ALLA SERA AL CAFFE’ CON GLI AMICI

“L’Italia del valzer e l’Italia del caffè” intona Francesco De Gregori in Viva l’Italia, lo splendido “contro-inno” del cantautore romano datato 1979.

Quanti secoli sono passati da La bottega del caffè di goldoniana memoria? Dal 1750, anno  in cui fu scritta la sapida commedia del Maestro veneziano, quasi 230 anni. E l’Italia rimane il Paese europeo in cui il piacere di bere  un caffè è un culto e i locali in cui si prepara la deliziosa miscela rappresentano  il tempio in cui si officia questo antico e sapiente rito. La sala da caffè, o semplicemente caffè, che poi diventerà sotto l’influsso degli anglicismi imperanti: bar, è il luogo storico di aggregazione per letterati, pittori, intellettuali e gente comune, dove sorseggiare – all’aperto nella bella stagione, nel tepore delle salette interne durante l’inverno – la insostituibile “tazzulella ‘e café”, apprezzata da nord a sud (come testimonia il genovese De André “co ’a ricetta che a Cicirinella compagno di cella ci ha dato mammà”). E che fu fatale per Michele Sindona nei tragici e torbidi anni Ottanta.

Lungo la Penisola si snoda una vera e propria Via Francigena sulle tracce dei nostri caffè storici, le più blasonate e prestigiose sale che hanno fatto da quinta alla storia della nostra intellighentsia: il caffè degli Specchi e il Tommaseo a Trieste; il Pedrocchi a Padova; il Florian, il Quadri, l’Harry’s Bar a Venezia; il Martini a Milano; il Baratti e il Bicerin a Torino; le Giubbe Rosse, il Revoire e il Michelangelo a Firenze; il Caffè Greco, Aragno, Rosati o Canova a Roma; il Gambrinus a Napoli. Un giro d’Italia alla ricerca dei nostri caffè letterari dove potevi imbatterti nei nomi altisonanti del nostro Ottocento o in quelli di più fresca memoria del secolo scorso.

Siamo negli anni ’50: il bar di Rimini in I vitelloni – reinventato ad Ostia in via Lucio Coilio (odierno bar Nastro Azzurro) – o quelli storici di via Veneto in La dolce vita di Federico Fellini, rappresentano l’osservatorio privilegiato da cui l’immaginifico Romagnolo poteva vivisezionare la variegata umanità che per quelle strade andava e veniva per guardare ed essere guardata. Come basilischi al tiepido sole invernale i giovanotti della riviera adriatica (ricostruita sul Tirreno alle porte di Roma) ammazzano la noia della provincia in attesa del salto che li porterà nella Capitale. Moraldo va in città è il canovaccio di un progetto, vagheggiato e mai realizzato, di Fellini e Flaiano che costituirà la traccia per il suo successivo capolavoro. E qui a Roma Moraldo, divenuto Marcello, si perderà e confonderà nella notte tentacolare e corrotta della metropoli internazionale, fra dive vamp, fidanzate isteriche, nobildonne svogliate. Con la sua decappotabile avanza lentamente lungo i marciapiedi che fronteggiano il Café de Paris e Donay, sfoggiando al proprio fianco la bella accompagnatrice di turno.

vitelloni al bar

via coilio ostia BNIN ALTO: fotogramma da I vitelloni (1953) di Federico Fellini, con Alberto Sordi e Franco Interlenghi, girato ad Ostia in via Coilio dove oggi c’è il bar Nastro Azzurro

federico fellini via veneto

fellini dolce vitaIN ALTO: Federico Fellini seduto da Doney e al bar della “sua” via Veneto, ricostruita nel Teatro 5 di Cinecittà durante le riprese di La dolce vita (1960). Gli è a fianco Magali Noel (nelle vesti della ballerina francese Fanny)

Dolce Vita, LaIN ALTO: fotogramma da La dolce vita, con Marcello Mastroianni ed Anouk Aimée

Altro polo di attrazione nella via Veneto degli anni ’50 era il Caffè Strega, frequentato dal “Vate di Tarquinia”, grande vecchio della poesia italiana del tempo, quel Vincenzo Cardarelli che proprio Flaiano, graffiante e iperbolico come sempre, definì “il più grande poeta morente”. Se ne stava seduto all’aperto, intabarrato nei suoi larghi pastrani sdruciti, indossati anche d’estate. E’ qui che amavano riunirsi i coniugi Goffredo e Maria Bellonci, Alba De Cespedes, lo stesso Flaiano, i coniugi Lucia e Guido Alberti. Fra questi tavolini, grazie al mecenatismo dell’industriale produttore di quel notissimo liquore di Benevento, fu ideato il premio letterario che dello Strega porta il nome.

cardarelli 1957IN ALTO: il poeta Vincenzo Cardarelli al Caffè Strega di via Veneto (1957)

caffé stregaIN ALTO: il marciapiedi di via Veneto con i tavolini del Caffè Strega (in una foto degli anni ’50)

le streghe di P. FazziniIN ALTO: Le streghe di Benevento, pannello ligneo intagliato da Pericle Fazzini per la sala interna del Caffè Strega (da un filmato del 1951 del documentarista Romolo Marcellini). Quando il celebre ritrovo fu smantellato, la scultura fu donata dai coniugi Alberti al Museo del Sannio, nella città campana di cui l’industriale era originario

Su tutto un altro versante, periferia est lungo l’asse della Casilina, Pier Paolo Pasolini, la cui poetica è agli antipodi di quella felliniana, romanziere e regista racconta un altro e diversissimo tessuto sociale, una differente e sofferta umanità, quella dei vinti, dei proletari, dei ragazzi di vita, e il bar Necci al Pigneto, che fa da sfondo al bighellonare dei protagonisti di Accattone, si propone come teatro di anonimi perdigiorno che vivono di espedienti, tirano avanti tra furtarelli, prostituzione maschile e femminile, piccoli imbrogli.

NecciIN ALTO: fotogramma da Accattone (1961) di Pier Paolo Pasolini. Il bar Necci al Pigneto com’era

set accattoneIN ALTO: Pasolini e Franco Citti, protagonista di Accattone, durante le riprese al Pigneto 

In quegli stessi anni a piazza del Popolo, il mondo della cultura capitolina si divide fra i tavolini all’aperto di Rosati e Canova, ai due opposti lati di questo ampio snodo urbano disegnato dal Valadier: l’uno all’imbocco di via Ripetta, l’altro all’imbocco del Babbuino. La Pop Art romana si dà appuntamento in questa piazza e ti puoi imbattere in Mario Schifano e Anita Pallenberg, Renato Mambor e Paola Pitagora, Mimmo Rotella, Giosetta Fioroni, Achille Perilli, Gastone Novelli, Fabio Mauri, Tano Festa, Franco Angeli. Tutti passavano di qui prima di salire alla Tartaruga, la galleria d’arte di Plinio De Martiis (che da via del Babbuino 196 si era trasferita presto sulla piazza stessa, al civico 3, proprio sopra Rosati).

Achille Perilli, Giosetta Fioroni, Mimmo Rotella, Gastone NovelliIN ALTO: Perilli, Rotella, Giosetta Fioroni e Novelli seduti da Rosati a piazza del Popolo nel 1962

fabio mauri piazza del popoloIN ALTO: Fabio Mauri seduto da Rosati con S. Maria dei Miracoli sullo sfondo

Rotella a Piazza del PopoloIN ALTO: Mimmo Rotella impegnato in un suo décollage a piazza del Popolo (anni ’60)

Anche Fellini, che scende dalla sua casa di via Margutta, preferisce fermarsi da Canova, un bar-pasticceria che ha aperto i battenti nel dopoguerra e annovera tra i suoi clienti, oltre a qualche maestro del pennello, attori e presentatori RAI dei vicini studi radiofonici di via del Babbuino. Canova ha meno lustro rispetto a Rosati, ma si trova proprio davanti a S. Maria in Montesanto, nota come “la chiesa degli artisti”, dove dagli anni ’50 si è soliti celebrare i funerali della gente di spettacolo.

Dirimpetto, Rosati è frequentato dagli scrittori di sinistra: Italo Calvino, Alberto Moravia, Elsa Morante (che abita a via dell’Oca, scontrosa e bisbetica, poi rimpiazzata dalla più docile Dacia Maraini), Pasolini e tutta la loro allegra e rumorosa corte, da Laura Betti ad Adriana Asti, da Enzo Siciliano ad Alberto Arbasino.

pasolini e moraviaIN ALTO: Moravia e Pasolini da Rosati negli anni ’60

BNL867CalvinoPasolini12IN ALTO: Pasolini e Italo Calvino da Rosati negli anni ’60

All’antico Caffè Greco di via dei Condotti, la saletta interna è conosciuta come l’omnibus, per il suo caratteristico aspetto che la fa somigliare ad uno stretto carrozzone a cavalli. Questo locale che aveva visto tra i suoi avventori nientemeno che Goethe, Casanova, Stendhal, Wagner, nel Novecento ospiterà, fra i tanti, de Chirico e Guttuso, Mario Soldati e Orson Welles.

de chirico al caffè grecoIN ALTO: Giorgio de Chirico al Caffè Greco negli anni ’70

Memorabile il gruppo di famiglia in posa all’interno del Caffè Greco datato 1948 che ritrae, oltre al giovane e geniale attore-regista americano, seduto sulla destra fra Lea Padovani e il pittore Mario Mafai: Aldo Palazzeschi, i fratelli Mirko e Afro Basaldella, Pericle Fazzini e Sandro Penna (i due in piedi sul fondo), Renzo Vespignani, Orfeo Tamburi, Carlo Levi, Libero De Libero, Ennio Flaiano, Vitaliano Brancati.

1948 caffé grecoIN ALTO: l’Omnibus del Caffè Greco nel 1948

E ancor più nota la grande tela che il siciliano Renato Guttuso dedicherà a questo luogo della memoria collettiva per Romani e non.

1976 Guttuso Collezione privataIN ALTO: Renato Guttuso, Caffè Greco (1976). Tra gli avventori è riconoscibile Giorgio de Chirico, cui il quadro vuole rendere palese omaggio; Apollinaire così come fu ritratto dal Maestro di Volos; Buffalo Bill; una coppia di onnipresenti turisti nipponici. In ossequio a Pablo Picasso: una sua testa di primo Novecento su una mensola in alto a destra

Il caffè Aragno, altro mitico luogo di culto degli intellettuali capitolini, di cui si conserva ormai solo il ricordo, era al civico 180 di via del Corso, a palazzo Marignoli, e raggiunse il massimo splendore negli anni ’30, quando a frequentarlo erano Marinetti, Bragaglia, Pannunzio, Leonardo Sinisgalli. La cosiddetta “terza saletta”, definita da Orio Vergani il sancta sanctorum della cultura italiana di quel decennio, era un vero e proprio santuario dell’ambiente letterario e artistico. Cardarelli e Ungaretti, Emilio Cecchi e Roberto Longhi, i colleghi pittori Carlo Socrate, Ardengo Soffici e Riccardo Francalancia, sono solo alcuni dei personaggi ritratti dal pittore Amerigo Bartoli nel quadro Amici al caffè, oggi conservato alla Galleria Nazionale di Arte Moderna.

amerigo bartoliIN ALTO: Amerigo Bartoli, Amici al caffé (1930)

aragnoIN ALTO: l’interno del caffé Aragno in un foto d’epoca

Quando venne la stagione del cinema americano a Roma, tra il finire degli anni ’50 e i ’60, i divi d’Oltreoceano e le produzioni hollywoodiane sbarcarono in massa a Cinecittà e i bar di via Veneto furono presi d’assalto dalle più note star, da Ava Gardner ad Elizabeth Taylor, da Charlton Heston a Marlon Brando.

kirk douglas edward g. robinson

sinatra.jpg

burt lancaster

eastwoodIN ALTO: Kirk Douglas, Frank Sinatra, Burt Lancaster, Clint Eastwood immortalati dai paparazzi ai bar di via Vittorio Veneto, che i Romani chiamano familiarmente via Veneto. Sono gli effervescenti anni ’60 e locali come Doney, Cafè de Paris, Harry’s Bar vivono la loro stagione d’oro. Oggi sono mestamente tramontati e i turisti si aggirano invano in cerca di passati splendori che vivono solo nel ricordo di chi ha i capelli argentati

Nella nostra musica leggera i parolieri hanno spesso fatto ricorso al bar e al caffè per raccontare questo luogo di aggregazione, caldo e avvolgente, dove possono nascere sodalizi e legami amorosi, dove starsene appartati – ma senza essere soli – si possono scrivere appunti o leggere libri, conversare o tacere, sentirsi comunque parte del tutto. Perché l’uomo è un animale sociale e i riti collettivi sono la trama connettiva della sua quotidianità.

Alla sera al caffè con gli amici, si parlava di donne e motori / Si diceva “son gioie e dolori”. Lui piangeva e parlava di te  (Bruno Lauzi, Il Poeta,1963).

Ho camminato a lungo senza meta / finché ho sentito cantare in un bar
Canzoni e fumo / ed allegria / Io ti ringrazio sconosciuta compagnia
Non so nemmeno chi è stato a darmi un fiore / ma so che sento più caldo il mio cuor (MogolDonida, La compagnia, 1969).

Il Roxy Bar cantato nel lontano 1959 da Fred Buscaglione in Che notte (“m’aspettava quella bionda che fa il pieno al Roxy Bar, l’amichetta tutta curve del capoccia Billy Karr”), è stato ripescato da Vasco Rossi in Vita spericolata del 1983 e solo in seguito erroneamente identificato con l’omonimo locale di via Rizzoli a Bologna (“poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy Bar…”).

Eravamo quattro amici che volevano cambiare il mondo / Destinati a qualche cosa in più che a una donna ed un impiego in banca (Gino Paoli, Quattro amici al bar,1991).

arch. Renato Santoro – Roma, 19 ottobre 2017 

dolce vita

IN COPERTINA: via Vittorio Veneto, per i Romani familiarmente via Veneto, ricostruita in studio a Cinecittà per Federico Fellini, qui accanto a Luise Rainer (che inizialmente doveva far parte del cast) e con gli interpreti di La dolce vita: Marcello Mastroianni, Anoik Aimée, Anita Eckberg, Yvonne Furneaux, in una pausa di lavoro sul set

 

 

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