La primavera romana di Mr. Welles

Un memorabile gruppo di famiglia in posa all’interno del Caffè Greco datato 1948 ritrae un giovane Orson Welles, allora trentatreenne, seduto sulla destra fra Lea Padovani e il pittore Mario Mafai. Attorno a loro una compagnia di tutto rispetto, il cuore pulsante della Roma intellettuale del dopoguerra: da Aldo Palazzeschi ai fratelli Mirko e Afro Basaldella, da Pericle Fazzini a Sandro Penna (i due in piedi sul fondo del cosiddetto Omnibus), da Renzo Vespignani a Orfeo Tamburi, da Carlo Levi a Libero De Libero, da Ennio Flaiano a Vitaliano Brancati.

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Caffè Greco, Roma 1948 (sulla destra Orson Welles e Lea Padovani)

Cosa ci fa il geniale attore-regista americano in mezzo a quella eterogenea e stimolante accolita di scrittori e pittori riuniti a discettare d’arte, poesia, teatro o politica, magari centellinando un caffellatte, nella saletta interna in quell’antico, glorioso locale di via Condotti?

Orson era sbarcato in Italia nell’autunno dell’anno prima, in una umida giornata di novembre, in tono con il suo morale a terra, deluso dalla piega che stavano prendendo per lui le cose in America, sia dal punto di vista professionale che da quello privato. Le critiche cinematografiche, non più benevole come agli esordi, e gli insuccessi al botteghino delle sue ultime pellicole, facevano il paio con il fallimento sentimentale. Il matrimonio con la mitica Rita Hayworth era naufragato, mentre cominciavano a latitare produttori disposti a rischiare con i suoi film. Per tagliare con il passato niente di meglio che cercare il riscatto in un Paese come il nostro che, reduce dalla sconfitta bellica, si aggrappava al sogno di una rinascita, morale e concreta, vitale e artistica.

Ormai leggendaria la frase che lo stesso Welles aveva suggerito agli sceneggiatori de Il terzo uomo[1]:In Italia sotto i Borgia, per trent’anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”. La battuta pronunciata da Harry Lime (il personaggio interpretato da Orson Welles) e rivolta a Joseph Cotten è paradigmatica del suo apprezzamento per la italianità e la sua egemonia culturale in ambito europeo. E’ a Roma per prendere parte come attore al film Cagliostro diretto da Gregory Ratoff negli studi della Scalera Film.

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Orson Welles in Cagliostro con Valentina Cortese

Nel ruolo del Black Magic Giuseppe Balsamo Welles è perfetto: il personaggio gli calza a pennello, considerati i suoi trascorsi raccontati in una intervista rilasciata a Kenneth Tynan per “Playboy” nel 1967 [2].

Alla domanda se davvero egli abbia il potere della chiaroveggenza, Orson Welles risponde:Be’ se quel potere esiste, di sicuro lo possiedo; se non esiste, ho quella cosa che viene presa per chiaroveggenza anche se non lo è. … Una volta, però, a Kansas City ho fatto l’indovino mentre mi trovavo lì per una settimana di repliche a teatro. Come mago part-time, avevo conosciuto un mucchio di truffatori semi-maghi, e imparato i trucchi dei veggenti professionisti. Ho preso un appartamento in un quartiere povero e ci ho messo un’insegna – Lettura del futuro a due dollari –  e ogni giorno andavo lì, mi mettevo un turbante e predicevo il futuro”.

Per dimenticare la rossa chioma di Gilda si lega sentimentalmente a Lea Padovani, 25 anni, promettente e dotata attrice teatrale e di cinema. Di lei poco signorilmente dirà in seguito che aveva “la faccia come un cucchiaio”, che si trattava di una “italiana brutta e piccola” ma che gli aveva fatto letteralmente perdere la testa[3].

La ragazza in effetti, non poteva certo competere con la conclamata bellezza dell’atomica Rita, però aveva personalità e carattere. La storia andò avanti fra alti e bassi sino al 1951. Per lui era l’interprete ideale cui affidare il ruolo di Desdemona nell’Otello cinematografico in preparazione e alla quale stava impartendo lezioni intensive di lingua inglese. La Padovani, nativa di Tuscania nell’Alto Lazio (1923-1991), gli suggerì di girare alcune scene in quella splendida cittadina medioevale e al Palazzo dei Papi di Viterbo. Ma una lite furibonda fra i due, con tanto di lancio di fermacarte da parte della donna in direzione della fronte del talentuoso artista, pone fine all’idillio. Nel ruolo dell’eburnea dama veneziana la Padovani sarà rimpiazzata dalla canadese Suzanne Cloutier. Presentato a Cannes nel maggio del 1952 il film si aggiudica la Palma d’oro. Per l’Orson Welles europeo riconoscimenti e premi non sono lesinati, ma quello che gli fa difetto è il ritorno economico. Assillato da debiti e insolvenze è costretto ad accettare parti di comprimario in film anche non memorabili.

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Estate 1948: a Venezia con Lea Padovani. Accanto a loro si riconoscono: Elsa Maxwell (in alto) e Alberto Lattuada (qui sopra)

Nel periodo romano, Welles abitò dapprima all’Excelsior di via Veneto, ma ben presto si trasferì ai Castelli Romani, tra Frascati e Monte Porzio, dove affittò Casal Pilozzo, splendido villone di campagna che era appartenuto a Giuseppe Bottai, già ministro negli anni del Duce, e che alla fine dovette lasciare per sistemazioni meno divistiche e dispendiose.

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Casal Pilozzo, Monte Porzio (Castelli Romani)

L’avventura italiana di Welles è costellata di incontri fugaci, come l’effimero flirt con Franca Faldini, sino al più impegnativo rapporto con la contessina Paola Di Girifalco (1928-1986), che intraprese la carriera cinematografica con lo pseudonimo di Paola Mori, interprete di Rapporto confidenziale (Mr. Arkadin) con la quale convolerà a nozze nel 1955. In realtà le sue fiamme italiane rispondono tutte alla stessa tipologia femminina. Grande e grosso e burbero qual era veniva attratto da donne minute, dai modi garbati e sicuramente poco appariscenti (esattamente il contrario del glamour incarnato dalla vamp Hayworth). Forse sperava esotericamente nella coniugio oppositorum.

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1956: Orson Welles, Paola Mori e la figlia Beatrice nata a New York l’anno prima

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Genova 1958: Orson Welles, Paola Mori e la piccola Beatrice (qui a tre anni)

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Orson Welles e Paola Mori per le calli di Venezia

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Orson con la figlia avuta dalla contessina Di Girifalco

Da Paola avrà la sua seconda figlia, Beatrice, che eredita il nome della nonna paterna. Non divorzieranno mai però di fatto il matrimonio entra presto in crisi per i continui tradimenti di lui, il quale pubblicamente nel 1962 esibisce una nuova relazione con la croata Oja Kodar, conosciuta sul set de Il processo.

Nel 1949 era stato Cesare Borgia ne Il principe delle volpi, diretto da Henry King e interpretato da Tyrone Power (che in quello stesso periodo è in Italia con Linda Christian). Le ambientazioni che fanno da sfondo alle avventurose vicende del principe Orsini, vengono scelti fra Terracina, Siena, San Gimignano, Venezia. I lussuosi interni vengono ricreati a Cinecittà. Orson Welles nei panni dell’astuto e intrigante nobiluomo del Rinascimento italiano sembra muoversi a proprio agio.

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Il principe delle volpi (1949) con Tyrone Power

Nel 1953 gira in Italia L’uomo, la bestia, la virtù tratto da Pirandello, per la regia di Stefano Vanzina, con Totò. Sul set corteggia la Faldini che però preferirà le attenzioni del principe napoletano. Nel 1959 è il re Saul in David e Golia di Fernando Baldi, peplum nella migliore tradizione italo-americana girato a Cinecittà. E’ lo stesso Welles, anche se non accreditato, a dirigere le proprie scene.

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Orson Welles in L’uomo, la bestia, la virtù (1953) di Steno con Totò

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Nel ruolo di Saul in David e Golia (1959)

tartari 1961I Tartari (1961)

Nel 1961 esce il film l’ennesimo “polpettone” in costume girato in Italia: I Tartari, diretto da Ferdinando Baldi, con Victor Mature, Liana Orfei e Arnoldo Fosà.

Nel 1963 fa una breve apparizione nell’episodio La ricotta di Pier Paolo Pasolini in Ro.Go.Pa.G. del 1963, nel ruolo del regista cui viene provocatoriamente chiesto cosa pensi di Federico Fellini. Emblematica la sua sibillina risposta: “Egli danza”.

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1963: La ricotta con Pier Paolo Pasolini

Nel 1968 è sugli schermi nel western Tepepa di Giulio Petroni, dove affianca Tomas Milian.

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In Tepepa con Tomas Milian (1968)

Nel 1969 esce Una su tredici, co-diretto dal nostro Luciano Lucignani e dal francese Nicolas Gessner, con Vittorio Gassman e Sharon Tate, dove Welles interpreta Markan. Il film, in chiave farsesca, è una coproduzione Italia-Francia tratta da un omonimo romanzo russo imperniato su una caccia al tesoro nascosto in una delle tredici sedie d’antiquariato lasciate in eredità da una vecchia zia inglese ad un barbiere italiano emigrato a New York.

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Nel 1972 è di nuovo sul grande schermo in L’isola del tesoro, una mega-produzione europea diretta da Andrew White alias Andrea Bianchi, nel ruolo di Long John Silver, girata fra Italia e Spagna (dove ormai Welles è di casa). Nella scelta dei contratti, pur di far fronte alle uscite di denaro che lo attanagliano non gli è permesso di badare troppo per il sottile.

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Conoscitore diretto del cinema italiano di quegli anni the Genius  lancia un giudizio tranchant su Roberto Rossellini di cui ebbe a dire: “Di lui conosco tutti i film, è un dilettante. I film di Rossellini provano  solo che gli italiani sono attori nati e che in Italia basta prendere una macchina da presa e metterci delle persone davanti per far credere che si è registi”[4].

Di Eduardo De Filippo invece, per il quale aveva una enorme stima come attore teatrale – tanto da dichiarare a Peter Bogdanovich[5] che “sulla scena non c’è nessuno in Europa che gli si possa anche solo avvicinare” – riconosceva la scarsa resa cinematografica.

Considerato in America un sovversivo per le sue simpatie politiche di sinistra, a Roma ebbe anche occasione di conoscere Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista Italiano e di pranzare al suo tavolo nel 1947 subito dopo il suo arrivo a Roma.

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Copertina del settimanale Tempo, dicembre 1947: la cena di Orson Welles con Palmiro Togliatti

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Venezia, ponte dei Sospiri, durante i sopralluoghi per l’Otello (1951)

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Roma, gennaio 1958

Con gli anni la sua stazza aumenta in modo abnorme, al punto da doversi far cucire informi vestiti su misura. Ma il fascino cerebrale che riesce ad esercitare su donne e platee resta inalterato. Sarà però impietoso il giudizio che Richard Burton annota sui suoi diari. I due si incontrano a Londra in occasione delle riprese del melenso International Hotel (The V.I.P.s, 1963) con Elizabeth Taylor e l’attore gallese, commentando la sua mole, finisce col chiedersi come riesca a fare l’amore in quelle condizioni[6]. Chiosa la pagina lamentandosi del fatto che si sia alzato dal tavolo con fare negligentemente distratto, lasciandogli il conto da pagare. Del resto anche Welles non è meno impietoso nei giudizi che dispensa nei riguardi dei colleghi. Parlando della Taylor ne sottolinea il collo corto (“le orecchie le toccano le spalle[7]), criticandola per aver trasformato un meritevole attore scespiriano “nell’appendice di una moglie diva[8].

Orson Welles, nato il 6 maggio del 2015 a Kenosha nel Wisconsin, è morto a Los Angeles il 10 ottobre 1985.

arch. Renato Santoro – Roma, 17 aprile 2016

NOTE BIBLIOGRAFICHE

[1] Il film, sceneggiato da Graham Green, fu girato a Vienna nel 1948 per la regia di Carol Reed

[2]  Il brano è riportato in O. Welles, It’s all true. Interviste sull’arte del cinema, minimum fax, Roma 2005, p. 200

[3] “I was crazy for this ugly, little Italian girl“. P. Biskind, A pranzo con Orson. Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles, Adelphi, 2015 Milano, p. 80

[4]  “Cahiers du Cinema”, n. 88, 1958

[5]  P. Bogdanovich, Io, Orson Welles, Dalai, Milano 1996

[6] M. Bragg, Diari di Richard Burton in Rich.The Life of Richard Burton, Hodder & Stoughton, London 1988, p. 241

[7] P. Biskind, op. cit., p. 59

[8] P. Biskind, op. cit., p. 287

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

A. Anile, Orson Welles in Italia, Il Castoro, Milano 2006

S. Callow, Orson Welles. One-man Band, J. Cape/Penguin, London 2015

 

 

 

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