UNA GRECIA DA ROMANZO

Henry MILLER (New York, 26 dicembre 1891-Pacific Palisades, 7 giugno 1980)

IL COLOSSO DI MARUSSI (The Colossus of Maroussi, 1941), Mondadori, Milano 1948; Adelphi, Milano 2000; Feltrinelli, Milano 2007

Stando a molti critici dello scrittore americano, questa di Henry Miller è probabilmente la sua migliore prova letteraria.  Imbarcatosi da Marsiglia alla volta del Pireo per raggiungere l’amico Lawrence Durrell di stanza a Corfù, Miller si avventura alla scoperta di un mondo per lui nuovo e affascinante. E’ il 1939 e la guerra è alle porte. Oltre a narrarci la Grecia arcaica di Micene od Eleusi, fa rivivere con passione autentica la Grecia della quotidianità, racconta il suo popolo fiero e spontaneo, incontri occasionali e situazioni apparentemente marginali ed episodiche ma che  Miller sa trasformare in metafora di storie mitologiche. Su tutti giganteggia, in ogni senso, il  ritratto dell’amico Jorgos Katsimbalis descritto come “il colosso di Marussi”, “larger than life”, destinato a restare indelebile nel ricordo  del lettore: fisico taurino e timidezza da colomba, rude e gentile al tempo stesso. L’americano ne resta affascinato sin dal suo primo incontro ad Atene (Marussi è un quartiere della Capitale). Sarà proprio Katsimbalis, con i suoi discorsi e con l’arte affabulatoria propria dello spirito ellenico, a rivelargli l’humus e l’anima di quella gente, al contempo antica e moderna. Sullo sfondo, un paesaggio intriso di colori e spezie che illuminano e rendono sapide le pagine di questo diario di viaggio (da Atene a Creta, da Delfi alle isole di Corfù, Poros, Hydra).

Di capitolo in capitolo è tutto un florilegio di attestati di ammirazione per la Grecia ed i suoi abitanti. E quello che segue ne è solo un assaggio.

“La conversazione mi insegnò subito che i greci sono popolo pieno di entusiasmo, curiosità e passione. Passione era una cosa di cui avevo a lungo sentito la mancanza. Sentivo la forza nuda della gente, la sua purezza , la sua nobiltà, la sua rassegnazione. ….

Sull’alta veranda di Marussi, mentre la luce degli altri mondi cominciava a diffondere il suo splendore, io colsi la vecchia e la nuova Grecia nella loro morbida trasparenza e così esse mi rimangono nella memoria. Capii in quel momento che non c’è vecchio o nuovo, c’è solo la Grecia un mondo concepito e creato per l’eternità. L’uomo che parlava non aveva più dimensioni umane ma era diventato un colosso.

Qui la luce penetra direttamente nell’anima, apre le porte e le finestre del cuore, sei nudo, esposto, isolato in una beatitudine metafisica che rende tutto chiaro senza che ci sia conosciuto.

La Grecia è straordinariamente vasta, nessun paese che ho visitato mi ha dato un tale senso di grandezza.

In Grecia le rocce sono eloquenti: gli uomini possono morire ma le rocce mai.

Fu un viaggio nella luce. La terra era illuminata dalla propria luce interna.

miller39IN ALTO: Hnery Miller in Grecia (1939)

In Grecia i cambiamenti sono bruschi, quasi dolorosi. In certi luoghi si possono percorrere tutti i cambiamenti di cinquanta secoli nello spazio di cinque minuti. Tutto è delineato, scolpito, inciso. Anche i terreni incolti hanno un’impronta eterna. Vedi ogni cosa nella sua unicità: un uomo seduto lungo una strada sotto un albero; un asino che sale per un sentiero vicino a un monte; una nave in un porto in un mare di turchese; un tavolo su una terrazza sotto una nuvola. Qualunque cosa guardi la vedi per la prima volta. Ogni singola cosa che esista, fatta da Dio o dall’uomo, fortuita o progettata, spicca come una noce in un’aureola di luce, di tempo, di spazio.

La Grecia è come ti aspetti che appaia la terra se le venisse data una buona opportunità. E’ la soglia subliminale dell’innocenza. Sta come è stata dalla nascita, nuda e pienamente rivelata. Non è misteriosa o impenetrabile, non imponente, non insolente, non pretenziosa. E’ fatta di terra, aria, fuoco e acqua..

In Grecia uno ha il desiderio di bagnarsi nel cielo. Vuoi sbarazzarti dei vestiti, correre e balzare con una capriola nell’azzurro. Vuoi fluttuare nell’aria come un angelo oppure stenderti nell’erba dura e goderti la trance catalettica. Pietra e cielo si sposano qui. É l’alba perpetua del risveglio dell’uomo.

In Grecia avevo la strana sensazione di trovarmi a casa, in un luogo così familiare, così simile in tutto a come dovrebbe essere casa propria.

La Grecia è la terra degli dei; può darsi che gli dei siano morti, ma la loro presenza si fa ancora sentire. Gli dei erano di proporzioni umane.”

Singolare l’ammonimento che Miller rivolge proprio ai suoi compatrioti: “… nessuno ha tanto bisogno di ciò che la Grecia ha da offrire quanto gli americani. La Grecia non solo è l’antitesi dell’America, ma soprattutto è la soluzione dei mali che l’affliggono. Può sembrare poco importante economicamente, ma spiritualmente la Grecia è ancora la madre delle nazioni, la sorgente della saggezza e dell’ispirazione.”

COPERTINE MARUSSIIN ALTO: The Colossus of Maroussi nelle edizioni in lingua inglese, greca ed italiana

IN BASSO: Lawrence Durrell in una foto degli anni ’30

LD in 30s

Lawrence DURRELL (Jalandhar, 27 febbraio 1912-Sommières, 7 novembre 1990)

LA GROTTA DI PROSPERO. UNA GUIDA AL PAESAGGIO E AI COSTUMI DELL’ISOLA DI CORFÙ (Prosperòs Cell: A guide to the landscape and manners of the island of Corcyra, 1945), Giunti, Firenze 1993

In questa raccolta di appunti ed impressioni di viaggio  l’autore ricorda in forma di diario le sue esperienze nell’Eptaneso degli Anni Trenta. Ha 25 anni quando giunge a Corfù nel 1937 con la moglie. Alloggiano nella bianca casa di un pescatore ove restano sino alle soglie del conflitto mondiale e all’invasione italo-tedesca. Le descrizioni sono forse un pò bozzettistiche e l’immagine che se ne ricava è magari edulcorata, ma l’entusiasmo di Durrell per quei luoghi e per quella gente è autentico.

RIFLESSI DI UNA VENERE MARINA (Reflections on a Marine Venus, 1953), Giunti, Firenze 1993

Lawrence fa ritorno a Rodi nel 1945. L’isola mostra ancora le ferite dalla guerra appena terminata. Lo scrittore ha il compito di riorganizzare la stampa inglese locale. Nel libro racconta personaggi e luoghi, feste e monasteri, le sue passeggiate solitarie, le escursioni alle isole dirimpettaie.

IL LABIRINTO OSCURO (The Dark Labyrinth, 1958), Mursia, Milano 1958

Qui Durrell è alle prese con il romanzo d’avventura, ove finzione e introspezione si intrecciano al ritmo della narrativa gialla. La Grecia ne è l’insolito fondale. Una crociera nel Mediterraneo ha come tappa l’isola di Creta, dove è stato scoperto un labirinto sotterraneo. Invano gli isolani tentano di dissuadere i turisti dall’escursione; e c’è anche chi sostiene che il Minotauro sia ancora in vita.  Da qui un intreccio appassionante e drammatico, con insolite – per Durrell – venature thrilling. “Assillato da questi pensieri, udì all’estremità di quel passaggio un lieve rumore … Poi gli arrivò un soffio di aria tiepida, come se un grosso corpo si fosse spostato dalla profondità della galleria per andargli incontro. Urlò e sentì addosso l’impuro alito fetido della Cosa. Si muoveva lentamente, proprio verso di lui, così lentamente che la sua angoscia divenne insopportabile”.

THE GREEK ISLANDS  (1978)

Si tratta di un libro fotografico accompagnato dagli scritti del viaggiatore inglese, pubblicato per il mercato anglosassone.

NOTA: Anche il fratello minore Gerald passò gli anni dell’infanzia a Corfù (1935-39), di cui conserverà un ricordo intenso, nostalgico e immaginifico, riversato nelle pagine autobiografiche del suo romanzo più noto: My Family and Other Animalspubblicato nel 1956 (G. Durrell, La mia famiglia e altri animali, Adelphi, Milano 1975, 1979, 1990, 2007).

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIN ALTO: prima edizione di La grotta di Prospero (1945), con dedica autografa dell’autore 

Lo stile di Durrell sa essere lirico e ricercato nel linguaggio. come quando si attarda nel descrittivo: “Ci si sveglia una mattino d’autunno inoltrato e ci si accorge che la tonalità di ogni cosa è mutata; il cielo risplende di un tono perlaceo più profondo, e il sole si leva come una palla di sangue, con le vette delle colline albanesi ritoccate dalla neve. Il mare si è fatto plumbeo e pesante e le olive hanno preso un colore grigio platino” (Prospero, Giunti, p. 51).

Resta scolpita nella memoria la sua dichiarazione d’amore nei confronti del Paese esplicitata nell’epilogo del libro: “La perdita della Grecia è stata un’amputazione…La Grecia ci manca come se fosse un corpo vivo; un paesaggio vicinissimo al cielo, sospeso sulle azzurre impronte leonine delle montagne… La Grecia non è un paese, ma un occhio, un occhio vivente” (Prospero, p. 155).

IN BASSO: autoritratto di Renzo Biasion, Museo Luigi Bailo, Treviso

RB Treviso

Renzo BIASION  (Treviso, 30 maggio 1914-Firenze, 7 febbraio 1996)

SAGAPÒ  (Einaudi, Milano 1954, 1991, 2014)

Nato a Treviso da famiglia veneziana, Biasion ha esplicitato il proprio talento artistico sia nel campo letterario che in quello figurativo. Fu infatti pittore, incisore, critico d’arte (curò per decenni una rubrica di settore sul popolare settimanale “Oggi” negli anni ‘50 e ‘60), giornalista per “Il Resto del Carlino”, romanziere. Il suo libro più noto è questa sgangherata Armata Sagapò che oltre a dargli notorietà anche oltre confine, non poche censure gli procurò in Patria. Infatti le nostre alte sfere militari vi ravvisarono accenti di un disfattismo prossimo al vilipendio delle forze armate nazionali, visti i toni con cui venivano criticate le scelte guerrafondaie dell’Italia di Mussolini al tempo della Campagna di Grecia durante il secondo conflitto mondiale. Sagapò fu pubblicato nel 1949 su “La Rassegna d’Italia” e successivamente edito per Einaudi nel 1954. Il successo fu immediato. Anna Magnani volle acquistarne i diritti perché aveva in mente di farne un film, conquistata dalla complessità del racconto, dai personaggi, dall’ambientazione nell’sola di Creta. Il titolo del film che se ne doveva trarre era L’armata Sagapò che tuttora per molti si sovrappone al libro di Biasion. In Grecia, per esempio, il romanzo fu edito proprio con questo titolo, Stratià S’agapò nel 1954 ed anche lì godette di una certa fortuna. Il Paese è descritto con accenti lirici, e si percepisce tutta la sua propensione pittorica (ma non pittoresca) alla narrazione, che ritroveremo in moltissimi suoi acquerelli ispiratigli dai paesaggi marini di questa splendida isola dell’Egeo. Ma lasciamo a Biasion stesso penna e parola.

biasion ateneIN ALTO: Biasion miliare in Grecia, sull’Acropoli di Atene

“Di fronte a noi, abbastanza vicina, si vedeva un’isola. Fosse illusione ottica, o il gran desiderio che avevamo di alberi e di verde, quest’isola ci pareva rutta ricoperta da una vegetazione lussureggiante. Come sullo scoglio non c’era acqua, e l’andare a prenderla diventava una vera marcia dovendo ogni volta imbastare due muli, e noi pareva che laggiù l’acqua dovesse scorrere a torrenti. E se c’era una nube nel cielo, si formava sempre sopra quell’isola. Che vidi sulla carta chiamarsi Spinalonga, forse derivando il nome dalla sua forma allungata e puntuta.

Spinalonga si alzava dalle acque con tre punte sottili che la facevano sembrare, nei giorni di foschia, un grande veliero fermo nella bonaccia.
Un veliero sopra il quale dovevano roteare un’infinità di uccelli marini, perché sempre di là provenivano volatori dalle forme sconosciute, bellissimi e bianchi, verso i quali si recavano incontro, quasi a ossequiarli, i nostri piccoli e grigi gabbiani. Restavamo per delle ore a guardarla. Pareva che l’acqua l’aggirasse in un molle abbraccio, carezzandola silenziosamente da cima a fondo, anche quando invece contro la costa infuriava con onde violente e fragorose. E alla base le spume bianche, che si vedevano sotto le tre punte, erano pennellate date con estro a conclusione di un quadro. Mentre le valli scendenti a declivi tondeggianti e verdi davano col loro colore inconsueto, reso morbido e lucente dall’azzurro senza fine del mare, una voglia irresistibile di raggiungerla . Si indovinavano i bianchi dirupi delle tre punte; il grande veliero pronto a partire a vele spiegate. Non pareva esistere per noi felicità pari a quella di poter approdare a Spinalonga, quasi che nelle pieghe delle sue valli si dovesse nascondere il segreto di ogni terrena delizia.”

Invece, avvicinandosi alla costa, scoprono con grande sgomento che l’isolotto di fronte a Elunda in realtà è un lazzaretto in cui i soldati Tedeschi deportavano i malati di lebbra. E’ l’amaro risveglio, il brusco ritorno dal vagheggiamento di una realtà trasognata (di cui si ha bisogno per sopravvivere) alla concretezza di una realtà disillusa che non ci dà speranza.

“Non so dire se Spinalonga ha davvero gli alberi che vedevamo dallo scoglio, la sovranità delle palme e l’aerea grazia degli ulivi. E i verdi prati e le fresche acque che eccitavano la nostra immaginazione. A volte dubito di essere stato vittima, in quei giorni, di tutta una serie di illusioni della mente”.

stratià s'agapòIN ALTO: l’edizione greca (Atene 1954) uscita con il titolo Stratià S’agapò  (L’armata Sagapò)

biasion magnaniIN ALTO: Renzo Biasion e Anna Magnani (che volle acquistare i diritti del romanzo per trarne un film)

biasione acropoli

rovine cretesi

creta spinalongaIN ALTO: acquerelli di Rienzo Biasion (Acropoli di Atene, Rovine a Creta, Spinalonga), 1941-43

IN BASSO: P. L. Fermor in Grecia

P. L. Fermor

fermor

Patrick Leigh FERMOR (Londra, 11 febbraio 1915-Worcesterhire, 10 giugno 2011)

MANI. VIAGGI NEL PELOPONNESO (Mani: Travels in the Southern Peloponnese, 1958), Adelphi, Milano 2004

L’ultima propaggine del Peloponneso, quella sorta di dito medio puntato verso il Mar Egeo, è il territorio di Mani. E’ una zona inaccessibile, quasi distaccata dal resto della Grecia per la sua natura geomorfica e per il carattere stesso dei suoi abitanti. Spesso a piedi, e nel corso di diversi anni, Fermor ha percorso quell’impervia regione, descrivendone i paesaggi incantevoli, i villaggi fuori dal tempo, i personaggi incontrati durante il suo soggiorno, raccontando storie, leggende ascoltate dalla viva voce dei locali, superstizioni contadine. Quella del raffinato scrittore inglese è un’escursione nello spazio e nella storia. Ed è meraviglioso perdersi nel racconto del suo peregrinare fra torri costiere costruite per vigilare le rotte dei pirati saraceni; fra conventi abbarbicati a mezzacosta; fra piccole chiese bianche a picco sul  mare, al cui interno le icone bizantine, in quella mistica penombra, si rivelano come una apparizione sacra al tremulo bagliore di affusolate candele ripiegate su loro stesse.

Mi sentivo come se fossi stato lì da sempre”. Questa è la sensazione che la Grecia offre a colui che è ritenuto il massimo esponente della letteratura di viaggio del Novecento anglosassone. Ed è la  medesima percezione avuta, come abbiamo visto, da Albert  Camus e da Henry Miller: quella di sentirsi in Grecia come a casa propria. Perché in fondo questo popolo ha considerato, da sempre, l’ospitalità come un comandamento primordiale degli dei.  Far sentire a proprio agio il forestiero, sin dai tempi di Ulisse accolto sporco e lacero nell’isola dei Feaci con tutti gli onori, è il dono più gradito che si possa fare al pellegrino; perché in lui si può celare, sotto mentite spoglie, la stessa divinità che vuol mettere alla prova la buona disposizione d’animo degli umani.

peloponnesoIN ALTO: Patrick L. Fermor con Spyros e Maria Lazaros a Lemonodasos, nel Peloponneso (1935)

«Farà bene a stare attento, se va su ad Anavriti» ammonì il giovane barbiere con un sinistro schiocco di forbici. Le tuffò in un’altra manciata di capelli impastati di polvere. Il trac dell’amputazione, e un’altra ciocca si aggiunse al cerchio di detriti incolori per terra. Riflessa nello specchio di fronte, la testa emergente dal lenzuolo si rimpiccioliva a vista d’occhio. Già la sentivo qualche libbra più leggera. «Sono gente stramba».

«Perché devo stare attento?». La minaccia sembrava di natura ambigua. Nello specchio, lieti sogghigni d’aspettativa tagliarono in due le facce spartane in fondo alla bottega.

«Perché?». La guardia si piegò in avanti. «Le porteranno via la giacca di dosso!».

Un vecchio arcade in gonnellino rincarò la dose. «Ti spelleranno vivo, ragazzo mio». Un bambino ridente accanto al barbiere disse: «Ti mangeranno!».

Impossibile, dal tono, prendere i loro avvisi troppo sul serio.

Con questo incipit Fermor – che i Greci chiamavano familiarmente Paddy, o meglio  alla loro maniera “O Paddi”, con tanto di articolo determinativo – rivela da subito il tono e la levità con cui prende per mano il lettore e lo catapulta in un mondo remoto e favolistico.

ROUMELI: TRAVELS IN NORTHERN GREECE (1966)

Patrick L. Fermor, che già negli anni bellici si era distinto per azioni militari nell’isola di Creta, parlava fluentemente il greco. La gente del posto lo chiamava familiarmente “O Patrick” e nel dopoguerra Fermor era solito passare in Grecia gran parte dell’anno. Negli anni Sessanta pubblica un libro, sinora mai tradotto in Italia, in cui passa in rassegna il nord della Grecia. Roumèli è l’espressione usata popolarmente per indicare la Grecia continentale.

Mani Fermor

mani frontespizioIN ALTO: P. L. Fermor,  Mani (frontespizio di HohnCraxton)

Roumeli

Copertina della prima edizione, 1966

 

Durante la seconda guerra mondiale Creta è occupata dalle truppe germaniche. Nel 1944 due ufficiali inglesi, il maggiore Patrick Leigh Fermor (sotto il falso nome di Philedem) ed il capitano William Stanley Moss – con l’aiuto dei partigiani cretesi – rapiscono durante una rocambolesca operazione il generale tedesco Heinrich Kreipe. Il manipolo riesce ad attraversare avventurosamente l’isola e, raggiunta la costa meridionale, si imbarca per l’Egitto dove hanno base le forze britanniche.

Questo episodio militare è l’intreccio narrativo del libro autobiografico, scritto da Moss nel 1950, Ill Met by Moonlight da cui è stato tratto il film Colpo di mano a Creta (1957), con Dirk Bogarde nel ruolo di Fermor e David Oxley in quello di Moss.

William Stanley Moss, per tutti Bill,  era nato a Yokohama, in Giappone, nel 1921 e al tempo degli episodi narrati non aveva ancora compiuto 23 anni. E’ morto in Giamaica nel 1965.

creta 1944

Nella foto in alto, da sinistra: Yorgos Tyrakis, William Stanley Moss, Patrick Leigh Fermor, Manolis Paterakis, Adonis Papaleonìdas (Creta 1944)

copertina della prima edizione 1950

Copertina della prima edizione (1950). In Italiano sarà pubblicato da Adelphi con il titolo Brutti incontri al chiaro di Luna 

IN BASSO: John Fowles

JF

John FOWLES  (Leigh-on-Sea, 31 marzo 1926-Lyme Regis, 5 novembre 2005)

 IL MAGO (The Magus, 1966), Rizzoli, Milano 1968; BUR, Milano 2001

 Il titolo del romanzo, scritto da John Fowles mentre si trovava nell’sola di Spetses, può essere fuorviante perché lascia intendere trama e personaggi legati al mondo dell’occulto. Si tratta piuttosto di situazioni in cui confluiscono finzione ed ipnosi, surrealismo e psicoanalisi, sociologia e misticismo. Un professore di inglese, Nicholas D’Urfe,  si trasferisce su un’isola greca per svolgere il suo lavoro presso un istituto scolastico del posto, la Lord Byron School.  L’isola ha un nome di fantasia, Phraxos, ma in realtà in essa Fowles ha trasposto Spetses stessa, descrivendo luoghi e paesaggi della bellissima isola del Golfo Argolico. Qui incontra il misterioso Maurice Conchis, con il quale si instaura una sorta di gioco delle parti, in un mescolamento di verità e finzione, un rovesciamento di passato e presente, al punto che non si distingue più dove finisca la realtà e cominci la messinscena (il “masque” come Conchis definisce la costruzione del mondo). Servendosi dello scenario mitologico offertogli dall’ambientazione greca, Fowles fa compiere al protagonista D’Urfe – e insieme a lui al lettore stesso – un viaggio attorno al proprio io interiore, costringendolo a varcare la soglia che separa il razionale dalla parte inconosciuta di noi. E di questo l’antagonista Conchis, il “mago” –cioè l’alter ego dell’autore –  ne è l’artefice ispiratore.

Phraxos era bella, non semplicemente graziosa, pittoresca o affascinante – era semplicemente e senza giri di parole bella. Mi ha tolto il fiato quando l’ho vista la prima volta, fluttuante come una balena nera maestosa nel mare di una sera color ametista “.

rizzoli

“C’erano due brutture, visibili già molto prima di sbarcare. La prima di queste è l’Hotel Philadelphia, un gravido  albergo greco in stile edoardiano. L’altra è la Lord Byron School (dove D’Urfe è in procinto di assumere un incarico) in contrasto con il paesaggio e che ricorda una fabbrica”. 

A mezzo secolo di distanza, queste “brutture” di Phraxos/Spetses sono ancora là. L’hotel di cui parla Fowles  è in realtà il Posidonion. La scuola che conserva l’aspetto di un opificio, ormai semi-deserta, è l’Anarghirios & Korghialenios College, a poche miglia a nord del porto, dove Fowles insegnò per diverse stagioni nei primi anni ‘50.

La Grecia delle isole è ancora quella di Circe; in nessun posto l’artista-viaggiatore deve soffermarsi a lungo, se ha a cuore la propria anima

La sua magia è reale e incontrovertibile. Al momento giusto e nel posto giusto – in una spiaggia deserta, o su una colline tranquilla – si può comprendere appieno l’esperienza vissuta da  Fowles. “La paura non aveva mai toccato l’isola. Se ne è stata contagiata, fu da ninfe non mostri. E’ stata la meno inquietante solitudine del mondo “.

Diverso l’impatto con la Capitale, l’Atene sterminata e confusionaria degli anni ’60, soffocata dalla canicola e dal cemento, che possiede comunque una sua magniloquente e tragica potenza.

“Atene era polvere e siccità, ocra e grigio. Anche le palme sembravano spossate … Alle due del pomeriggio città e cittadini si arrendevano; le strade erano vuote, abbandonate all’indolenza e alla calura. Dietro le persiane chiuse io ero crollato su un letto dell’Hotel Pireo, e sonnecchiavo a sbalzi. La città era due volte troppo per me” (J. Fowles, Il mago, Rizzoli, Milano 1968, p. 254-255). “…mi trovavo sull’Imetto, e guardavo dall’alto quel grande complesso costituito da Atene e dal Pireo, città e sobborghi, case sparpagliate come un milione di dadi nella pianura attica. Verso sud si stendeva il puro blu di quel mare di fine estate, isole di un pallido color pomice, e al di là le serene montagne del Peloponneso, lontane all’orizzonte, in un flusso sontuoso di terra e di acqua. Sereno, superbo, maestoso: cercai aggettivi meno usati, ma ogni altra cosa sembrava superficiale e insufficiente. Potevo spaziare con lo sguardo per un raggio di quaranta chilometri e tutto quello che vedevo era puro, nobile, luminoso immenso, come se fosse sempre esistito” (pag. 48).

(continua)

 

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