MARMI DI ETA’ IMPERIALE A ROMA

Monumenti e chiese di Roma sono un vero e proprio museo petrografico di marmi antichi. Non c’è edificio storico della città che non offra esemplari di colonne, are, fontane reimpiegate da materiali superstiti – estratti come da cave – dell’antica capitale dell’Impero. In questo repertorio empirico di litologia pratica ci farà da supporto storico il famoso Editto di Diocleziano, promulgato nel 301 d.C. (nella sezione che va sotto il titolo di Edictum de Pretiis Rerum Venalium, XXXIII, De Marmoribus). Da questo tariffario ante litteram che doveva fungere da calmiere, ricaviamo quali fossero i costi massimi dei marmi e, in base a questi, stilare una classifica delle qualità più pregiate ed ambite nella Roma agli inizi del IV secolo dell’era volgare.

A. Pigna Frigidarium

A. Pigna, Frigidarium, 1882 (Museo Comunale di Arte Moderna, Roma). Il lusso dell’antica Roma nella profusione di lesene in pavonazzetto frigio, riquadri di porfido rosso e cornici di breccia gialla

In cima alla graduatoria di questo elenco, con il valore di 250 denari per piede cubo, figurano il Lapis Porphyrites e il Lacedaemonius cioè il Porfido Rosso d’Egitto e quello Serpentino Verde di Grecia (cosiddetto dalla Laconia, la regione di Sparta).

Il primo veniva estratto dal Mons Porphyrites (detto anche Mons Igneus) che si trova nel deserto orientale, l’attuale Gebel Dokhan prospiciente il Mar Rosso. Il nome rimanda al color porpora e come tale è il marmo della dignità regale per eccellenza. Si tratta di una roccia ignea effusiva a tessitura porfirica e pasta vetrosa. I giacimenti attivi al tempo dei Tolomei, furono come ovvio, sistematicamente sfruttati anche dai Romani.

Il secondo, esportato dal Peloponneso, è caratterizzato da pigmentazione verde scuro e da cristalli più irregolari.

L’unità di misura adottata nel prezziario è il piede cubo, corrispondente cioè a cm. 29,65³ = mc 0,026. Poiché il peso specifico del porfido è di circa 2.600 kg/mc si ottiene che il prezzo di 250 denari per piede cubo corrisponde al costo equivalente a 70 chilogrammi.

Per avere idea del valore relativo, si consideri che nello stesso editto si fa menzione degli onorari per alcune prestazioni professionali e 250 denari era il compenso di un avvocato per una trattazione legale e la paga mensile di un maestro di oratoria per ciascun allievo. 60 denari era il salario giornaliero di un marmista. Qualcuno tradì per molto meno!

Ai nostri giorni, in un sistema produttivo e sociale completamente diverso – sindacalizzato, meccanizzato e facilitato nei trasporti – ribaltato nei parametri fra mano d’opera e materiale, 70 chilogrammi di porfido costano circa 270 euro, all’incirca poco più della retribuzione contributiva giornaliera di un operaio specializzato marmista.

A Roma una bella campionatura di porfido rosso imperiale sono le colonne ai lati del portale del tempio al Divo Romolo al Foro Romano (FIG. 1). Di porfido serpentino è il capitello verde  (FIG. 2).del ciborio di S. Saba all’Aventino (FIG. 2 bis).

porfido

FIG. 1 – Porfido rosso, Tempio del Divo Romolo

porfido serpentino

FIG. 2 – porfido serpentino (S. Saba)

fig. 2bis

FIG. 2 bis – Ciborio di San Saba

In seconda posizione, al costo di 200 denari per piede cubo troviamo il Lapis Numidicus e il Marmor Docimium o Docimenium, noto il primo come Giallo Antico di Numidia, estratto in Africa Settentrionale e precisamente in Tunisia, dalle cave di Simitthu, alle falde del Monte Maurasido  (colonne al Pantheon e all’Arco di Costantino, di color avorio invecchiato, FIGG. 3, 4 ); noto il secondo come Pavonazzetto di Frigia (detto anche Marmor Synnadicum da Synnada, altra città frigia vicina a Docimio), una breccia fiorita di cui possiamo ammirare le splendide colonne a S. Lorenzo fuori le Mura (FIG. 5), quelle del tempio di Apollo Sosiano (ricostruito alla Centrale Montemartini, FIG. 5 bis) o quelle di S. Giovanni a Porta Latina (FIG. 5 ter).

 mumidicum

FIG. 3 – Marmor Numidicum (Giallo antico, Pantheon)

giallo antico

FIG. 4 – Giallo antico (Arco di Costantino)

san lorenzo

FIG. 5 – Pavonazzetto frigio (San Lorenzo fuori le mura)

apollo sosiano

FIG. 5 bis – Pavonazzetto (tempio di Apollo Sosiano)

pavonazzaetto s. giovanni porta latina.jpg

FIG. 5 ter- Pavonazzetto (S. Giovanni a Porta Latina)

150 denari al piede cubo era il prezzo del Marmor Luculleum ovvero il cosiddetto Africano (proveniente dalle isole egee di Teos e di Chios, quest’ultimo noto come Portasanta, FIGG. 6, 7) e il Thessalicum (Verde Antico di Tessaglia, noto anche come Atracius, da Atrax nome di città di quella regione greca, FIG. 8).

La breccia Portasanta è così detta perché di marmo di Chios sono gli stipiti delle Porte Sante delle basiliche di S. Pietro e S. Giovanni in Laterano.

marmor-africanum

FIG. 6 – Marmo Africano (Centrale Montemartini)

portasanta

FIG. 7 – Portasanta di Chios (S. Anastasia)

verde antico

FIG. 8 – Verde Antico (S. Giovanni in Laterano)

Le quotazioni scendevano a 100 denari per un piede cubo di Lapis Pyrhopoecilus (granito rosso di Siene, l’odierna Assuan, colonne di S. Maria degli Angeli, FIG. 9); di Marmor Claudianum (granito grigio del Foro Traiano, FIG. 10 – da Mons Claudianus, Gebel Fatireh, in Egitto – che i Latini chiamavano anche Lapis Psaronius per il colore simile al piumaggio dello storno=psarus); di Marmor Carystium (il Cipollino di Carystos nell’Eubea, caratterizzato dalle venature ondulate e stratificate che ricordano la conformazione del bulbo, come visibile nel Tempio di Antonino e Faustina, FIG. 11); tutti largamente diffusi a Roma.

fig-9

FIG. 9 – Granito rosso di Siene (S. Maria degli Angeli)

granito foro

FIG. 10 – Granito grigio del Foro Traiano

cipollino

FIG. 11 – Marmo caristio (o cipollino, Tempio di Antonino e Faustina)

A 75 denari ammontavano: il Lapis Alabastrites, l’alabastro egiziano molto apprezzato per le sue trasparenze (FIG. 12) che lo imparentano all’onice; il Marmor Triponticum, un marmo ad Occhio di Pavone, un calcare conchigliare (FIG. 13) dall’entroterra anatolico dei Dardanelli (compreso cioè fra Ponto Eusino o Mar Nero; Propontide o Mar di Marmara; la regione lacustre del Sophon, oggi lago di Sapanca); il  Marmor Heracleoticum (dalla città anatolica di Eraclea, ad est di Mileto, nella Caria, identificata con l’odierna Kapikiri ai piedi del Latmos). Dalle cave del monte Latmos si estrae una pietra prossima al travertino, di colore beige a venature più scure (FIG. 14), che dovrebbe essere assai simile a quello importato dai Romani.

alabastro onicino

FIG. 12 – Colonna di alabastro onicino (Musei Capitolini)

triponticum

FIG. 13 – Campione di Occhio di Pavone (Marmor Triponticum)

LATMOS

FIG. 14 – Campione di pietra di Latmos (Marmor Eracleoticum)

Con 60 denari si acquistava un piede cubo di Lapis Euthydemianus di cui non è stata individuata la provenienza; con 50 denari il Marmor Thasium ed il Marmor Lesbium, generalmente utilizzati in statuaria per il colore tendente al carnacino, le cui cave erano localizzate, rispettivamente, nelle isole greche di Thasos e Lesbo (o Mitilene). Il primo è detto Greco Livido, di un bianco tendente al giallo, tessitura compatta e sfumature azzurrognole; l’altro Greco Giallognolo, a struttura microcristallina, di colore più accentuato, macchiato da cristalli color cenere. Erano considerati di qualità inferiore, come si deduce dal prezzo. Di marmo Tasio sono le colonne del Foro di Nerva (FIG. 15); una campionatura di Lesbio la troviamo a S. Bibiana (FIG. 16).

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FIG. 15 – marmo di Thasos (Foro di Nerva)

lesbio

FIG. 16 – marmo Lesbio (S. Bibiana)

Infine 40 denari erano sufficienti per l’acquisto di questi ultimi marmi elencati dal legislatore: Marmor Anacastenum (di incerta identificazione); Marmor Scyranum (dall’isola di Skyros, nelle Sporadi); Marmor Proconnesium (dall’isola del Mar di Marmara, detto anche Ciziceno dalla dirimpettaia città di Cizico); il Marmor Potamogallenum (anche questo di dubbia origine).

La pietra di Skyros è una breccia dai colori vivaci, screziati dal rosso al bruno, con clasti bianchi a forma allungata e mandorlata. Questo marmo è detto anche di Settebassi (dal toponimo sulla via Tuscolana, all’altezza di Capannelle), dove si estendeva la grandiosa villa suburbana di Settimio Basso, risalente al II secolo d.C., nel cui ambito sono stati rinvenuti diversi esemplari (FIG. 16).

Il Proconnesio è un marmo venato bianco e grigio scuro, a striature ben distinte fra loro. Di questo marmo sono le colonne superstiti dell’Adrianeo a Campo Marzio (FIG. 17). Molto in voga a Bisanzio, data la vicinanza con il Bosforo, fu largamente usato anche dai costantinopolitani di Ravenna (FIG. 18 e 18/bis).

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FIG. 17 – marmo proconnesio: tempio di Adriano (piazza di Pietra)

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FIG. 18 – Ravenna, S. Apollinare in Classe, colonne in proconnesio

colonne di san vitale a Ravenna

FIG. 18 bis – Ravenna, S. Vitale, colonne in proconnesio venato dal Mar di Marmara

L’arte e la creatività compositiva dei maestri marmorari romani poté esprimersi al meglio grazie alla pregevole varietà di marmi colorati a disposizione. Ad esempio i primi quattro e più costosi marmi levigati circolanti a Roma, si prestarono a combinazioni decorative di grande effetto, ottenute dall’accostamento di inserti in porfido rosso e serpentino, in giallo antico e pavonazzetto, che nell’insieme costituiscono quella che viene detta quadricromia neroniana, perché l’uso di questi colori era cifra dominante nelle pavimentazioni ad opus sectile della Domus Aurea, la fantasmagorica reggia di quello stravagante imperatore che fu  il divino Nerone.

ostia quadricromia

FIG. 19 – Ostia Antica, pavimento in quadricromia marmorea

Se ne trova un esempio anche ad Ostia nella cosiddetta Aula di Porta Marina, del IV secolo d.C. (FIG. 19). L’uso era talmente radicato nel gusto bizantino da perdurare anche nell’Età di Mezzo, come dimostrano i pavimenti musivi delle più antiche chiese paleocristiane, sino all’esuberanza cosmatesca (FIG. 20) del Basso Medioevo.

fig 20

FIG. 20 – pavimento policromo (S. Maria in Cosmedin)

Il maestro marmorario medioevale assembla inserti di porfido, serpentino, giallo antico e pavonazzetto, nella più consolidata tradizione della quadricromia in voga nella Roma imperiale.

arch. Renato Santoro – 12 giugno 2016

VEDI ANCHE:

https://muromaestro.wordpress.com/2015/07/17/marmi-di-importazione-nellantica-roma/

IN COPERTINA:

venere roma

Roma, Tempio di Venere e Roma, colonne in porfido (cortile di S. Francesca Romana), II sec. d.C.

BIBLIOGRAFIA

Faustino Corsi, Delle pietre antiche libri quattro, Salviucci, Roma 1828

Francesco Belli, Catalogo della collezione di pietre usate dagli antichi per costruire ed adornare le loro fabbriche, Mugnoz, Roma 1842

Mario Pieri, I marmi d’Italia, Hoepli, Milano 1964

Carmelo G. Malacrino, Ingegneria dei Greci e dei Romani, Arsenale, Verona 2010

Henry W. Pullen, Manuale dei marmi romani antichi, a cura di F. Crocenzi, Gangemi, Roma 2015

 

 

 

 

 

 

pavonazzaetto s. giovanni porta latina.jpg

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