tutte le forze dei suoi elementi naturali: dall’acqua alla terra, dall’aria al fuoco.. Illuminante al riguardo il suo articolo, dal titolo quanto mai programmatico. Si tratta di Estetikì topografìa, pubblicato in “To 3° mati” (Il terzo occhio), n. 2-3, Atene, novembre-dicembre 1935.

“Studiamo con cura lo spirito che promana dai luoghi. Qui il suolo è duro, petroso, scosceso e il terreno è secco; lì la terra è piana e sgorgano fonti in mezzo ai muschi. Qui le brezze, l’altitudine e la conformazione del suolo ci annunciano la vicinanza del mare. Là invece fiorisce una vegetazione abbondante, ed è il compimento estremo della plasticità formale del suolo, che sa accordare il suo vestito al ritmo delle stagioni. Qui sono le forze naturali, la geometria della terra, la qualità della luce e dell’aria, ad aver stabilito che in questo luogo fosse la culla della civiltà.      ……..

Di fronte alla Terra e a questa sua immagine primordiale che perdura nel tempo, l’anima è pervasa da una scossa mistica, come un rabdomante quando si accorge dell’invisibile presenza di una sorgente sotterranea.

La luce ha plasmato questo mondo; la luce lo conserva e lo rende fertile. Ed è sempre la luce che lo rende visibile ai nostri occhi materiali, affinché illumini la luce del nostro spirito”.

(D. Pikionis, Topografia estetica, traduzione di M. Centanni, in A. Ferlenga, Pikionis 1887-1968, Electa, Milano 1999, p. 329).

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Negli anni 50, davanti allo scempio della dissennata urbanizzazione di Atene, davanti a quella devastazione di territorio senza posa e senza piano, proprio lui che si era sempre posto con devozionale reverenza, in colloquio quasi religioso con le zolle e con le pietre della Magna Mater, esprime tutto il proprio amaro sconforto nelle righe che seguono. L’articolo di Pikionis – dall’eloquente titolo “Oltraggio alla terra”, in greco Gheas atìmosis – fu pubblicato nel 1954 sul n. 58 di “Technikà Chronikà” (poco dopo in “Exonì” n. 39-40, 1954-55).

“Questa terra or giace come il corpo un tempo bello di una divina creatura di cui il morbo divora le carni. E se parlasse – e parla ma non prestiamo ascolto – direbbe: Vili, zotici, barbari, che fate? Perché distruggete? Non sapete che sono la madre e la nutrice, la culla, il grembo della gloria che fu e di quella che sarà? Inutilmente ammirate i monumenti che un tempo eressero i miei figli. Non sapete che sono carne della mia carne e che quando la mia Forma scomparirà, sarà la vostra a perdere di senso? Che cosa avete combinato ad Eleusi? Che cosa avete fatto all’Ilisso e al Cefiso, i miei due santuari? Ne avete fatto le vostre cloache, vi avete immesso le acque reflue dei vostri opifici. Non vedo più gli altari degli dei sui miei monti e sulle mie colline, ma solo gli uffici e le macchine delle vostre industrie. Quelli erano segni di culto, non ne è rimasto che la forma più meschina di rapporto con la Natura: il suo sfruttamento. Così avete cancellato la venerabile sommità della mia Acropoli, il Licabetto, le volute che ne tracciavano il profilo. Dov’è Colono, il luogo più bello della terra (Sofocle, Edipo a Colono)?”

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Disegni di Dimitris Pikionis della serie “Attica”, conservati al Museo Benaki di Atene (1940-50)

(continua)

NOTA

Dimitris Pikionis (Pireo, 26 giugno 1887-Atene, 28 agosto 1968)

LINK;

https://muromaestro.wordpress.com/2017/04/06/la-grecia-immaginata-attraverso-la-lente-dello-sguardo-occidentale/

 

 

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