QUANDO IL DETTAGLIO FA LA DIFFERENZA

Villa Agave, sulla strada di Vasca Moresca che taglia il promontorio del Circeo sul suo Quarto Caldo (cioè il versante sud), è una delle residenze estive più prestigiose di San Felice e porta la firma di un architetto, Michele Busiri Vici, rampollo di una rinomata, secolare dinastia di costruttori, architetti, ingegneri della Capitale – tradizionalmente operativi nella fabbrica di San Pietro – di lontana ascendenza francese (risale al Seicento la venuta dei Beausire in Italia dove  volgarizzano il cognome e lo legano a quello dei Vici marchigiani con cui si imparentano).

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Nell’Ottocento a dare lustro al casato è Carlo Maria Busiri Vici, accademico di San Luca e virtuoso del Pantheon. Anche i figli di Carlo Maria seguono le orme paterne e si ritagliano un invidiabile spazio nella professione. Oltre a Clemente (1887-1965), il maggiore e più quotato, attivissimi nel campo saranno gli altri due fratelli Michele (1894-1981) e Andrea (1903-1989).

Michele Busiri Vici si specializza nella realizzazione di ville di disegno mediterraneo, inserite nella natura, affacciate su panorami costieri mozzafiato, caratterizzate da linee curve e sinuose, con ampi terrazzamenti, intonacate a calce, bianche o nei colori pastello delle isole campane, realizzate in pietra calcarea locale ad opera finto-rustica, spesso lasciata a vista.

Diventa prestissimo l’architetto dell’alta borghesia, delle dive del cinema, dei ricchi imprenditori che si rivolgono al nome di grido  per farsi costruire lussuose abitazioni per le vacanze al mare da esibire come status symbol della scalata sociale.

Il Circeo, grazie alla vicinanza alla Capitale (da cui dista circa 90 chilometri) e alla indiscutibile pregevolezza ambientale, è per i Romani degli anni ‘50 del secolo scorso la spiaggia à la page, ed è logico che qui si concentri l’attività di Michele Busiri Vici in quegli anni (nel 1955 gli era stato affidata la redazione del piano regolatore di Sabaudia).

Laureatosi nel 1921 in quella che era allora la Scuola Superiore di Ingegneria, prima di sdoppiarsi in facoltà di Architettura (la storica Valle Giulia), dopo i primi anni di apprendistato e collaborazione nello studio del padre e poi in quello del fratello Clemente, il suo primo intervento in totale autonomia progettuale è la villa a Porta Latina del conte Attolico del 1930. Nel 1939 è a New York dove realizza il padiglione italiano all’Esposizione Universale di quell’anno.

Negli anni ’60 il principe islamico Karim Aga Khan acquista centinaia e centinaia di ettari sul litorale settentrionale della Sardegna con lo scopo di lanciare a livello internazionale Porto Cervo e la Costa Smeralda, destinati a diventare fiore all’occhiello di imprenditorialità pianificata, un business senza precedenti di turismo d’alto bordo. Il ricchissimo uomo d’affari si rivolge agli staff tecnici di tre noti architetti che in quegli anni vanno per la maggiore nell’ambiente del jet-set: il lombardo Luigi Vietti, il francese Jacques Couelle, e il nostro Michele Busiri Vici. Quest’ultimo, grazie proprio a quell’esperienza diventa per tutti “l’architetto della Costa Smeralda”.

Qui costruisce la chiesa Stella Maris, gli alberghi Luci della Montagna e Ramazzino; programma il comprensorio Sa Conca; realizza una infinità di ville padronali. Delinea uno stile ibrido, falso vernacolare, quasi di maniera, in cui confluiscono elementi e caratteri stilistici desunti dall’architettura mediterranea di origini più disparate, che vanno da Capri a Santorino, da Costa Brava a Positano, con un moltiplicarsi di comignoli, colombaie, porticati, arcatelle, patii, pergole, muri bianchissimi rivestiti di coppi, maioliche amalfitane, finestre centinate, angoli smussati, etc. in uno stile composito e scenografico quale un facoltoso turista d’Oltreoceano o d’Oltralpe si aspetta di trovare in un indeterminato e generico angolo di Mediterraneo, senza andare troppo per il sottile sulla specificità identitaria del luogo. In effetti di architettura rurale sarda sembra essercene davvero poca…

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Al contrario, sul versante Pontino, le suggestioni tipologiche derivanti dall’arcipelago campano, sia che si tratti di Procida come di Ponza, adottate nelle costruzioni di Busiri Vici al Circeo alla metà degli anni ’50, con modalità meno appariscenti e invasive di quanto accadrà dieci anni dopo in Sardegna, appaiono maggiormente ambientate. Questo in considerazione del fatto che il Lazio meridionale ha sempre gravitato (politicamente, culturalmente e linguisticamente) nell’ambito del Regno di Napoli e quindi anche gli agganci alle architetture di quei luoghi trovano giustificazione e collocazione.

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Le isole di Palmarola, Ponza e Zannone sono chiaramente individuabili all’orizzonte, inquadrate dalla scenografica terrazza, suggestiva – seppure con presupposti estetici ben diversi – quanto lo è quella caprese di Villa Malaparte.

arch. Renato Santoro – 20 novembre 2016

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