IDENTIKIT DI UNA DIVA

A luglio del 1973, Elizabeth Taylor vola a Roma per girare Identikit, per la prima volta in una produzione tutta italiana, considerato che La bisbetica domata di Franco Zeffirellli (del 1966) era una co-produzione dei coniugi Burton e del regista fiorentino[1]. Il soggetto del film Identikit è tratto da The Driver’s Seat, un angosciante romanzo breve di Muriel Spark[2]. Il regista napoletano Giuseppe Patroni Griffi[3] lo ha sceneggiato insieme allo scrittore Raffaele La Capria[4], il quale ha conferito alla narrazione un andamento sincopato, il ritmo disorientante del flash-back, congeniale al suo stile letterario.

1

2

Con Andy Warhol nella hall dell’Hilton

3

Alla vecchia Ara Pacis

Patroni Griffi voleva tenacemente la Taylor, per la sua forte carica interpretativa e per la prepotenza della sua personalità. Di rimando la diva, che in quegli anni può permettersi di partecipare ai progetti cinematografici in cui crede, accetta la scommessa.

L’autore teatrale in una lunga intervista-conversazione con Costanzo Costantini[5] così racconta lo strano, particolare rapporto creatosi fra la troupe e la primadonna durante la lavorazione del film.

Liz Taylor è una donna difficile, difficilissima, ma mi piace, mi piace moltissimo. Non è una persona è una personalità. Porta sulle spalle un fardello enorme: il mito, la star, l’attrice, la donna la cui vita interessa milioni e milioni di lettori. Ma lo porta agevolmente, non appare mai inferiore al suo ruolo…Ha un peso immediato e fortissimo, capisci subito che devi espugnare una roccaforte. Non puoi stabilire con lei un rapporto alla maniera di “Core mio”, “Bene mio”. Non funziona.

…Sa di essere un’attrice, è intelligente e non devi attardarti a spiegarle niente. E’ inutile e lei te lo fa sentire. Quindi ti trovi con una che la sa lunga almeno quanto te. Conosceva perfettamente il personaggio che doveva interpretare. Ciò dimostra che lei, per quanto le si attribuisca un’esistenza turbinosa, trova il tempo per studiare i personaggi che porta sullo schermo. Lei sa tutto, intuisce tutto e dà segni di fastidio se qualcuno le vuole spiegare ciò che già sa o ha intuito. Questo non mi era mai capitato… E’ di una bravura che ti mozza il respiro. Ha paura che la ripetizione meccanizzi l’attrice. Non vuole perdere il momento magico. Ripete alla perfezione gli stessi gesti che tu hai fatto durante le prove. E’ un fenomeno medianico[6].

…Ora è di buonumore, cinque minuti dopo di cattivo umore. Ora vuole finire subito la scena, ora se ne sta a parlare per un’ora. E’ così lunatica che è difficile prenderla. A momenti ti fa venire una rabbia da pazzi, ma quando se ne va ti senti infelice perché non sai più che fare senza di lei.”

Il personaggio di Lise è fedelissimo al libro, ma alla violenza del personaggio abbiamo aggiunto la violenza dell’ambiente in cui il personaggio stesso esaurisce in ventiquattro ore il suo tragico destino.”

7

5

4

Con Guido Mannari

Muriel Spark nel racconto non indica specificamente Roma come teatro della vicenda e il regista puntualizza: “Nel libro è una città del sud, ma non Roma né un’altra città italiana. Ho scelto Roma per due ragioni: perché le indicazioni di Muriel Spark fanno pensare a Roma e perché Roma è diventata negli ultimi anni una città estremamente violenta. Roma è diventata la porta del Medio Oriente… La Roma del film rispecchia la Roma reale: una Roma calda, rossa, torbida, a momenti deserta a momenti sovraffollata… Abbiamo quindi impresso alla vicenda un andamento rapido, un ritmo stretto e convulso, per contrassegnare la violenza che incalza alle spalle di un personaggio che muore per violenza”.

Nel film Elizabeth Taylor interpreta il ruolo di Lise, una matura donna tedesca ancor bella ma dalla personalità disturbata, che lascia Amburgo diretta a Roma per una breve vacanza, in cerca dell’uomo che dovrà ucciderla, in una sorta di suicidio pilotato che porrà fine alle sue inquietudini, al suo malessere esistenziale. L’intreccio non è dei più facili, dei più accattivanti. Ma gli anni Settanta, per il cinema europeo e quello italiano in particolare, sono anni della sperimentazione cinematografica, dei film d’autore, dei grandi risultati artistici[7]. E Identikit (che sul mercato americano girerà con il titolo del romanzo, The Driver’s Seat) possiede tutti gli ingredienti caratterizzanti di quel periodo irripetibile: un regista che viene dal teatro e gode dei favori dei critici e degli intellettuali; uno sceneggiatore come La Capria, scrittore autorevole e di successo; un fotografo di grande mestiere come Storaro[8]; un artista come Ceroli per la scenografia; un compositore come Mannino[9] per le fredde musiche al pianoforte che fanno da contrappunto ai toni lividi del colore; la partecipazione, amichevole e straordinaria, di un mostro sacro dell’arte internazionale come Andy Warhol che di Elizabeth Taylor aveva già eseguito i suoi celebri “multipli” in quadricromia degli anni Sessanta (v. sotto). Warhol è il lunare, enigmatico personaggio che all’aeroporto di Fiumicino restituisce a Lise il libro perso durante il trambusto per un tumultuoso inseguimento della polizia. Si tratta di The Walter Syndrome, la cui copertina viene inquadrata con esibita insistenza, un libro di Richard Neely del 1970.

t

Ma su tutto sovrasta la figura della Taylor che qui dà prova di un grande temperamento interpretativo, con una naturalezza nel disegnare i tratti dell’isteria e della confusione mentale  che sconcerta: da grande attrice calibra la caratterizzazione psicologica del personaggio, con quel suo apparire al di sopra delle righe richiesto dal ruolo.

La pellicola sarà presentata in prima mondiale a Montecarlo nel maggio del 1974, alla presenza dei principi di Monaco e a luglio nelle sale italiane. Ma la Roma dissonante di Lise disorienta gli spettatori americani, memori di un’altra Roma, quella rassicurante, edulcorata che faceva da scenario alle corse in Vespa di Audrey Hepburn e Gregory Peck; la Roma dei tre soldi nella fontana; del “Marcello come here” nei vagabondaggi notturni di Mastroianni e Anita Eckberg; delle primaverili passeggiate della signora Stone. Tanto che la critica d’oltreoceano liquida Identikit come un’astrusa stravaganza, uno degli incidenti di percorso di cui è disseminata la carriera dell’attrice negli anni Settanta.

10

SCHEDA – TRAMA – RECENSIONI

Identikit (The Driver’s Seat): regia Giuseppe Patroni Griffi; sceneggiatura Giuseppe Patroni Griffi, Raffaele La Capria (dal racconto di Muriel Spark The Driver’s Seat, 1970); fotografia Vittorio Storaro; scenografia Mario Ceroli; costumi Gabriella Pescucci; musica Franco Mannino; interpreti Elizabeth Taylor (Lise), Ian Bannen (Bill), Guido Mannari (garagista), Mona Washbourne (sig.ra Fiedke), Luigi Squarzina (commissario), Maxence Mailfort (Pierre), Andy Warhol (Lord); produzione Franco Rossellini per Rizzoli Film S.p.A. e Felix Cinematografica s.r.l.; colore Technicolor; durata 105 minuti, Italia 1974

La trama.

Da Amburgo la nevrotica e autodistruttiva Lise (Elizabeth Taylor) vola a Roma per cercare un uomo da cui possa farsi uccidere. Incontra alcuni tipi ma nessuno sembra andar bene. In città lascia intenzionalmente le tracce del suo passaggio e, con una serie di flash-back che scardinano la linearità temporale della narrazione, un solerte commissario di polizia (Luigi Squarzina) cerca di ricostruire l’identikit della donna trovata morta a Villa Borghese. Dopo avere incontrato a Fiumicino un ambiguo, sfuggente Lord (Andy Warhol), in città Lise ritrova il viscido Bill (Ian Bannen), conosciuto già sull’aereo, un fanatico di alimentazione macrobiotica, il quale cerca inutilmente di sedurla. In albergo (il moderno Jolly Hotel di corso Italia, tutto vetri e acciaio) si imbatte in una bizzarra turista tedesca (Mona Washbourne) e l’accompagna alla Standa di via Cola di Rienzo, dove acquista il coltello e la cravatta che sarà lei stessa a mettere in mano al suo omicida; uscendo dall’Ara Pacis, resta coinvolta in un attentato ad uno sceicco arabo; abborda un garagista (Guido Mannari) che a Monte Mario, sulla strada per l’Hilton, tenta di usarle violenza. Infine incrocia Pierre (Maxence Mailfort), di cui intuisce la debolezza e la  psicolabilità e che eseguirà passivamente tutte le sue istruzioni e la accoltellerà di notte nel parco. E’ la stessa Lise, dunque, al posto di manovra a pilotare il proprio suicidio per mano di un occasionale assassino. E solo quando lancia l’ultimo rantolo sembra essersi finalmente liberata e d’aver trovato la quiete. La morte come assoluzione dalla pena di vivere. Nella scena notturna dell’omicidio alla Casina del Lago, la recitazione della Taylor è davvero maiuscola.

Lo scrittore e sceneggiatore Raffaele La Capria appare in una fugace inquadratura, quando sull’ascensore dell’albergo incrocia lo sguardo della protagonista.

6

Le recensioni.

La pellicola, in virtù del cast, ha tutti i presupposti per essere gradita ai critici cinematografici italiani e sarà accolta da recensioni lusinghiere. Magari il pubblico rimarrà un po’ interdetto e in America il film sarà accolto con qualche perplessità, giudicato una delle “stramberie” della Taylor negli anni Settanta. A vederlo oggi se ne apprezza ancor più la struttura, il taglio narrativo e la qualità dell’insieme: dalla fotografia al montaggio, dalle musiche all’impianto scenico.

Da “Il Corriere della Sera” di Milano del 22 maggio 1974: Elizabeth Taylor si muove come l’attrice di gran razza che non ha conquistato le folle solo grazie alla bellezza. Il coraggio di mostrare in reggiseno la propria opulenza non è l’ultimo segno della sicurezza con cui sa imporsi. Sempre in scena, spessissimo in primo piano, con quegli occhi senza tramonto, Liz è una Lise divorata dall’ossessione di esistere che chiede al suo killer, come ad un amante, di restituirle la sua identità, E’ bizzarro che, partecipe agli utili, Liz si sia fatta dedicare, sulla soglia del film, questo Identikit (Giovanni Grazzini).

Da “L’Unità” di Roma: Al centro assoluto della trama, nella doviziosa e intramontabile fotogenia di diva, la Liz che conosciamo, pur credibile negli sguardi d’odio e negli scatti d’ira, non lo è altrettanto quando deve fingere, lei così vitale, il distaccato abbandono al demone dell’autodistruzione (Ugo Casiraghi).

Da “Epoca” del 16 ottobre 1975: Identikit ambisce a rappresentare allegoricamente la corsa del mondo contemporaneo verso l’autodistruzione in un disperato tentativo di riscoprire nella morte la propria identità. Ma un conto sono le intenzioni del regista, un altro quelle della protagonista Elizabeth Taylor, a cui il film offre in apertura l’omaggio eccessivo di una dedica. Infatti la Taylor commette l’errore di premere subito e troppo il pedale della follia in un personaggio che per riuscire suggestivo andava prima caricato di mistero (Domenico Meccoli).

Da T. Kezich, Il Mille Film – Dieci anni al cinema 1967-1977, Il formichiere, Milano 1977: Opera numero 4 nella filmografia dello scrittore Giuseppe Patroni Griffi, Identikit si può considerare la sua migliore riuscita… Stupendamente fotografata da Vittorio Storaro nelle inquadrature scandite dal montaggio di Franco Arcalli, Elizabeth Taylor vibra, inveisce, strepita da grande personaggio sopra le righe, vero mostro sacro del cinema contemporaneo: l’attrice si identifica nel film che, a sua volta, propone un’identificazione fantastica Lise-Elizabeth (Tullio Kezich).

Da “L’Eco” di Bergamo: In un personaggio certamente complesso, grondante mestizia e implorante pietà, Elizabeth Taylor dà prova di una dolente maturità, ben lontana dai lezi e dai sofisticati gingilli di tanti suoi film del passato (Franco Colombo).

Da “Il Corriere della Sera” di Milano: La cosa più vicina a Tennessee Williams che un nostro autore abbia mai concepito, con la matura Liz come una signora Stone che incontra a Roma sesso e paura: un incubo sentito (Maurizio Porro).

arch. Renato Santoro – Roma, marzo 2016

NOTE

[1] Per Zeffirelli tornerà a girare in Italia nel 1988 sul set de Il giovane Toscanini

[2] M. Spark, The Driver’s Seat, Mcmillan Publishers, London 1970; cfr. edizione italiana: M. Spark, Identikit (trad. M. D’Amico), Bompiani, Milano 1971

[3] Familiarmente chiamato Peppino, Patroni Griffi (Napoli 1921-Roma 2005) è stato fertile autore e regista teatrale, romanziere e regista cinematografico. Dalla sua commedia Metti una sera a cena (1967) fu lui stesso a dirigere il film omonimo che riscosse un successo enorme nel 1969. Graditi alla critica ed al grande pubblico anche i successivi Addio fratello crudele (1971) e D’amore si muore (1972)

[4] Raffaele La Capria, romanziere e sceneggiatore napoletano (Napoli,1922), con il suo secondo racconto Ferito a morte ha vinto il premio Strega nel 1961. Partecipa alla stesura della sceneggiatura di Le mani sulla città (1961) e Uomini contro (1970), entrambi di Francesco Rosi

[5] L’articolo del noto giornalista e critico cinematografico, con il titolo Superstar, è apparso in terza pagina su “Il Messaggero” di Roma, il 10 settembre 1973

[6] Ad Hollywood già da adolescente l’attrice, grazie alla sua diligente professionalità, si era meritato  il soprannome di “One-Shot Liz” (Liz di un solo ciack),. Di questa abilità della Taylor fa menzione anche il regista Franco Zeffirelli quando rievoca le riprese de La bisbetica domata (F. Zeffirelli, op. cit., p. 250)

[7] Tra il 1973 ed il 1974 i titoli che girano nelle sale cinematografiche italiane sono, tanto per citarne qualcuno: Ludwig e Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti, La grande abbuffata di Marco Ferreri, Il delitto Matteotti di Florestano Vancini, Amarcord di Federico Fellini, Pane e cioccolata di Franco Brusati, Il portiere di notte di Liliana Cavani, C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, Profumo di donna di Dino Risi

[8] Vittorio Storaro (Roma, 1940), dopo avere curato la fotografia de L’uccello dalle piume di cristallo (1970) di Dario Argento, consolida la sua fama con i film di Bernardo Bertolucci, da Il conformista (1970) ad Ultimo tango a Parigi (1972). Con Patroni Griffi avava già fotografato Addio fratello crudele (1971)

[9] Franco Mannino (Palermo, 1924-Roma, 2005), pianista, compositore e direttore d’orchestra, vincitore innumerevoli premi e riconoscimenti internazionali, è stato autore di centinaia di opere musicali e colonne sonore, tra cui ricordiamo La romana (1954) di Luigi Zampa, Madamigella di Maupin (1966) di Mauro Bolognini, Morte a Venezia (1971) e Gruppo di famiglia in un interno (1974) di Visconti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...