LA FRONTIERA NUBIANA

In una giornata di aspro inverno della Meseta spagnola, magari innevata,  spaesante è il profilo di un estraniato santuario egizio ricostruito in un parco della capitale castigliana (FIG. 1). A Madrid è infatti finito il tempio proveniente da Debod (località a sud della grande diga di Assuan, FIG. 2), donato alla Spagna, per la collaborazione prestata al governo del Cairo nelle opere di salvataggio dei suoi tesori nubiani. Il suo habitat originario è, naturalmente, quello riarso dell’Egitto meridionale, immortalato da un fotografo inglese di metà Ottocento (FIG. 3); che ci racconta di un tempio tolemaico dedicato al dio Amon agli inizi del II sec. a.C. dal Filopatore (221-204 a.C.); ampliato dai romani, nei primi secoli dell’Impero, con un pronao ed un mammisi. Negli anni Sessanta del secolo scorso fu smontato. imballato e spedito in Europa. Dopo un lento, paziente lavoro di ricostruzione è stato rimontato negli anni Settanta, con massicce integrazione delle parti mancanti; e l’impianto restituito è quanto di più conforme alla tradizione templare dell’epoca tarda.

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FIG. 1 – Tempio di Debod, Madrid

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FIG. 2 – F. Frith, tempio di Amon a Debod, Nubia (1862 c.)

Dalla romana Taphis (Taffeh, poco oltre Debod) è trasmigrato in Olanda un tempietto isiaco di eta augustea, risalente ai primi anni della nostra era e rimaneggiato nel IV secolo d.C. Omaggio ai Paesi Bassi per il contributo prestato in Nubia, è in pietra calcarea, misura m. 6,3 x 8,25 per un’altezza di m. 4,50  e dal 1971 è alloggiato nel Rijksmuseum van Oudhen di Leida (FIGG. 3-5).

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FIGG. 3, 4, 5 – Il tempio di Augusto a Taphis (Taffeh): dal suo sito originario (in una foto degli anni ’60 del Novecento) alle sale del Museo Nazionale di Antichità di Leida, Olanda 

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FIG. 6 – La regione storica della Bassa Nubia tra la prima e seconda cateratta e part. del Lago Nasser oggi

Proseguiamo il nostro itinerario nella frontiera nubiana (FIG. 6). Circa 20 chilometri a meridione di Talmis, nel cuore del Dodekaschoinos – la regione della Bassa Nubia[1] in territorio egiziano – prima che si formasse il Lago Nasser, sorgeva Dendur. In questo sito di confine, il cui nome antico era Toutzis, al tempo del prefetto romano Publio Petronio (che governò l’Egitto tra il 25 e il 22 a.C.), Ottaviano Augusto commissionò la costruzione di un tempio alla gloria di Iside ed Osiride, due divinità egizie il cui culto conobbe enorme diffusione nella società romana e nella stessa Urbe. Come è stato già detto, lo sbarramento della diga di Assuan ha creato un immenso bacino lacustre che ha sommerso tutto ciò che si affacciava sulle due sponde del fiume. Sorte che sarebbe perciò toccata anche al tempio di Dendur.

Grazie agli aiuti internazionali, coordinati dall’UNESCO (l‘organizzazione culturale delle Nazioni Unite), l’Egitto di Nasser poté mettere in salvo gran parte dei suoi beni archeologici ed architettonici, ereditati da un così illustre passato. Anche gli Stati Uniti fecero la loro parte, finanziando gli imponenti lavori di trasloco che per oltre un decennio hanno alacremente animato questo angolo di patrimonio dell’umanità.

In segno di gratitudine gli egiziani hanno fatto dono agli americani proprio del tempio di Dendur che oggi si trova oltre oceano, ricostruito nelle linde e luminose sale del Metropolitan Museum di New York (FIG. 7).

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FIG. 7 – Tempio di Dendur, Metropolitan Museum, New York

Si tratta, dunque, di un tempietto di età romana: dimensioni e semplificazione dell’insieme ne denunciano l’età tardo-antica (fine del I sec. a.C.). Il sacello ha il sapore di un classico tempio in antis rivisitato in chiave egizia, reso esotico dai capitelli a boccioli dischiusi. Ed anche il portale, chiaramente tolemaico, è qui più squadrato e severo, di latina sobrietà. Ed il terrazzamento su cui è impostata la platea di ingresso, richiama il caratteristico podio della tradizione templare ellenistico-romana.

Un bozzetto disegnato nel 1819 da Henry Salt, pioniere dell’egittologia che si era addentrato sino al cuore della Nubia, ben rappresenta come doveva presentarsi nel suo ambiente naturale (FIG. 8) il tempio che oggi fa mostra di sé in una sorta di asettica bacheca museale. Le foto d’epoca (FIGG. 9, 10) di primo Novecento, scattate in concomitanza delle inondazioni stagionali  causate dalla vecchia diga,  ci raccontano la sorte riservata a questo documento architettonico dell’età augustea, che dalla nuova diga di Assuan sarebbe stato sommerso per sempre.

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FIG. 8 -Il tempio di Iside a Dendur in un disegno di H. Salt (1819)

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FIG. 9 – Tempietto di Dendur in una foto d’epoca

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FIG. 10 – Il tempio di Iside a Dendur al tempo delle inondazioni stagionali 

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FIG. 11 – Dendur, schema

La distanza complessiva, dal pilone (alto 8 metri) alla fine del sacrario, è di 25 metri; il vasto piazzale antistante misurava 30 metri (FIG. 11). I rilievi intagliati sulle pareti in pietra arenaria ritraggono l’imperatore romano in posa faraonica, con tanto di tiara e divinizzato alla maniera egizia, in atto di offerta alla gran madre Iside.

Trasferite in un posto più al sicuro, al riparo dal livello delle acque del fiume, ma fortunatamente ancora in loco –  cioè sotto lo stesso cielo implacabilmente azzurro e con le stesse sabbie del deserto come fondale (sia pure qualche chilometro più ad ovest della ubicazione originaria ma a quota più elevata) – riassemblate sulla riva occidentale del Lago Nasser, all’altezza della Nuova Wadi es-Sebua, traviamo le ultime costruzioni del periodo greco-romano nella Nubia più remota. Si tratta del tempio di Thot a Dakka e del tempio di Serapide a Maharraqa (FIGG. 12).

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FIG. 12 – Lago Nasser, riva occidentale, presso Nuova Wadi es-Sebua: templi di Dakka e Maharraqa

Lungo la serpeggiante via fluviale, a sud di Dendur, nell’antichità sorgeva la città di Pselchis (all’altezza di Dakka). E’ qui che i Lagidi, da Tolomeo IV a Tolomeo IX, riadattarono e rinnovarono un tempio di preesistenza meroitica (IV sec. a.C.) dedicato al dio della sapienza e della scrittura, quel Thot che per i greci corrispondeva ad Ermete Trismegisto. Anche gli imperatori romani lasciarono le loro tracce con restauri, integrazioni e aggiunte, da Augusto a Tiberio. Il complesso fu fortificato dai romani –proprio in vista della posizione di frontiera soggetta alle turbolenze dei confinanti kushiti – con un esteso giro di mura (m. 270 x 440). Lo schema planimetrico è basato sul consueto modello: pilone, corte, vestibolo, sacrario (FIGG. 13-17).

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FIG. 13 – tempio di Thot a Pselchis presso Dakka, ricostruito sul lago Nasser. Pianta

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FIG. 14-17 – tempio di Thot a Pselchis

Ad un centinaio di metri, nel medesimo sito archeologico ricreato su un’altura che affaccia sul lago, è stato trasferito il nucleo superstite di un Serapeo proveniente da Hierà Sykaminos (ovvero “il sacro sicomoro”), l’ultimo centro abitato del Dodekaschoinos (FIGG. 18-20) localizzato a Maharraqa, di solida conformazione romana, con le massicce colonne composite e robusta opera muraria in grossi blocchi di pietra da taglio.

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FIG. 18-20 – Serapeion di Hierà Sykaminos, già a Maharraqa, oggi Nuova Wadi es-Sebua

Veleggiando verso l’Africa Nera, raggiungiamo quello che fu il punto estremo cui si spinsero le guarnigioni di Roma, l’avamposto più meridionale raggiunto dalle truppe dei governatori Cornelio Gallo e Publio Petronio ai tempi di Ottaviano Augusto. I romani lo chiamarono in latino Primis perché – considerando che l’Egitto va letto a rovescio cioè sottosopra, secondo il corso del fiume da sud a nord – questa era la prima roccaforte della provincia egiziana. Già fortificata in epoca faraonica e base militare sotto i Tolomei, era giocoforza che i nuovi conquistatori ne facessero la loro testa di ponte difensiva contro le pressioni delle popolazioni etiopiche.

E’ significativo che il toponimo arabo derivi proprio da quello latino. Infatti Qasr Ibrim è una corruzione fonetica di Castrum Primis e in arabo “qasr” è il termine usato per i fortilizi e i castelli di frontiera. Anche se i romani non vi restarono a lungo, è evidente che le loro tracce permasero vive anche dopo il loro allontanamento, soprattutto nei primi secoli di cristianizzazione copto-bizantina. Il luogo fu poi islamizzato e, come i romani si erano innestati sugli antichi impianti dei faraoni del Nuovo Regno, così gli arabi – e poi gli ottomani – si sovrapposero alle preesistenze caratterizzandole con la propria impronta. Oggi i ruderi troneggiano solitari ancora nella loro sede originaria, che era ubicata ad una quota sufficientemente elevata, ma ormai circondata dalle acque del Nilo, isolata su uno rupe che affiora dal Lago Nasser.

Questo lembo di demarcazione, membrana fra culture differenti seppur confinanti, sembra offrirsi come scenario ideale in cui ambientare l’intreccio melodrammatico per eccellenza di questo angolo di storia: quell’Aida verdiana ove il librettista Ghislanzoni e il soggettista Mariette fanno innamorare la  principessa etiope del condottiero Radames. A dispetto delle diversità, degli ostacoli di casta, di sangue, di lingua, l’amore riesce scavalcare le barriere. E questo è quello che la storia dell’architettura e dell’arte ci insegna, perché tra culture limitrofe spesso si creano dei vasi comunicanti di reciproco scambio che permettono quei flussi di mutua rigenerazione cui pregiudizi e ragionamenti per scomparti sono solo di impedimento.

arch. Renato Santoro -Roma, novembre 2016

NOTA BIBLIOGRAFICA

[1] Per notizie di carattere generale v. S. Curto, Nubia. Storia di una civiltà favolosa, Novara 1965; M. Zecchi, Abu Simbel, Assuan e i templi nubiani, Vercelli 2004

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