UN KOLOSSAL ANNI SESSANTA

CLEOPATRA: SCHEDA, TRAMA, RECENSIONI

Cleopatra:

regia Joseph Leo Mankiewicz; sceneggiatura Joseph Leo Mankiewicz,  Ranald Mac Dougall, Sidney Buchman; fotografia Leon Shamroy; scenografia Herman Blumenthal, Hilyard Brown, John DeCuir, Boris Juraga, Maurice Pelling, Jack Martin Smith, Elven Webb, Paul S. Fox, Ray Moyer, Walter M. Scott; costumi Irene Sharaff, Vittorio Nino Novarese, Renie; musiche Alex North; interpreti ELIZABETH TAYLOR (Cleopatra), REX HARRISON (Cesare), RICHARD BURTON (Antonio), RODDY MC DOWALL (Ottaviano), HUME CRONYN (Sosigene), CESARE DANOVA (Apollodoro), PAMELA BROWN (sacerdotessa), ISABELLE COOLEY (Charmian), FRANCESCA ANNIS (Iras), GEORGE COLE (Flavio), MARTIN LANDAU (Rufio); doppiatori italiani Rita Savagnone (Cleopatra), Emilio Cigoli (Cesare), Giuseppe Rinaldi (Antonio); produttore esecutivo Walter Wanger; produzione Twentieth Century Fox; distribuzione in Italia Dear Film; colore De Luxe; durata 244 minuti; Stati Uniti 1963

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La trama.

Il film ripercorre gli episodi storici salienti dell’ultima dei Tolomei. E’ il 48 a.C.: dopo la battaglia di Farsalo, Pompeo, sconfitto da Cesare, si è rifugiato in Egitto sperando nell’appoggio di Tolomeo XIII. Giulio Cesare (Rex Harrison) lo insegue ad Alessandria per catturarlo ma il giovane sovrano egiziano gli fa trovare la testa mozzata del rivale ucciso. In Egitto, regno sotto la tutela amministrativa di Roma, Cesare approfitta per fare da arbitro nella lotta per il trono fra i co-reggenti Tolomeo e sua sorella Cleopatra (Elizabeth Taylor), costretta ad abbandonare la città. Nottetempo al tutore romano viene consegnato un dono: un tappeto da cui balza fuori la ventenne regina. All’avvenente egiziana non occorrerà molto per sedurre il maturo condottiero e farsi insediare sul trono, una volta fatto fuori Tolomeo, accusato di aver complottato per avvelenarla. Nell’anno che segue Cesare avrà da lei anche un figlio, Cesarione. Dal condottiero, che deve far ritorno nell’Urbe, Cleopatra si fa promettere che potrà raggiungerlo in Italia. E’ proprio l’arrivo a Roma, con le coreografie di Hermes Pan, uno dei momenti più spettacolari del film: preceduta da trombettieri a cavallo, corse di bighe, cortei di stregoni e ballerine africane, avanza lentamente una sfinge alta quindici metri, alla cui sommità sono assisi la sovrana, con un abito intessuto d’oro, e l’erede di Cesare, presentato pubblicamente al popolo romano. Qui, Cleopatra solletica nell’anziano amante l’ambizione di proclamarsi re, suscitando il risentimento di Bruto e dei senatori che tramano per stroncare le velleità politiche del dux. Alle idi di marzo del 44 a.C. Cesare viene ucciso a pugnalate nella Curia. La regina capisce che per lei e per suo figlio non c’è posto a Roma e fa rapidamente vela verso l’Egitto.

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In alto: la reggia di Alessandria ricostruita a Torre Astura (Anzio) dallo scenografo J. DeCuir nell’estate del 1961

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IN ALTO: Cleopatra e Ottaviano (Roddy Mc Dowall) 

Antonio (Richard Burton) vendica la morte di Cesare sconfiggendo Bruto a Filippi. Con Ottaviano (Roddy McDowall) e Lepido dà vita al secondo triumvirato.  Ora è Antonio, al quale è toccato il governo dello scacchiere orientale, ad avere bisogno dell’Egitto, per finanziare le proprie campagne militari. Invia il suo braccio destro Rufio (Martin Landau) ad Alessandria per convocare la regina a Tarso, nel suo quartier generale in Oriente. La regina vi giunge a bordo di una splendida galea dorata, decisa a far valere tutte le armi della sua seduzione per piegare il romano alla sua causa: unire l’Egitto e Roma nel primato sul Mediterraneo. Il debole e gaudente Marco Antonio si lascia irretire e segue Cleopatra ad Alessandria. Al ritorno in Italia, Antonio incontra Ottaviano a Brindisi e, per suggellare il patto di fedeltà, ne sposa la sorella Ottavia.

Non potendo rinunciare agli aiuti economici dell’Egitto, per la sua campagna contro i Parti, Antonio viene convinto a far ritorno da Cleopatra per implorarne l’appoggio. In cambio la regina pretende un lungo elenco di regioni (dalla Cilicia a Creta, da Cipro alla Giudea). “Mi stai chiedendo un terzo dei domini di Roma” fa dire Mankiewicz al romano. “Io te ne do due terzi” è la replica spavalda della sovrana. Antonio finisce con l’accettare, pur sapendo che questo porterà allo strappo definitivo con Roma.

Dall’Italia la risposta non si fa attendere: Ottaviano, lancia in pugno, annuncia al popolo la risoluzione di muovere contro l’Egitto. Ad Azio, in Grecia, nel 31 a.C. si consuma la battaglia navale che vedrà la sconfitta della flotta egiziana, pesante e lenta, beffata delle agili navi romane. La regina, dando Antonio per spacciato, colato a picco con la sua imbarcazione in fiamme, si allontana, veleggiando verso l’Egitto. Il romano però non è morto e, vedendola fuggire, si fa caricare su una scialuppa per raggiungerla.

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In alto: Elizabeth Taylor dietro le quinte fotografata da Roddy Mc Dowall

In Egitto Cleopatra gli lascia l’illusione che può ancora combattere per terra contro Ottaviano, in marcia verso Alessandria; e mette a disposizione di Antonio quel che resta dell’esercito egiziano per affrontare il rivale alle porte della città. Ma nel frattempo  affida il figlio Cesarione ad una guarnigione che lo porti in salvo lontano dalla Capitale. Il giovane principe sarà però intercettato ed ucciso dai Romani.

Quando Marco Antonio si accorge che gli uomini affidati al suo comando hanno disertato in massa, è costretto a rientrare precipitosamente ad Alessandria, dove trova la reggia deserta; Apollodoro (Cesare Danova), il fedele servitore della regina, gli fa credere che Cleopatra sia morta. A questo punto non resta che la spada per togliersi la vita. E’ agonizzante quando l’egiziano gli dice la verità: la regina non è morta ma nascosta nel suo sepolcro. Portato da lei, Antonio spira tra le sue braccia: “Un tuo bacio sia il mio ultimo respiro”.

Il conquistatore si reca da Cleopatra, chiusa nel mausoleo, per convincerla a seguirlo nell’Urbe come trionfale trofeo di guerra. La regina, nel vedere l’anello di Cesarione al dito di Ottaviano, intuisce la fine del figlio e finge di accettare le condizioni poste; ma una volta sola si fa portare un cesto di fichi in cui è nascosto un aspide il cui morso le darà la morte. Le fedeli ancelle Iras e Charmian (Francesca Annis e Isabelle Cooley)  la vestono per l’ultimo viaggio con l’abito d’oro, quello del suo primo ingresso a Roma, in modo che Antonio, anche da grande distanza, possa vederla arrivare.

Cleopatra è stesa sul sarcofago, in tutto il suo regale splendore; le ancelle sono morenti ai suoi piedi. Iras, con voce flebile, al romano che gli chiede se questa sia una degna fine, risponde: “Più che degna, degna dell’ultima regina di una grande stirpe”. La sovrana lagide muore a trentotto anni il 29 agosto dell’anno 30 a.C.

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Cleopatra torna a roma, settembre 2013

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In alto: Roddy McDowall nel ruolo di Ottaviano

Le recensioni.

Di seguito alcuni commenti critici di alcune grandi testate giornalistiche americane, inglesi e italiane, all’uscita del film (12 giugno 1963: anteprima mondiale a New York; 31 luglio: anteprima europea a Londra; 10 ottobre anteprima italiana a Roma).

Da “The Daily News” di New York: E’ un magnifico spettacolo che soddisfa il nostro desiderio di perfezione, arricchisce il nostro amore della bellezza e dell’arte, ci riempie di ammirazione per la brillante interpretazione e soddisfa le nostre esigenze in fatto di scrupolosità storica. In definitiva vale la pena di assistere al film, di pagare il biglietto di ingresso e di dedicargli le quattro ore e tre minuti necessari a vederlo.

Da “The Herald Tribune” di New York: E’ una grossa delusione e, in definitiva, una stravagante esercitazione in chiave di noia. Naturalmente tutto dipende da ciò che vi aspettate. Certo se vorrete dedicare la parte migliore delle quattro ore a contemplare Elizabeth Taylor nel suo splendore fisico rivestito o non di abiti e incorniciato da costumi esotici ed estremamente elaborati … questo è il film che fa per voi. Se poi siete capaci di mettere a fuoco, di tanto in tanto, la vostra capacità di spettatori potrete apprezzare due interpretazioni di gran classe, quella di Rex Harrison e quella di Roddy McDowall. Ma io penso che ci si aspettava qualcosa di più da questa Cleopatra. Devo notare inoltre che una delusione anche più grande aspetta coloro il cui interesse era stato stimolato quasi esclusivamente dal parallelo tra la vita reale di Liz e Burton e l’idillio Cleopatra-Antonio. Costoro debbono sapere che Burton entra in scena solo dopo un’ora e venti minuti, che passa un’altra ora e quindici minuti prima che i due si abbraccino la prima volta e che, a parte un gran chiacchierare amoroso e una serie di sospiri dell’anima, i loro amplessi appaiono di una temperatura nettamente inferiore alla relazione Cesare-Cleopatra.

 Da “The Daily Mirror” di Londra: La Taylor non è in alcun modo all’altezza della figura della famosa regina egiziana. La sua recitazione è decisamente insufficiente, al contrario di Burton e Harrison che hanno dimostrato di aver preso sul serio il loro mestiere di attori. Harrison è senz’altro il miglior attore. Egli rende pienamente la storica figura di Cesare. La recitazione di Burton è un po’ meno valida a meno che non ci si renda conto che il forte di Marcantonio non era il cervello ma la spada.

 Da “The Daily Telegraph” di Londra: Rex Harrison è un Cesare maturo e soddisfacente, mentre Richard Burton è un debole e quasi pietoso Marcantonio. Quanto alla Taylor la sua voce è a volte quella di una vera e propria megera e non di una sirena del Nilo, e i suoi modi sono spesso più autoritari che degni di una regina.

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IN ALTO: Cesare (Rex Harrison) solleva tra le braccia il figlio Tolomeo Cesarione presentatogli da Charmian (Isabelle Cooley) e Iras (Francesca Annis)

 Da “Il Corriere della Sera” di  Milano: Nonostante tutte le affermazioni di Mankiewicz, il regista, Cleopatra rimane soltanto uno ”spectacularcon il difetto aggiuntivo che, proprio per evitare le “esagerazioni” della formula alla De Mille, il regista gli ha ridotto notevolmente quel vigore drammatico che De Mille inseriva sempre nei suoi prodotti. Il risultato è quindi una curiosa piattezza e una notevole monotonia: per quanto molte scene siano eccellenti sul piano visivo e fotografico, la vicenda non “prende” lo spettatore e le caratterizzazione dei personaggi rimangono sempre estremamente esili e superficiali. Elizabeth Taylor offre allo spettatore una visione generosa delle sue doti anatomiche mediante l’ausilio di scollature suggestive, di sottovesti diafane, di corsetti aderenti e di scene al bagno, ma non appare tagliata né fisicamente né scenicamente a rappresentare la più famosa “donna fatale” dell’antichità classica, colei che incantò il grande Giulio Cesare e portò alla rovina il coraggioso Marcantonio. Ma se Mankiewicz ha voluto evitare il “demillismo” più tradizionale limitando lo spettacolo di massa, egli ha compensato questo con un uso abbondante ed anche più esplicito dell’altro ingrediente della formula di De Mille: le scene del “bagno”. Vediamo al bagno non soltanto due o tre volte Cleopatra, ma anche una volta Marcantonio. A questo si aggiunge una notevole insistenza sul motivo dello “spogliarello” sviluppato da avvenenti danzatrici della corte egiziana e una scena orgiastica a bordo della nave su cui Cleopatra si reca ad incontrare e sedurre Marcantonio (Ugo Stille).

Da “La Stampa” di Torino: Una Cleopatra soprattutto di lusso più che lussuriosa. Il che, per Cleopatra, è poco. Molte banali scene d’amore. Unico protagonista che si  salva, Rex Harrison nella parte di Cesare. Ottimo Cesare nella convenzionale grandiosità del resto (a.b.)

 Da “Il Messaggero” di Roma del 13 giugno 1963: Il film è pretenzioso, prolisso e stucchevole … Mankiewicz ha voluto evitare il demillismo e la grossolanità del “superspectacular” hollywoodiano, ma… l’azione cade nel vuoto, il dialogo annoia, le scenografie diventano ovvie e perdono di interesse…Da Cleopatra si trae l’impressione che il regista…abbia rinunciato del tutto a dirigere l’attrice pur di girare in fretta e furia le scene prima ancora che un altro amore o un’altra malattia avessero interrotto la lavorazione della pellicola…Per la sua prestazione questa attrice ha finora incassato un milione duecentocinquantamila dollari (settecentosettantacinque milioni di lire) che potrebbero diventare dieci milioni se il film dovesse avere successo. Non sarebbe misericordioso infierire ulteriormente sulla signora Taylor indicando quale miglior uso avrebbe potuto essere fatto di queste ingenti somme di denaro (Lucio Manisco).

Da “Il Messaggero” di Roma del 12 ottobre 1963: Di fronte alla recitazione di Rex Harrison, così nobile e contenuta e umana, la recitazione di Richard Burton, che a Harrison succede come protagonista maschile, si rivela grossolana e ridondante, tutta effettacci e gigionerie (Guglielmo Biraghi).

Da “Il Tempo” di Roma del 12 ottobre 1963: Non staremo a guardare troppo per il sottile anche perché questi colossi sono un po’ come le grandi statue dei Presidenti americani scolpite nella roccia viva: da lontano si fanno apprezzare, hanno linea ed espressione, da vicino svelano solo tratti informi e confusi… La parte del leone la fa naturalmente Elizabeth Taylor. Francamente, da un punto di vista di sensibilità di interprete, l’abbiamo incontrata in occasioni migliori (Gian Luigi Rondi).

Da “Momento-sera” di Roma del 13 ottobre 1963: Tra gli interpreti, i migliori ci sono parsi Rex Harrison (Cesare), Elizabeth Taylor (una Cleopatra in grandissima forma, eccitante e bellissima), Hume Cronyn (Sosigene) e Cesare Danova (Apollodoro). Quanto a Richard Burton egli, con la sua aria di campagnolo romano, non spiega il fascino esercitato su Cleopatra e su Liz Taylor, né la fama di grande attore shakespeariano. Belle le scene, stupendi i costumi, pregevole la fotografia a colori in Todd-AO dovuta a Leon Shamroy, Piero Portalupi e Claude Renoir (Italo Dragosei).

Da G. Sadoul, Dizionario dei film, Sansoni, Firenze 1990: Il film più caro mai realizzato (37 milioni di dollari), provocò, per le sue spese, l’eliminazione di Spyros Skouras dalla Fox. Iniziato da Mamoulian e poi passato dalla produzione a Mankiewicz, che rimediò uno spettacolone abbastanza statico con momenti di buona regia, senza però riuscire a fare qualcosa di meglio dei due precedenti. Come diceva Delluc dei film italiani (nel ‘20): “O tre personaggi in scena, o centomila”, Mankiewicz eccelle solo coi tre. La sua lungaggine ha fatto sbadigliare molti (Georges Sadoul).

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A distanza di mezzo secolo, spentosi il clamore pubblicitario, ridimensionate le aspettative e placati i pregiudizi, è ora possibile guardare il film con maggiore oggettività e distacco. Per questo motivo chi assiste oggi alla proiezione di Cleopatra non può non riconoscerne la sontuosità, l’irreprensibilità della ricostruzione, il solido impalcato narrativo. Ci si è ricreduti anche sulla qualità dei moduli recitativi, giudicati troppo severamente all’indomani della prima. Dando in questo ragione a chi, come Brendan Gill – parafrasando il lapidario commento di Nunnally Johnson sulla mitica Marilyn Monroe – in quel giugno del ’63  su “The New Yorker”, paragonò questo kolossal e la sua interprete ad una meraviglia naturale come  le Alpi o le Cascate del Niagara.

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Scrive Walter Veltroni, ex sindaco di Roma e appassionato cinefilo: “Cleopatra fu, per Roma, qualcosa di paragonabile ai Mondiali del 1990 o alle Olimpiadi del 1960. Fu un grande evento collettivo, un ‘fatto’ che scosse la città. A migliaia i romani varcarono i cancelli di Cinecittà per fare le comparse nel kolossal americano. ‘Ho fatto Cleopatra’ è stato per anni il tormentone non solo di generici e comparse, ma anche del popolo romano” (W. Veltroni, Certi piccoli amori 2, 1998).

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arch. Renato Santoro – giugno 2016 

IN COPERTINA: Elizabeth Taylor fra Eddie Fisher e J. Mankiewicz (Roma, 1961)

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Il regista Joseph L. Mankiewicz a Torre Astura dove nel 1961 fu ricostruita dallo scenografo John DeCuir la spettacolare reggia di Alessandria. In alto: intervista di Costanzo Costantini apparsa sul “Messaggero” di Roma del 9 ottobre 1961

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In alto: Marina Berti, nei panni della regina di Tarso. Alle sue spalle: Mankiewicz e Burton

 

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