Dimitris Pikionis e la mappa della memoria

La scomposizione del logos e la traiettoria spezzata della tradizione

Del mito di Osiride, ucciso dal fratello Seth, smembrato e disseminato in quattordici pezzi agli opposti quadranti dell’Egitto, si possono offrire diverse chiavi di lettura. Una delle possibili è quella che assimila il dio al logos e, di conseguenza, il racconto sta a simboleggiare la frantumazione del linguaggio, una sorta di decostruzione della logica per metterne a nudo la struttura. Iside disperata che, amorevole e tenace, peregrina senza sosta sulla terra, per ritrovare i lembi sparpagliati del corpo del suo fratello e sposo, altro non è che metafora di chi, mediante l’opera di ricomposizione, riordinamento e ricostruzione, riporta in vita il senso perduto dell’Essere.

Questo, in fondo, è stato l’assillo degli illuminati, i maestri, i pensatori in ogni epoca e in ogni paese, dai tempi di Pitagora e Platone sino ad Heidegger e Derrida.

In alcuni rituali esoterici, la scomposizione in lettere sparse della parola sacra prevede che, poi, essa sia riassemblata in modo giusto e perfetto dall’iniziato. Simbolicamente equivale a ritrovare la combinazione che apra il lucchetto dell’enigma dell’esistenza, nascosto nelle trame  oscure del logos.

L’atteggiamento dell’uomo nell’Europa del Novecento è quello di chi ha smascherato la perdita di significato delle cose e degli eventi che ci si offrono. La logica non segue più un andamento lineare o curvilineo, comunque continuo; la sua traiettoria è ormai costituita da una linea spezzata, così come discontinuo e sincopato è l’ordine illogico che non giustifica più il senso delle cose. L’uomo del Novecento, senza più il conforto delle certezze di sempre, a questo punto non ha che due possibilità: abbandonarsi a questo non-sense ed accettarlo semplicemente così come esso è, senza neppure tentare di risolvere l’indovina che ci viene formulato dalla sfinge. Oppure cercare di riannodare i fili slegati del logos, riaccostando le tessere del quadro scompaginato e provare a riordinare le immagini e le idee, per intravedere un riverbero di verità, decriptato dalla scrittura in codice del nostro vivere.

Pikiònis e la mappa della memoria

pikionis portrait

C’è un architetto greco, Dimitris Pikiònis – pireota originario di Chios[1] – il quale per i suoi assunti estetici e per gli esiti conseguiti, può essere adottato come icona rappresentativa, cioè immagine/simbolo, della tradizione artistica neo-greca del Novecento. Pikiònis incarna ed esemplifica l’anelito della generazione ellenica degli anni Trenta, quella tra le due guerre, che ha visto declinare il sogno della Grande Grèce, la Μεγάλη Ιδέα di riunificazione, sotto una stessa bandiera, delle coste europea ed asiatica attorno all’Egeo. Dopo la catastrofe della Ionia, cioè dopo la perdita definitiva delle città greche d’Anatolia ed il tramonto della vagheggiata riconquista  costantinopolitana,  gli intellettuali greci e greco-asiatici si vedono impegnati a ricostruire una identità nazionale che era stata oscurata da secoli di dominio ottomano. Impegno questo che comporta il recupero di una tradizione che, comunque, non era stata mai dimenticata, salvaguardata dal senso di appartenenza religioso ed etnico. Essa andava riordinata ed inquadrata, organizzata secondo i differenti aspetti, dal linguistico al letterario, dal politico allo storico, dal figurativo  all’architettonico. Si aveva la precisa consapevolezza del dover ricucire le trame interrotte per riannodare i legami con Bisanzio, con la tradizione ortodossa, ma anche con il proto-bizantino, il tardo-antico dei greci di Alessandria ed, infine, con la Grecia più luminosa, quella aurea ed irripetibile della classicità. Un compito arduo, a dire il vero; ma che un popolo fiero ed ostinato come quello greco è pronto ad accogliere come sfida verso se stesso.

Pikiònis, come d’uso presso la borghesia colta ellenica, per i suoi studi di formazione guarda all’Europa continentale, ai grandi centri culturali di Germania e Francia, che rappresentano la modernità del pensiero, l’avanguardia dello stile. Ed è a Parigi che incontra il conterraneo de Chirico[2], con il quale frequenta i circoli artistici della capitale francese. Insieme parlano di metafisica, di simbolismo, di Nietzsche, delle comuni radici mediterranee e di grecità[3].

Tornato ad Atene scopre la collezione Benakis, rimane affascinato dalle tavole greco-egiziane del Fayyūm, nelle quali Pikiònis coglie l’aggancio con le origini bizantine della pittura, l’antefatto figurativo dell’icona.

Si applica in esercitazioni accademiche di copia ma anche in prove di rivisitazione. Dell’iconografia del  Fayyūm lo attrae l’aspetto magico-religioso della maschera e del concetto di “doppio”, derivato dalla sacralità egizia che individua nel ka il “doppio del sé”, la parte che sopravvive al viaggio terreno ed intraprende l’avventura nell’aldilà.

1

2IN ALTO: D. Pikiònis, tempere su carta (anni 40c.)

Il doppio da sempre custodisce un’aura di seduzione mistica, di valenza alchemica: dai gemelli divini (i Dioscuri) a quelli mitici di fondazione (Romolo e Remo); dal doppio senso dell’enigma alla dualità pitagorica degli opposti; dal segno dello Zodiaco sino al doppione virtuale, il feticcio della stregoneria.

Le tempere di Pikiònis degli anni Trenta e Quaranta – cioè gli anni dominati da personalità del calibro di Kòndoglou, Tsaroùchis e Mòralis – nelle quali l’ispirazione, derivante da una figurazione post-tolemaica letta come pre-bizantina,  si delinea con nettezza, mettono a fuoco questo gusto per il frammento, per il reperto che affiora da un passato introiettato nel subconscio e che diviene remoto patrimonio pronto a riemergere e farsi “pres-ente”. E’ soggiacere ad un’idea arcaica che pre-esiste, è abbandonarsi a quella grecità che ogni elleno si porta dietro come un ingombrante bagaglio ereditario e che, comunque, sente il dovere di onorare, pur con l’imbarazzo di doversi dimostrare all’altezza.

tritticoIN ALTO: Fotis Kondoglou (1895-1965), Yannis Tsarouchis (1910-1989), Yannis Moralis (1916-2009), la cosiddetta Generazione del Trenta

Le scuole e le case che Dimitris Pikiònis progetta nella seconda metà degli anni Trenta, diversamente da quanto avviene negli stessi anni in Grecia, si rifanno al disegno tradizionale dell’architettura e dell’edilizia balcanica meridionale. E’ il repechage programmatico di una architettura vernacolare  alla quale affidare il traghettamento verso la contemporaneità.

Gli architetti più esposti al vento di novità che spira dalla Bauhaus e dal razionalismo internazionale, si cimentano con progetti al passo con le medesime istanze che circolano nel resto d’Europa. Le scuole statali che fra il 1933 ed il 1935 sono commissionate ai migliori progettisti di quel periodo – Ikonòmu, Karandinòs, Làskaris, Mitsàkis, Panayotàkos, Siàgas – e che vengono realizzate un po’ in tutta la Grecia, da Atene a Lamia, da Larissa a Salonicco, hanno una asciuttezza di linea ed una chiarità di volumi che le imparenta, assai dignitosamente, al modernismo dell’area germanica[4] e di Le Corbusier.

3 ikonomouIKONOMOU, scuola pubblica a Larissa (1933-35)

4 laskarisLASKARIS, scuola pubblica a Lamia (1933-35)

5 panayotakisPANAYOTAKOS, scuola pubblica ad Atene (1933-35)

Inizialmente, anche Pikiònis si era mosso lungo questa direttrice, ma allontanatosene ben presto, già nella sua Scuola Sperimentale di Salonicco del 1935 egli si distingue da tutti gli altri: per prospetti, caratteri stilistici, tipologia e colori.  Improntato al recupero della memoria, alla rievocazione ed attualizzazione del passato –  ma non per nostalgia di un mondo rurale che sta per essere travolto dal rumore e dall’agitazione della modernità, quanto per far convivere, in un eterno ritorno dell’uguale, il passato ed il futuro che incombe – Pikiònis si serve di tutti quegli elementi compositivi del folklore architettonico che egli reputa funzionali al suo progetto estetico.     

pikionis 1PIKIONIS, scuola pubblica a Salonicco (1935)

Il passato cui attinge non è quello paludato e distante, illustre e storicizzato, ma quello più a portata di mano, contaminato e autentico del popolo comune, contadini e pescatori di Grecia. Come nelle coeve questioni sulla lingua, Pikiònis non si serve della katharevousa, il parlare dotto e forbito; ma privilegia le coloriture, la schiettezza e la discorsività  del demotico.

pikionis 2PIKIONIS e MITSAKIS, palazzina ad Atene (1935)

Attorno al 1935, in collaborazione con Mitsàkis, costruisce ad Atene, la palazzina (ormai demolita) in odòs Heyden che rispecchia questa esigenza, un po’ controcorrente, di trovare ispirazione dalla tradizione popolaresca, magari anche sgrammatica ma viva ed originale.

Nel 1950 gli viene commissionato l’Hotel Xenìa di Delfi, ove presta ogni possibile cura all’integrazione in un paesaggio sacrale, da custodire senza contaminare.

Ma il suo capolavoro, una vera e propria summa della sua poetica, è il percorso pedonale che egli traccia nella capitale,  attorno all’Acropoli e lungo la collina di Filopappo. L’attuazione del progetto (vagheggiato già da tempo, almeno sin dagli anni Trenta[5]) risale agli anni  tra il 1951 ed il 1957. Qui Pikionis anima di un guizzo dionisiaco e nietzscheano il profilo apollineo dell’Atene che ha dirimpetto.

Potrebbe essere ricordata fugacemente come un’opera di architettura del paesaggio – o  landscaping come viene definita in inglese – anche se di un paesaggio ed un ambiente già sin troppo esibiti nella memoria collettiva, ove Pikiònis traccia un itinerario che si snoda sinuoso, sino al periptero di San Demetrio Loumbardiaris[6], avendo come fulcro, testimone visivo onnipresente, il bastione dell’Acropoli con lo sky-line del Partenone e dell’Eretteo. Ma non è solo questo. Per i risvolti di contenuto e di ricerca formale e di finalità, è qualcosa che va oltre la Land Art, che allude e prelude ad altro e di più: una topografia dello spirito.

pikionis 3PIKIONIS, strada per l’Acropoli di Atene

pikionis 4PIKIONIS, elaborato grafico di progetto

pikionis 5

pikionis 6PIKIONIS, basolato, Atene (1951-57)

pikionis 7PIKIONIS, paramento murario, San Demetrio al Filopappo

pikionis 8PIKIONIS, l’Acropoli dalla collina del Filopappo

Come in un warburghiano Atlante Mnemosyne (e per un greco il legame esistente, linguisticamente, tra Mnemosine e memoria è esplicito, diretto, non mediato come presso gli altri idiomi), nell’incidere il suo tracciato Pikiònis si serve del frammento (basoli spezzati, sconnessi, materiale di recupero); dello schizzo (interrotto, altalenante, tremulo, accennato); dell’accostamento apparentemente casuale ma tutto progettato al tavolo da disegno. E’ come se, mescolato il suo mazzo di tarocchi, avesse apparecchiato alla rinfusa le carte, tentando poi di decifrare il fortuito abbinamento di quell’arcano abbecedario di lastre marmoree.

Il risultato dei suoi acciottolati, tra ulivi argentati e neri cipressi lungo il colle delle Muse, grazie alla inesauribile ricchezza del gioco inventivo,  è di una bellezza indicibile. E fa pensare alle tessiture di un Klee, di un Mondrian, abbacinati però dalla luce dell’Egeo.

mondrian 1913 klee 29a sin. P. Mondrian (ripettivamente 1913 e 1914); a destra P. Klee (entrambi 1929)

Quella di Pikionis più che geometria è geodesia. I suoi selciati, trama frantumata di scaglie dell’Imetto e di Pentelico, somigliano ad incrinature di specchi, reticoli di fratture craniche, affondi di lama sul dorso rinsecchito della Grecia: strappi, fenditure, spiragli da cui riesce a filtrare un barbaglio intermittente di verità, celata sin lì negli strati sottocutanei della Gran Madre.

Resta indistinguibile, sfumato sullo sfondo, il contorno della linea di confine fra antico e moderno, fra passato e presente, come di barlume crepuscolare, interscambiabile: preludio all’annottare ma anche simultaneo albore antelucano.

Pikionis, appassionato di geologia, maneggia quelle sue sacre pietre di Grecia quasi accarezzasse costole e tibie, le ossa della terra[7].  Deucalione dei nostri tempi, dissemina di sassi il suo passaggio, ripopolando l’Attica di presenze fantasmatiche.

arch. Renato Santoro

NOTE

[1] Dimitris Pikiònis, di famiglia giuntavi dall’isola cicladica, nasce al Pireo il 28 gennaio del 1887.  Negli anni in cui studia ingegneria al Politecnico di Atene (1904-1908), conosce Giorgio de Chirico che là studia alla Scuola Superiore di Belle Arti. Dopo un breve periodo a Monaco di Baviera, dove nel 1908 studia scultura, dal 1909 al 1912 è a Parigi e là frequenta la scuola di Belle Arti. Nella capitale francese si ritrova con de Chirico. Tornato in patria presta il servizio militare, prima nella Guerra dei Balcani (1912-1913) poi nella prima Guerra Mondiale. Tornato civile, nel 1923 consegue il diploma alla Scuola Superiore di Belle Arti. Nel frattempo lavora come assistente presso la cattedra di Architettura classica e medioevale al Politecnico (dal 1921 al 1923). Dal 1924 si dedica alla libera professione ad Atene, sino al 1968 anno della sua morte (avvenuta il 27 agosto). Alla progettazione affianca l’esperienza didattica presso l’Università di Atene (dal 1925 al 1930 professore associato; dal 1930 al 1957 professore di Interni)

[2] Cfr. G. de Chirico, Memorie della mia vita, ed. Bompiani, Milano 2002, p. 58

[3] Cfr. D. Pikionis, Note  autobiografiche, pubblicate per la prima volta nel 1958 in Grecia dalla rivista“Zygòs”, in A. Ferlenga, Pikionis 1887-1968, ed. Electa, Milano 1999, p. 33

[4] Per consuetudine originata da contingenze politiche, la gioventù ellenica, sin dalla seconda metà dell’Ottocento, aveva come meta dei propri studi Monaco di Baviera. Avendo  i regnanti greci legami diretti con  casati tedeschi, fu privilegiata la cultura  germanica d’origine

[5] Nel suo articolo Topografia estetica, pubblicato nel 1935 sulla rivista greca “To 3° màti ”(Il terzo occhio), Pikionis anticipa se stesso:  “Questo sentiero solitario è incommensurabilmente superiore a qualsiasi viale di una metropoli: perché in ogni sua piega, in ogni curva, in ogni impercettibile cambiamento di prospettiva che si presenta, ci insegna la divina consistenza del particolare, vincolato dall’armonia del Tutto” (cfr. A. Ferlenga, Pikionis 1887-1968, ed. Electa, Milano 1999, p. 329)

[6] Padiglione di accoglienza turistica, a fianco della cappella votiva di San Demetrio, rimaneggiata da Pikionis per l’occasione

[7] Nelle sue Note autobiografiche, pubblicate per la prima volta nel 1958 in Grecia dalla rivista“Zygòs”(Bilancia), Pikionis confida:”a volte percepivo che nelle fondamenta che penetravano in profonditΰ nella terra, nei volumi delle mura e delle volte, la mia anima era una pietra tra le  tante, murata nella massa anonima delle altre pietre” (cfr. la traduzione in italiano nel Catalogo della mostra “Tra terra e cielo – i sentieri di Pikionis di fronte all’Acropoli di Atene” tenuta a Palazzo Bomben, Treviso, 28 novembre 2003 – 18 gennaio 2004).

BIBLIOGRAFIA

Dimitris Pikionis, Architect 1887-1968, A Sentimental Topography, Architectural Association, Londra 1989

“Controspazio”Rivista bimestrale di Architettura e Urbanistica n. 5/1991, numero monografico: L’opera di Dimitris Pikionis, ed. Gangemi, Roma 1991

A. Kotìdis, Modernismòs ke Paràdosi, University Studio Press, Salonicco 1993

A. Ferlenga, Pikionis 1887-1968, ed. Electa, Milano 1999

Tra terra e cielo. I sentieri di Pikionis di fronte all’Acropoli di Atene, catalogo della mostra a Palazzo Bomben, Treviso 2003

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