L’ALTRO EGITTO: polvere del tempo e del deserto

Si è sempre detto che l’Egitto è un paese fluviale, tutto esteso in lunghezza e che il Nilo costituisce la grande arteria di penetrazione al cuore del continente africano. Questo è sostanzialmente vero ma va anche fatto cenno alle vie carovaniere che, trasversalmente, mettono in comunicazione i capoluoghi dei nomòi lungo la direttrice del fiume sia con i centri costieri del Mar Rosso e con le cave di marmo del deserto orientale, sia con le grandi oasi del deserto occidentale, limes di difesa affacciato verso il deserto sahariano, avamposto militare contro le minacce provenienti dalla Libia[1].

I greci e, soprattutto, i romani, che su una sconfinata tessitura viaria costruirono la propria fortuna imperiale, svilupparono quei tracciati che i faraoni degli evi precedenti avevano già disegnato (FIG. 1).

1FIG. 1

Via mare, attraverso il Sinus Arabicus, l’odierno Mar Rosso, avvenivano i traffici tra l’Egitto e la dirimpettaia penisola arabica; con le leggendarie lande di Punt, sul Corno d’Africa; con la remota India. Le navi approdavano cariche di incenso, esotiche spezie, canna da zucchero e ripartivano con avorio, oro e preziosi, legnami pregiati.

A partire da nord, affacciata sul golfo dell’odierna Suez, troviamo Arsinoe, fatta edificare da Tolomeo II in onore della sorella e sposa, capoluogo del nomòs detto Heroopolites. Il porto di Arsinoe fu oscurato, nel II sec. d.C. dalla vicina Clysma, quando Traiano ripristinò il canale che collegava Babilonia d’Egitto (presso Menfi) al mare, incrementando i movimenti portuali di quest’ultima città.

L’Erythraeum Mare settentrionale aveva però lo svantaggio delle barriere coralline che ne rendevano impervia la navigazione. Per questo furono privilegiati approdi più meridionali, nel tratto costiero verso Berenice. La Via Hadriana è la strada romana (130 d.C.) che collegava Antinoupolis al mare, all’incirca presso Hurghada (Abu Sha’r?)[2],  dove si suppone si trovasse – stando alle indicazioni geografiche di Claudio Tolomeo – Myos Hormos, riparato da isolotti antistanti la costa, approdo attrezzato dai Lagidi nel III sec. a.C., noto anche come Aphroditis Portus. Piegando a meridione la Via Hadriana toccava Philotèra, risalente a Tolomeo II, presso Safaga (Marsa Gawasis?). I percorsi lungo gli alvei degli wadian (corsi d’acqua a regime torrentizio in fondo alle gole) incassati tra le aride alture del deserto orientale, mettevano in comunicazione la costa con la valle del Nilo e le città di Kynopolis (Qena) e Koptòs (Qift). Nello stesso quadrante, fra i tracciati che collegano Qena a Safaga e Qift a Qoseir, s’incunea il corso dell’Wadi Semna, dove  sono riemersi i resti murari di una Hýdreuma, deposito idrico di un presidio di età imperiale che i Romani avevano equipaggiato a supporto dei loro movimenti verso le cave del Mons Ophiates, lungo la cosiddetta Via Porphyrites. Leukòs Limēn, il Portus Albus dei latini, si trovava nei pressi dell’odierna Qoseir, raggiungibile fiancheggiando l’Wadi Hammamat. Oltrepassata Nechesia – emporio marittimo presso Marsa Nakari, all’altezza dell’Wadi Gimal che per le sue miniere di smeraldi i romani chiamavano Smaragdus Mons – la Via Hadriana conclude il suo itinerario a Berenice, alle soglie del Sudan[3]. Fondata nella seconda metà del III sec. a.C. dal Filadelfo in memoria della madre Berenice, la città è nota anche come Berenice Troglodytica. Troglodite erano dette – dal greco troglos (caverna) – le tribù abitanti nelle grotte di quell’estrema, sassosa regione ai confini della civiltà egizia.

Sul versante opposto del Nilo, quello occidentale verso i deserti libico e sahariano, si diramavano le vie carovaniere che puntavano ai castra impiantati a baluardo delle  grandi oasi al limite del deserto, stationes per i legionari romani, spediti a difendere i limina dell’Impero, dove trovare ristoro, acqua e approvvigionamenti.

L’oasi più settentrionale era quella di Siwa, a ridosso del confine con i libici. Qui Alessandro Magno ricevette l’investitura oracolare dei sacerdoti di Amon, che in quei luoghi aveva un santuario.

Attorno al lago Moeris, l’oasi del Fayyūm costituiva la fertile regione che abbiamo già descritto prospera in età greco-romana, ove quelle genti mediterranee trovarono un habitat congeniale al loro insediamento.

Per i romani l’Oasis Minor era l’oasi occidentale tra Bahariya e Farāfra, all’altezza dell’Heptanomis o Medio Egitto; mentre, in corrispondenza della Tebaide si estendeva quella che i romani chiamavano Oasis Maior, un vasto insieme di oasi[4] raggruppate fra Kargha (dove sorgeva l’egizia Hebit, per i greci Hibis) e Dakhla, ancora più ad ovest, zona capillarmente fortificata dai conquistatori latini (FIG. 2).

2FIG. 2

Ad Hibis il persiano Dario, re d’Egitto dal 525 a.C., aveva costruito un tempio (FIG. 3) ad onore e gloria della triade tebana (Amon, Mut e Khonsu)  cui misero mano i faraoni della XXX dinastia (ai due Nectanebo – metà del IV se. A.C. – si deve il chiosco a otto colonne,) e poi i Tolomei che lasciarono incisa sul portale una dedica in caratteri greci. Tra le architetture templari delle oasi occidentali questa di Kharga è quella meglio conservata. Nelle vicinanze, sull’altura di al-Nadura, ai tempi di Antonino Pio (138-161 d.C.), i romani avevano costruito un tempio fortificato, anche questo dedicato a Khonsu, di cui resta a testimonianza la poderosa opera muraria a blocchi di pietra arenaria (FIG. 4).

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FIG. 3: Hibis, tempio di Amon, Mut e Khonsu, epoca persiana (VI sec. a.C.)

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FIG. 4:  al-Nadura, tempio di Khonsu, epoca romana (Antonino Pio, 138-161 d.C.)

Tutt’attorno all’odierno abitato di Kharga una corona di siti archeologici documentano la presenza delle legioni di Roma in quelle desolate lande desertiche di confine: poco più a nord le fortezze di Qasr el-Labeka (FIG. 5), il cui giro esterno di muro è alto 12 metri; el-Deir (FIG. 6), contraddistinto da dodici torri di guardia collegate da gallerie interne; due possenti e solitarie cittadelle a difesa delle vie carovaniere.

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FIG. 5: Oasi di Kharga, fortilizio romano di Qasr el-Labeka 

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FIG. 6: Oasi di Kharga, fortezza di el-Deir

A circa 20 chilometri a sud di Kharga, sulla sommità di una collina riarsa dal vento e dal sole, troneggia Qasr el-Ghweita (FIGG. 7, 8), una cittadella fortificata, con mura alte oltre dieci metri, risalente al periodo tolemaico (III-I sec. a.C.) al cui interno sono visibili i resti di un tempio eretto ad Amon, alla sua sposa Mut e al loro divino figlio Khonsu, con solide colonne a capitello  papiriforme, secondo la più rigorosa tradizione locale. Tutt’intorno si snoda l’opera muraria difensiva,  a blocchi di pietra squadrata, sicuramente consolidata sotto gli imperatori romani. Non lontano, sempre verso sud, Qasr el-Zayan (FIGG. 9, 10) con un tempio al tebano Amon, costruito dai lagidi ma ricostruito al tempo di Antonino Pio (metà del II sec. d.C.).

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FIG. 7: Qasr el-Ghweita, tempio di Amon, Mut e Khonsu

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FIG. 8: Qasr el-Ghweita, la fortificazione attorno al tempio

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FIG. 9: Qasr el-Zayan, la fortificazione e l’ingresso al tempio

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FIG. 10: Qasr el-Zayan, il tempio romano di Amon

Dal centro di Kharga la strada verso occidente porta all’oasi di Dakhla, dove al tempo dei greci e dei romani le piste mercantili raggiungevano la città carovaniera di Kellis (oggi Ismant el-Khareb) con il suo tempio al dio Tutu, ellenizzato Tithoes, dal corpo leonino e testa umana, databile al periodo imperiale[5]. Ancora nell’area dell’oasi di Dakhla, troviamo el-Qasr (letteralmente: la fortezza, voce araba dal latino castrum) cittadella medioevale sorta verosimilmente – ne è indizio il toponimo – sui resti di una guarnigione romana. Nei pressi di questa estrema oasi ai limiti dello sconfinato deserto sahariano, a Deir el-Hagar (alla lettera: “monastero di pietra”), solitarie e suggestive le rovine di un tempio alla divinità solare tebana, in cui sono stati individuati i cartigli con i nomi degli imperatori romani del I secolo d.C.: da Nerone a Vespasiano, da Tito a Domiziano. Il complesso (FIGG. 11, 12, 13), all’interno di un recinto sacro e preceduto da un viale di sfingi (di cui non restano che i basamenti) è stato preservato per secoli dalla sabbia che ne aveva occultato la vista.

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FIGG. 11-12-13: Oasi di Dakhla, Deir el-Hagar, tempio di Amon (viale d’ingresso e facciata; pianta; lato posteriore del tempio), I sec. d.C.

Tornando sulla rotta stradale a sud di Kharga, lasciati alle spalle i siti di Qasr el-Ghweita e Qasr el-Zayan, a meno di cento chilometri si raggiunge l’oasi di Baris e Qasr ed-Dush, dove una missione archeologica francese nella seconda metà del secolo scorso ha individuato Kysis, antica cittadella di frontiera costruita in età tolemaica su un vecchio impianto del tempo dei faraoni. Dall’alto di una collina dominava il deserto. I romani ne ampliarono e fortificarono le preesistenti strutture, con mura di difesa che variano da sei fino a dodici metri di altezza. All’interno del circuito murario, oltre quanto resta dell’accampamento militare, particolarmente interessanti sono le rovine di un tempio dedicato ad Iside e Serapide (FIGG. 14, 15), eretto o restaurato al tempo di Domiziano, ingrandito sotto Traiano e decorato da Adriano (I-II sec. d.C.).

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FIG. 14: Qasr ed-Dush, l’antica città di Kysis a sud dell’oasi di Kharga

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FIG. 15: Tempio di Iside e Serapide a  Dush, I-II sec. d.C.

Infine, alle porte della Nubia, ormai al confine con il Sudan, la più meridionale delle oasi egiziane è quella di Dunqul. Le vie carovaniere erano battute da mercanti di schiavi che si avventuravano nel cuore dell’Africa per riportarne braccia da lavoro da piazzare nelle città del Basso Egitto e del Mediterraneo.

arch. Renato Santoro – 26 marzo 2016

NOTE

[1] Per la geografia dell’antico Egitto cfr. J. Dümichen, Zur Geographie des alten Ägypten, 1894; traduz. ital.: Geografia dell’antico Egitto. Lingua e scrittura dei suoi abitanti, Milano 1897

[2] Recenti ritrovamenti ne sposterebbero la localizzazione più a sud, nei pressi dell’odierna Qoseir

[3] D. Kessler, Eastern Desert and Red Sea in The Oxford Encyclopedia of Ancient Egypt, vol. I, pp. 418-422, 2001

[4] Indagini archeologiche in queste lande estreme del deserto egiziano sono in corso dagli ultimi decenni ad opera di missioni europee o statunitensi e per una guida specifica si rimanda al testo di Cassandra Vivian, The Western Desert of Egypt: An Exlplorer Handbook, Cairo 2000

[5] Gli scavi, dal 1986, di una missione archeologica australiana della Monash University, nell’ambito di un progetto di ricerca nell’oasi di Dakhla, hanno individuato significativi resti dell’impianto planimetrico

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