Il cinema “strappalacrime” anni Cinquanta di Giorgio W. Chili

Gli anni bellici furono destabilizzanti per il cinema italiano degli anni Quaranta; soprattutto dopo l’8 settembre del ’43 quando il Paese fu letteralmente spaccato in due, in particolare sotto l’aspetto politico, con l’Italia settentrionale schierata a fianco della Repubblica Sociale di Salò. La cinematografia italiana di quegli anni fu lacerata dagli eventi storici che le ruotavano vorticosamente attorno. Nell’ambiente dei cineasti ci fu chi scelse deliberatamente di seguire le sorti del partito fascista e tra Salò e Venezia si costituì un nucleo di produttori, registi e attori che continuò a lavorare sotto l’ala protettrice del regime, di cui era simpatizzante. Il pensiero corre inevitabilmente alla coppia fatale Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, belli e funesti, e al loro tragico epilogo. Al contrario nella Capitale, in preda agli eventi dove, fra tedeschi  vendicativi e alleati che premevano alle porte, la vita di tutti i giorni si era fatta sempre più precaria. “E come potevano noi cantare” – chiosa il poeta – quando le incombenze e le ristrettezze della quotidianità tagliano le gambe ai sognatori. Il cinema, che è stato definito “fabbrica dei sogni” per eccellenza, era destinato a soffocare la propria voce. Roberto Rossellini ha raccontato molte volte come fosse difficile reperire materialmente la pellicola necessaria per girare, trovare le cineprese e i riflettori, organizzarsi con la mano d’opera e con gli artisti. E’ da queste difficoltà che nasce la poetica del nostro Neorealismo che tanta ammirazione ha suscitato tra i critici cinematografici di mezzo mondo (e tuttora ci dà lustro).

Non era più quello il tempo per le storie melense del cinema cosiddetto “dei telefoni bianchi” che metteva in scena un mondo edulcorato e improbabile, popolato da efficienti e infaticabili segretarie o laboriose sartine destinate a convolare a nozze con i facoltosi datori di lavoro, tanto per soddisfare gli appetiti di un pubblico di bocca buona che aveva voglia di evadere da una realtà fatta di bollette da pagare, affitti in arretrato e mense grame. Ne erano riconosciuti maestri registi del calibro di Luigi Camerini, Alessandro Blasetti, Goffredo Alessandrini, al cui servizio interpreti ideali potevano essere un giovane e dinoccolato Vittorio De Sica o la biondissima Assia Noris, adorati dalle platee dell’anteguerra.

Le storie minimaliste e tutt’altro che scacciapensieri del Neorealismo anni Quaranta, per intenderci quello del cinema che narrava le miserie giornaliere di operai squattrinati, pensionati indigenti e casalinghe dimesse che faticavano a mettere insieme il pranzo con la cena, se incantavano gli intellettuali certo non erano consolatorie per uno spettatore che quelle stesse difficoltà si trovava ad affrontarle sul serio. E di sicuro non aiutavano a dimenticarle in quell’ora e mezzo che doveva essere di svago.

Infatti un altro filone narrativo molto apprezzato dalle platee popolari del dopoguerra era quello di genere cosiddetto “strappalacrime” (o Melò, per dirla alla francese) di cui l’indiscusso re era il regista Raffaello Matarazzo ed eroi assoluti il duo inossidabile costituito dalla coppia Amedeo NazzariYvonne Sanson.

Ancora nel biennio 1943-44 Roma era devastata dal succedersi degli eventi legati al conflitto: la repressione tedesca, il 25 luglio, la defenestrazione di Mussolini, l’armistizio, la fuga del Re, lo smarrimento esistenziale del “tutti a casa”.

I cineasti di quel periodo che non avevano condiviso la causa dei “repubblichini” ed erano rimasti a Roma, cercavano in qualche modo di inventarsi qualche occasione di lavoro. E ad esemplificare quella stagione può essere preso ad emblema un film assai particolare, di cui non è rimasta traccia, andato cioè irrimediabilmente perduto, che ha il merito di avere riunito, in una stessa pellicola di poco più di un’ora e mezzo, un gran numero di attori attivi sulla piazza della Capitale, che politicamente avevano preso le distanze dalla cinematografia di regime. Si tratta di un film a tema religioso, I dieci comandamenti, strutturato ad episodi, ciascuno legato ai singoli precetti del decalogo, in ordine inverso, cioè a partire dall’ultimo (“Non desiderare la roba d’altri”) per concludersi con il capoverso iniziale: “Io sono il Signore Dio tuo”. Ne fu regista il bolognese (o meglio della sua provincia)  Giorgio Walter Chili, di stanza a Roma, all’epoca venticinquenne.

10-comandamenti

Il nutritissimo cast riunisce alcuni degli attori italiani più noti ed amati del periodo, molti solo agli esordi, al punto che elencarli tutti è quasi impossibile, anche se la loro presenza si limitò ad inquadrature di pochi minuti.

Marina Berti e Carlo Campanini sono gli interpreti del primo capitolo (“Non desiderare la roba d’altri”) e a seguire: Amedeo Nazzari (“Non desiderare la donna d’altri”); Elisa Cegani e Claudio Gora (“Non dire falsa testimonianza”); Assia Noris e Carlo Romano (“Non rubare”); Rossano Brazzi (“Non commettere atti impuri”); Roldano Lupi (“Non ammazzare”); Cesco Baseggio (“Onora il padre e la madre”); Massimo Girotti (“Ricordati di onorare le feste”); Valentina Cortese e Andrea Checchi (“Non nominare il nome di Dio invano”); Carlo Ninchi  nell’ ultimo degli episodi e primo dei comandamenti: “Io sono il Signore Dio tuo”. Nel manifesto sono elencati tutti gli altri attori principali che avevano partecipato alle riprese, molti dei quali – caratteristi o giovani attrici di belle speranze – oggi quasi del tutto dimenticati: Elvira Betrone, Delia Brandi, Vera Carmi, Loretta Lisi, Mariella Lotti, Germana Paolieri, Bella Starace Sainati, Delia Worman, Mario Ferrari, Giovanni Grasso, Aldo Silvani, Otello Toso.

Le riprese del film erano iniziate nel 1944 e la pellicola uscì nelle sale soltanto l’anno successivo, dopo difficoltosi mesi di riprese. Il riscontro di pubblico fu lusinghiero e gli incassi di tutto rispetto (il Catalogo Bolaffi gli attribuisce 700 milioni di lire).

Il progetto, a sfondo didascalico-religioso,  era nato da un idea di monsignor Calisto Vanzin ma nella stesura della sceneggiatura compaiono le autorevoli firme, oltre a quelle dello stesso Chili e dell’ecclesiastico, di Diego Fabbri, Pietro Germi ed Enrico Ribulsi. Il commento musicale è del maestro Ezio Carabella (per la cronaca, padre dell’attrice Flora Carabella che qualche anno dopo sposerà Marcello Mastroianni); scenografie e costumi sono di Federico Luigi Galli. Direttore della fotografia: Sergio Pesce.

Questo film sarà il trampolino di lancio del giovane regista emiliano, che vedrà la sua carriera in ascesa nel corso degli anni Cinquanta, sino a che una morte prematura lo coglierà a soli 42 anni nel 1961. Bistrattato dalla critica, che liquidava i suoi film come pellicole di serie B, era un onesto ed abile artigiano del cinema, come ce ne erano molti in quegli anni, che costruivano storie destinate al cosiddetto “grande pubblico” che si dilettava di letteratura rosa – da Liala a Luciana Peverelli – e leggeva avidamente fotoromanzi, una novità editoriale che proprio in quel decennio conosceva la massima espansione, con testate come “Grand Hotel”, “Bolero”, “Sogno”.

La filmografia di Giorgio Walter Chili – epigono del più rinomato Matarazzo, forte di un invidiabile consenso della platea popolare – ne segue le orme, anche nei titoli enfatizzati e melodrammatici da fumetto. Se i cavalli di battaglia di Raffaello Matarazzo sono Catene (1949), Tormento (1950), I figli di nessuno (1951), Chi è senza peccato (1952), Torna! (1953), Malinconico autunno (1958); i titoli dei film di Chili paiono esserne la prosecuzione ideale: La prigioniera della torre di fuoco (1952), Disonorata senza colpa (1953), Ripudiata (1954), Il giglio infranto (1955), Caterina Sforza leonessa di Romagna (1959).

chiliIN ALTO: Giorgio Walter Chili circondato dal suo staff tecnico

Il repertorio spazia dal polpettone storico romanzato, alle lacrimevoli trame d’appendice, con tanto di figli della colpa, abbandoni, espiazioni e finali di redenzione.

Un intermezzo atipico fu il film-documentario C’era una volta Angelo Musco del 1953, sorta di omaggio reso al celebre attore, realizzato collezionando spezzoni di brani filmati e interviste sul teatrante siciliano di cui era estimatore. Capocomico di una compagnia di teatro dialettale, il catanese Musco (nato nella città etnea nel 1872, morto a Milano nel 1937) negli anni Trenta aveva girato una decina di film con registi come Amleto Palermi, Mario Bonnard, Enrico Guazzoni: da  L’eredità dello zio buonanima (1934) a Pensaci Giacomino (1935); da Aria del continente (1936) a Gatta ci cova (1937). Rossano Brazzi è il narratore che fa da collante alla pellicola, incentrata sulla figura del grande interprete, venuto dalla gavetta e dal teatro dei pupi, la cui recitazione era tanto apprezzata dallo stesso Pirandello che per lui scrisse addirittura dei pezzi teatrali.  Tra le immagini raccolte, quelle recitate a fianco dei mostri sacri delle nostre scene di quegli anni: Dina Galli, Ermete Zacconi, Paola Borboni, Ruggero Ruggeri, Emma Gramatica, Ettore Petrolini, Elsa Merlini, Renato Cialente.

Nato a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, il 28 ottobre del 1918,  trasferitosi a Roma non ancora ventenne per frequentare il Centro Sperimentale di Cinematografia, Giorgio Walter Chili si diplomò al corso di regia e intraprese l’attività di documentarista, svolta nell’anteguerra con titoli come Beato Angelico e Arlecchinata (R. Poppi, I registi, Dal 1930 ai nostri giorni, Gremese editore, Roma 2002, pag. 108). Nel 1939 è aiuto regista di Giuseppe Guarino nel film poliziesco L’ospite di una notte.

La sua opera prima a soggetto, datata 1941, è stata Leggenda della primavera, di cui firma regia, soggetto e sceneggiatura. Seleziona anche brani musicali di Bach, Gounod, Grieg per il commento sonoro della pellicola. La scenografia è di Paolo F. Volta e Mirko Vucetich; la fotografia è curata da Carlo Nebiolo, Furio e Spartaco Maggi. La trama trae spunto dal mito di Ade, Persefone e Demetra; ne sono interpreti Lucio Antonelli, Carlo Duse, Amedeo Trilli, Ugo Sasso, Loretta Vinci. Le notizie reperite da Chiti e Lancia su questo lavoro d’esordio sono assai scarne, desunte dal settimanale “Film” dell’epoca che ne dà notizia in occasione delle riprese, menzionandone cast artistico e personale tecnico (R. Chiti, E. Lancia, Dizionario del cinema italiano. I film vol. 1. Tutti i film italiani dal 1930 al 1944, nuova edizione riveduta e aggiornata a cura di E. Lancia, Gremese editore, Roma 2005, sub voce, pag. 194).

Ai buoni risultati dei Dieci comandamenti (che aveva però avuto una distribuzione di tipo regionale) seguono alcuni anni di inattività, avendo difficoltà a trovare finanziatori ai suoi progetti.

Torna nelle sale nel 1952 con La prigioniera della torre di fuoco con Elisa Cegani, Milly Vitale, Carlo Giustini, Ugo Sasso, Carlo Ninchi, un Nino Manfredi alle prime armi nel ruolo di un giullare, e “con la partecipazione straordinaria” (così viene reclamizzata nelle locandine) di Rossano Brazzi che era un nome di richiamo e quindi di cassetta. Oltre alla regia, Giorgio Walter Chili ne firma la sceneggiatura a fianco di Alfred Niblo junior (ai dialoghi collaborano Federico GalIi e Gianni Fontaine). I costumi sono di Federico Luigi Galli e Dario Cecchi, che disegna i modelli per Elisa Cegani.

Le musiche sono del maestro Carlo Rustichelli, compositore attivissimo in quel periodo. La fotografia è affidata a Oberdan Trojani.

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carlo giustini e nino manfrediIN ALTO: foto di scena dal film Prigioniera della torre di fuoco (1952). Accanto alla protagonista Elisa Cegani e a Carlo Giustini è riconoscibile un giovane Nino Manfredi nel ruolo del menestrello

Il genere in costume gli era congeniale. Qui si narrano le avventure (tra storia e leggenda) dei feudatari Cesco Maltivoglio e Marco Pepli nell’Emilia del XV secolo. Appartenenti a due casati ostili fra loro, ma legati da un debito di riconoscenza perché, durante una battaglia contro i Turchi, Cesco (Ugo Sasso) aveva salvato la vita a Marco (Carlo Giustini), saranno di nuovo divisi dagli eventi. Bianca Maltivoglio, sorella di Cesco (Elisa Cegani) ha fatto rinchiudere nella torre del suo castello la giovane e bella Germana Della Valle (Milly Vitale) ed entrambi i giovani finiranno per innamorarsi di lei. La rivalità riesplode e alla fine, mentre Cesco muore Marco sposerà Germana. Nel racconto, accanto ai personaggi di fantasia compaiono anche personaggi storici come Giovanni Sforza (Carlo Ninchi) e Cesare Borgia (Rossano Brazzi).

La critica non è benevola, anche se spesso è affidata ai “vice”. Dalle pagine di “Intermezzo” (n. 11-12 del 30 giugno 1953) la recensione di A. Albertazzi bolla il film come “troppo cupo e troppo monotono per poter destare un reale interesse.” Anche quando riconosce “notevoli alcuni pregi di montaggio nelle scene belliche”, avanza il dubbio “che si sia fatto largo uso del materiale di repertorio” (R. Chiti, R. Poppi, Dizionario del cinema italiano. I film vol. 2. Tutti i film italiani dal 1945 al 1959, con la collaborazione di E. Lancia, Gremese editore, Roma 1991, sub voce, pag. 289).

E’ quindi la volta di Disonorata senza colpa uscito nel 1953, interpretato da Milly Vitale e Alberto Farnese. Il cantante Giacomo Rondinella, assai popolare negli anni Cinquanta, con le canzoni scritte da Carlo Andrea Bixio,  sarà una presenza e un sottofondo musicale costante nell’arco dell’intreccio narrativo.

disonorataIN ALTO: il regista Giorgio Walter Chili durante le riprese di Disonorata senza colpa (1953)

Soggetto e  sceneggiatura, scritti a quattro mani da Francesco Galli e Alfred Niblo da un racconto di V. H. Felluan, vertono attorno ad una storia un po’ ingarbugliata di amore e spionaggio di guerra, dai più vieti risvolti melodrammatici, con tanto di malintesi e colpi di scena. Milly Vitale è Lucia, fidanzata con Amedeo (Alberto Farnese). E’ appena iniziato il secondo conflitto Mondiale; nel porto di Napoli salta in aria una fregata tedesca e i due vengono ingiustamente accusati dai servizi di controspionaggio di essere stati i delatori che hanno permesso l’azione bellica, ed arrestati. In realtà artefice del tradimento era stato l’ambiguo Vosulich (Vittorio Duse), amico del giovane. Mentre Lucia resta in carcere, e qui dà alla luce un bambino che le viene poi tolto, Amedeo viene imbarcato su una nave militare. Dopo lo sbarco alleato la donna torna in libertà ma è disperata perché convinta che Amedeo sia morto e che anche il figlio sia caduto sotto i bombardamenti della città partenopea. Non le resta che entrare in convento e farsi suora. Nel frattempo Amedeo, che è riparato in America, raccoglie la confessione di Vesulich che gli rivela d’essere stato lui il colpevole di tutto. Decide allora di tornare in Italia dove viene a sapere dell’esistenza del figlio Duccio (Augusto Pennella) e che Lucia è sul punto di prendere i voti. Grazie all’intervento del vescovo la donna ottiene la dispensa e la famiglia, dopo tante traversie, può finalmente riunirsi, mentre le spettatrici più sensibili tirano fuori i fazzoletti per asciugare le lacrime.

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Direttore della fotografia è Angelo Baistrocchi. La colonna sonora è di Carlo Rustichelli, La scenografia è curata da Virgilio Muzio. I costumi sono della sartoria Ferroni, dei fratelli Mario e Roberto. Così la critica in “Segnalazioni Cinematografiche”, vol. XXXV, 1954: “Il soggetto è intonato alla letteratura dei romanzi a fumetti; la realizzazione è molto debole” (R. Chiti, R. Poppi, op. cit., sub voce, pag. 120).

L’anno successivo esce Ripudiata (1954), che si avvale dei collaboratori tecnici ormai di fiducia del regista e degli attori che gli sono cari. Protagonisti sono Hélène Rémy e Alberto Farnese, nei ruoli della contessina Bianca e del barone suo sposo. Accusata ingiustamente di adulterio dalla perfida cognata (Laura Nucci), la quale fa credere al barone che l’innocente amicizia della contessina con un capitano delle guardie (John Douglas, esotico nome d’arte di Giuseppe Addobbati, italiano di Croazia), viene ripudiata e scacciata di casa, con il divieto di poter avvicinare persino il proprio figlioletto (Augusto Pennella, il medesimo bambino di Disonorata). Priva di sostentamento la donna deve accettare di esibirsi come cantante lirica, raggiungendo un discreto successo e riuscendo a rendersi economicamente autonoma.

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La storia è ambientata nel 1844 e si intreccia con episodi del nostro Risorgimento. La donna infatti capita nel bel mezzo della Repubblica Romana e viene sorpresa dalle truppe garibaldine nei pressi di Roma. La locanda in cui ha trovato alloggio viene colpita dalle granate proprio mentre Bianca sta per essere sedotta dal capitano. Il soffitto della stanza crolla sul loro letto: l’uomo rimane ucciso, mentre la contessa è colpita da una trave che le provoca un trauma alla vista ed il rischio è quello di rimanere cieca.

Con il desiderio di rivedere per l’ultima volta suo figlio, torna a casa. Qui verrà smascherato il complotto della cognata, il marito la perdonerà, la cecità sarà scongiurata ed il lieto fine trionfa.

Da un soggetto di Alfred Niblo, Chili ne scrive la sceneggiatura assieme al fido Federico Luigi Galli e a Jacopo Corsi. La fotografia è di Angelo Baistrocchi. La colonna sonora è di Carlo Rustichelli (con arie tratte da opere liriche di Verdi, Donizzetti e Bellini utilizzando la voce del soprano Margherita Carosio). La scenografia è firmata di Virgilio Muzio e Federico Luigi Galli. I costumi sono  di Mario Ferroni e Michele Contessa. Il commento di V. Tani in “Intermezzo” n. 14/5, 15/8, 1955: “Tipico film di Chili, né migliore né peggiore delle altre fatiche di questo regista” (R. Chiti, R. Poppi, op. cit. sub voce, pag. 309).

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Nel 1957 film esce anche in Francia con il titolo Destin d’une mère. La protagonista era infatti una bella attrice d’Oltralpe, Hélène Rémy che negli anni Cinquanta aveva goduto una certa popolarità anche da noi. Nel cast anche una giovanissima Virna Lisi, diciottenne esordiente sullo schermo. Notata dal regista, sarà da Chili scritturata in seguito come interprete principale nel film su Caterina Sforza del ’59. La sua bellezza le avrebbe permesso, di lì a qualche anno, di diventare popolarissima grazie ad un sorriso disarmante e ad uno slogan fortunato – “Con quella bocca può dire ciò che vuole” – utilizzati da un noto dentifricio per un messaggio pubblicitario televisivo che molti, nostalgici di Carosello, ancora ricordano.

Un giglio infranto è un film del 1955, ispirato da documenti storici del tribunale austriaco del Lombardo-Veneto e tratto dal dramma I congiurati di Belfiore, la storia è ambientata a Mantova nel 1853. Gli interpreti sono quelli di sempre: Hélène Rémy, Alberto Farnese, Milly Vitale, Vittorio Duse. Così come consueto è lo staff: soggettista Alfred Niblo; sceneggiatore (e scenografo) Federico Luigi Galli assieme allo stesso Chili; fotografo Oberdan Trojani; costumisti i fratelli Ferroni (Mario e Roberto). La colonna sonora è del Maestro Carlo Rustichelli. Il film fu girato alla De Paolis di Roma e negli studi Fert di Torino.

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cineromanzo galleria film n. 5 1955Cineromanzo tratto da Un giglio infranto, pubblicato da “Galleria film”, n. 5, 10 giugno 1955

Questa in breve la trama. Amelia (Hélène Rémy) attrice drammatica, orfana dei Martiri di Belfiore, scopre che un suo ammiratore austriaco,  Zimmer (Vittorio Duse), è colpevole di avere ordinato l’uccisione di suo padre, nonostante la promessa di rendergli salva la vita in cambio di una notte d’amore. Per potersi vendicare entra a far parte della Giovane Italia con l’aiuto del conte Andrea (Alberto Farnese) e della moglie Eleonora (Milly Vitale). Torna  ad imbattersi in Zimmer che, ignaro dei suoi propositi vendicativi,  le affida incarichi sempre più importanti. Andrea viene arrestato con l’accusa di cospirazione, ma Amelia riesce a liberarlo e a farlo rifugiare in Piemonte sotto la protezione del conte di Cavour. Quando Amelia conosce il giovane Ferdinando (Maurizio Arena), la nostra eroina se ne innamora e parte con lui per Venezia. Nel frattempo, Francia e Piemonte si alleano contro l’Austria nella seconda guerra d’indipendenza  e Milano viene liberata dal dominio austriaco grazie alle truppe comandate dal conte Andrea. Qui però il finale precipita. Andrea, credendo ingiustamente che la moglie abbia un amante, le spara sbagliando la mira e il colpo raggiunge Amelia, che muore incolpevole. Zimmer viene ucciso dai rivoltosi milanesi.

Ancora sferzante la recensione su “Segnalazioni cinematografiche”, vol. XXXVII, 1955: “Malgrado il nobile intendimento di esaltare uno dei più luminosi periodi del risorgimento, il film è riuscito una povera cosa. La vicenda, condotta con tono retorico e melodrammatico, è abborracciata e prolissa” (R. Chiti, R. Puppi, op. cit., sub voce, pag. 170).

Caterina Sforza leonessa di Romagna, film del 1959, si avvale della presenza della bellissima Virna Lisi, che già aveva lavorato con Chili in Ripudiata. Suoi partner: Sergio Fantoni (Giacomo Feo), Roberto Risso (Giovanni delle Bande Nere), Alberto Farnese (Girolamo Riario), Carlo Giuffrè (Giovanni de’ Medici), Loris Gizzi (Checco Orsi), Erno Crisa (alias Ernesto Crisà, Cesare Borgia), Caprice Chantal (Lucrezia Borgia), Laura Nucci (Lucrezia Landriani). Nell’elenco dei figuranti da segnalare il nome di un’adolescente Raffaella Carrà, appena sedicenne ma intenzionata a farsi strada nel cinema.

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caterina sforza

La pellicola narra la vita di Caterina Sforza da lei medesima raccontata sul letto di morte al figlio Giovanni. Nel 1961 esce anche in Francia con il titolo: Seule contre Borgia. In Spagna, invece, è Caterina Sforza la castellana indomable. Di Giorgio Walter Chili sono regia, soggetto (a quattro mani con Alfred Niblo) e sceneggiatura (con la collaborazione di Cesare Meano). La fotografia è di Angelo Baistrocchi. Le musiche sono dell’immancabile Carlo Rustichelli. La scenografia è a cura di Francesco P. Di Volta.

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caterina sforza

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fotoromanzo 1959IN ALTO: versione fotoromanzo per il mercato francese (Roman Film Color, n. 8, 20 agosto 1959) di Caterina Sforza la leonessa di Romagna

“Si tratta di un lavoro modesto, realizzato con scarso impegno”. Con questi accenti “Segnalazioni Cinematografiche”, vol. XLVI, 1959 (R. Chiti, R. Puppi, op. cit., sub voce, pag. 88)

Tutti i film elencati, ad eccezione di Caterina Sforza (primo ed ultimo sforzo produttivo a colori e in Totalscope),  sono in bianco e nero. Pellicole a colori in quegli anni erano un lusso che poche case cinematografiche potevano permettersi.

Chili è morto a Marino (RM) il martedì dopo Pasqua del 1961. Era il 4 aprile*, avrebbe compiuto 43 anni ad ottobre. Sui giornali di Roma consultati – “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “ Momento Sera”, di quel mese – nemmeno un trafiletto di necrologio. A riempire le pagine di cronaca: le puntate del processo Fenaroli e il messaggio augurale di papa Giovanni XXIII; le notizie dall’estero erano dominate dagli ultimi sussulti colonialistici della Francia in Algeria, mentre nella pagina dello spettacolo si parla delle avvisaglie di crisi per la coppia Lollobrigida-Skofic e dell’arrivo di Jeanne Crain a Roma. Nei cinema della Capitale, tra i film in programmazione da elencare a campione: Il mondo di Suzie Wong (al Moderno); I magnifici sette (al Trevi); Fantasmi a Roma (al Quattro Fontane); Totò, Peppino e la dolce vita (al Metropolitan); Gli spostati (al Supercinema). La Lazio perde in casa 2-1 con il Padova e i giallorossi sono sconfitti dalla Juventus con reti di Charles, Boniperti, Sivori. Come suol dirsi: niente di nuovo sotto il sole.

* Data e luogo di morte sono rintracciabili negli archivi del cimitero romano del Verano (personalmente verificati) dove è sepolto insieme alla madre Amedea Sermenghi. In R. Poppi, I registi, op. cit. erroneamente viene fatto morire a Roma il 3 aprile

CHILI VERANO

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Giorgio Walter Chili soffrì molto il sussiego – quando non era aperto dissenso – con cui venivano liquidate le sue fatiche dai recensori dei quotidiani, il più delle volte i famigerati “vice”, gli assistenti incaricati dai critici titolari della rubrica cinematografica, i quali, come naturale, non potevano seguire tutte le prime (soprattutto quando si trattava dei film di seconda fila). In realtà lui amava molto il mestiere e la sua filmografia non è certo da meno rispetto al cinema popolare del periodo, anche di quello firmato da colleghi ben più quotati.  Anche gli incassi furono sempre discreti, sempre remunerativi per le case di produzione. Questa sua sensibilità umiliata lo portò a chiudersi ancor più in se stesso e il morire giovane fu in realtà l’ultimo atto del suo disagio.

Ho voluto rendere omaggio a questo ormai dimenticato regista perché mio padre, legato a lui da amicizia sin dai primi anni di guerra (quando prestava servizio come fotografo nel genio militare), lavorò nei suoi film come direttore di produzione. Quando ero ragazzino rammento che a volte ci incontravamo in strada nel nostro quartiere: Chili era basso, con un fisico corpulento ed aveva pochi capelli, girava sempre con un trench avorio, la sciarpa a quadrettoni e il basco calcato sulla testa. Era un emiliano estroverso e ne conservo un ricordo benevolo. Così come, nel rileggere il cast dei suoi film, in particolare quello dietro la macchina da presa, mi sono tornati alla mente i tanti amici di mio padre che lavoravano nei teatri di posa di Cinecittà, della De Paolis, negli studi della Titanus o della Safa-Palatino, dove si giravano quei film che oggi ci fanno sorridere con tenerezza. Ho rievocato i nomi di Ettore Salvi, Roberto Capitani, Gianni Fontaine, Angelo Malantrucco, Vittorio Duse. E’ stato proprio mio padre a trasmettermi questa passione per il cinema, che si rinnova ogni volta che ripercorro quegli anni indimenticabili della mia infanzia e della mia adolescenza. L’omaggio a Chili, tutto sommato, è un atto reverenziale nei confronti di mio padre Giovanni.

elisa cegnai

laura nucci

milly vitale

helene remy

virna lisi

caprice chantal

LE INTERPRETI FEMMINILI: Elisa Cegani (Torino 1911-Roma 1996); Laura Nucci (Maria Laura Lodovici, Carrara 1913-Roma 1994); Milly Vitale (Camilla Vitale, Roma 1932-2006); Hélène Rémy (Parigi 1932); Virna Lisi (Virna Pieralisi, Ancona 1936-Roma 2014); Caprice Chantal  (Josette Colonna Leca, Corsica ?)

vittorio duse

rossano brazzi

carlo giustini

giacomo rondinella

alberto farnese

sergio fantoni

GLI INTERPRETI MASCHILI: Vittorio Duse (Loreto 1916-Roma 2005); Rossano Brazzi (Bologna 1916-Roma 1994); Carlo Giustini (Viterbo 1923); Giacomo Rondinella (Messina 1923-Roma 2015); Alberto Farnese (Palombara Sabina 1926-Roma 1996); Sergio Fantoni (Roma 1930)

Quando ero ragazzino si andava quasi tutti i giorni al cinema. Ne avevamo uno sotto casa ed eravamo amici della maschera che all’ingresso strappava i biglietti e ci faceva entrare senza pagare. Mi piaceva leggere a voce alta i titoli di testa o di coda – dalla fila davanti mi zittivano! – e restavo finché non avevo visto scorrere tutti i nomi e le scritte, comprese quelli dei brani musicali eseguiti o dei ringraziamenti finali di prammatica. Piccolo vezzo questo che conservo tuttora, quando gli altri si precipitano all’uscita. Sono sempre l’ultimo ad alzarmi e a lasciare la sala. Il cinema sul grande schermo conserva una magia seduttrice che incanta lo spettatore sprofondato nella sua poltroncina, fianco a fianco con il vicino di destra e quello di sinistra, in questo grande rito collettivo che nessuna televisione, computer o, peggio ancora, tablet avrà la capacità di sostituire. Il cinema ci fa ridere, piangere, palpitare, terrorizzare, ma se tutto questo è condiviso ha un sapore ancora più intenso di quanto non accada nella solitudine della nostra cameretta. Il cinema non è nato per essere un vizio solitario…

arch. Renato Santoro, Roma, 24 maggio 2017

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