Compassi, regoli e squadre nella pittura italiana del Rappel à l’Ordre

Dopo l’ubriacatura delle Avanguardie Storiche del primo Novecento, dopo le lacerazioni della prima Guerra Mondiale che aveva ferito sin nel profondo il Vecchio Continente con milioni di morti e con gli sconquassi politici che ne erano derivati, dopo l’ombra lunga della paura prodotta dalla Rivoluzione d’Ottobre sui regimi e sulle democrazie occidentali, un po’ in tutta Europa si avverte l’esigenza di serrare le fila, di rintanarsi nel rassicurante alveo della tradizione e della regola, proprio in risposta al disordine che aveva minato ogni certezza del secolo precedente. E proprio con l’etichetta di Rappel à l’Ordre, di ritorno all’ordine dunque, che vanno classificate le tendenze della pittura europea fra le due guerre, cioè negli anni Venti e Trenta del XX secolo.

Si tratta di una esigenza sentita in modo esteso, in Francia come in Italia, in Germania come nei Paesi scandinavi.

Da noi,  il movimento artistico che va sotto il nome di Novecento Italiano – promosso da Margherita Sarfatti, che agisce come longa manus di Mussolini, con l’imprimatur del fascismo che ne ravvisava la portata di propaganda politica – rappresenta al meglio caratteristiche e istanze sottotraccia di questo mutato clima culturale oltre che sociale.

Quale più esemplificativa metafora della solidità e della compostezza se non la regolarità di un progetto e di una costruzione, chi più tranquillizzante di un concreto ingegnere e dell’esattezza dei suoi calcoli,  di un architetto e dell’equilibrio delle forme, di una squadra di operai intenti a edificare una costruzione destinata a durare.

Non è un caso che proprio questo soggetto sia ricorrente in molti quadri di quegli anni, scelto da tanti artisti di quel ventennio, da Carrà a Sironi, da Oppi a Funi, da Campigli a Mucchi, di più eterogenea estrazione e formazione, ma tutti convergenti verso un diffuso, avvertito bisogno di tangibili convincimenti.

CARLO CARRÀ (Quargnento/Alessandria, 1881-Milano, 1966)

1

C. Carrà, L’amante dell’ingegnere, 1921, P. Guggenheim Collection, Venezia

1949

C. Carrà, I costruttori, 1949, collezione privata

MARIO SIRONI (Sassari, 1885-Milano, 1961)

2

M. Sironi, L’architetto, 1922-23, collezione privata

3

M. Sironi, L’architetto, 1922, collezione privata

4

M. Sironi, L’ingegnere, 1928, collezione privata

i-costruttori-1929-33-c

M. Sironi, I costruttori, 1929-33, collezione privata

UBALDO OPPI (Bologna, 1889-Vicenza, 1942)

5

U. Oppi, L’ingegnere, 1926, collezione privata

ACHILLE FUNI (Ferrara, 1890-Appiano Gentile/Como, 1972)

6

A. Funi, Ritratto dell’arch. Mario Chiattone, 1924, collezione privata

MASSIMO CAMPIGLI * (Berlino, 1895-Saint-Tropez, 1971)

* vero nome: Max Ihlenfeld

7

M. Campigli, I costruttori, 1928, MART, Trento

8

7bis

M. Campigli, I costruttori, 1937, murale, Palazzo delle Nazioni, Basilea

9

M. Campigli, Operai al lavoro, 1939-40, murale, Atrio del Palazzo Liviano, Padova

GABRIELE MUCCHI (Torino, 1899-Milano, 2002)

10

G. Mucchi, Il calcolatore (ritratto di Leonardo Mucchi),1928, collezione privata

a cura di Renato Santoro – Roma, 27 novembre 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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