LOOS ARCHITETTO DELLA TABULA RASA

Che cos’è piacevole? Placere, in latino, è troppo assonante a placare per non farci dubitare che ciò che piace è anche ciò che placa. Ma non sempre sono il bello ed il buono ad acquietare i sensi. Il Novecento ha introdotto una nuova categoria estetica e mentale: l’eventualità alternativa che possano anche essere l’imperfetto e il non-finito a sedare le inquietudini dello spirito.

In architettura tra i primi a percepire il cambiamento di clima che è in atto all’alba del nuovo secolo a Vienna, tra i primi ad accogliere le istanze culturali del crescente disagio che circola negli ambienti più disparati della capitale dell’Impero (un modo di sentire diverso, non  semplicemente una moda),  è indubbiamente Adolf Loos.

Di questo eccentrico personaggio, solo apparentemente così atipico nel panorama socio-antropologico germanico della Vienna di primo Novecento, tutti conoscono il titolo del suo saggio più divulgato, quell’ “Ornamento e delitto”[1] che è rapidamente divenuto non solo un manifesto programmatico, ma vero e proprio verbo dei protorazionalisti.

Il pensiero e l’attitudine di Loos sono in linea con la riservatezza, con l’asciutta sobrietà, potremmo persino dire parsimonia, dei viennesi e del loro modo di vivere e di porsi. Loos intende una città ed una architettura dove tutto avviene non pubblicamente ma entro le mura di casa. Austerità di facciata,  interni prestigiosi, comodi e improntati a semplicità ma di pregio: è un po’ la costante dei suoi progetti e dei suoi arredi. Rispecchia – nel bene e nel male – l’indole di un popolo o di una società, chiusa e diffidente a prima vista, ma calda e accogliente con chi ne conquista e merita la confidenza.

Si è accennato, e non a caso, ad una severità parsimoniosa: è lo stesso Loos che parla dell’ornamento come di spreco, di una forza lavoro a perdere.L’ornamento, di regola, fa aumentare il costo dell’oggetto…L’assenza di ornamento ha come conseguenza un minor tempo di lavoro e un aumento del salario…L’ornamento è forza di lavoro sprecata e perciò è spreco di salute. E così  è stato sempre. Ma oggi esso significa anche spreco di materiale, e le due cose insieme significano spreco di capitale.[2]

L’ambiguità dell’argomento non potrà sfuggire ad Adorno,  attento ascoltatore, qual era, tanto delle istanze estetiche quanto dei risvolti sociali.  Quelli di Loos sono piuttosto aforismi, ma vi si può scorgere  quasi  una apologia del profitto[3]. Le frequentazioni americane e l’esperienza del suo lungo soggiorno giovanile negli Stati Uniti[4] possono non essere estranee a certi orientamenti ideologici.

Anche sul tema dell’architettura in generale, Loos si lancia in posizioni estreme e si concede affermazioni forti, al limite della snobistica provocazione intellettuale. Del resto la sfida letteraria gli è congeniale,  sin da quando fonda la rivista “Das Andere” (l’Altro),   che ebbe vita breve – appena due numeri nel 1903 –  ma che contribuì a lanciare l’esteta ed il polemista.

Nel saggio Architektur [5] – che è del 1910 –  Loos sentenzia: Dunque la casa non avrebbe niente a che vedere con l’arte, e l’architettura non sarebbe da annoverare tra le arti? Proprio così. Soltanto una piccolissima parte dell’architettura appartiene all’arte: il sepolcro e il monumento. Il resto, tutto ciò che è al servizio di uno scopo, deve essere escluso dal regno dell’arte.[6]

Però è stato lo stesso Loos a smentire se stesso con la sua opera. E’ lo stesso Loos che ha fatto delle sue case architettura e della sua architettura un’arte.

Ha ridotto ai minimi termini il proprio linguaggio e ha fatto sì che fossero le cose stesse a parlare: i materiali, i paramenti murari, i volumi; ha fatto sì che fosse la sua architettura a parlare, di se stessa e di lui. Depurandola, denudandola dall’inutilità degli ornamenti, lasciandola decantare, Loos è stato capace di svelare l’architettura, così come si rivela una verità. E allora, in questo senso heideggeriano dell’arte, è stato – da snob qual era e, dunque, a dispetto di sé – quell’artista che si schermiva di essere.

Di lui Karl Kraus ha scritto: Gli altri sono gli artisti della squadra. Loos è l’architetto della tabula rasa.[7]

Gli esordi

Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.[8]

L’intuizione del Moravo è fulminante e ci aiuta a meglio comprendere il tono e lo spirito che permea tutto il suo fare architettonico. Con questa massima che ci fa da traccia, possiamo ripercorrerne la sua carriera e cogliere così la coerenza e l’integrità della sua poetica.

Certo l’insistenza, quasi l’accanimento, con cui si adopera per attaccare e demolire il sistema corporativo degli architetti, dei decoratori, dei maestri di stile, adombra forse una celato risentimento verso una gerarchia  accademica che, ai suoi esordi, gli ostacolò il cammino professionale.

Nato nel 1870 a Brno, oggi capoluogo della repubblica Ceca ma all’epoca città di cultura germanica e provincia dell’Impero austro-ungarico, ventenne si iscrive al Politecnico di Dresda, che frequenta sino al 1893, senza però conseguire il diploma di laurea.

In dissidio con la madre, quello stesso anno parte per gli Stati Uniti, dove può contare sull’appoggio di uno zio a Philadelphia. Qui per mantenersi si adatta ai mestieri più disparati, dal lavapiatti al muratore. Ma ha la possibilità di girare, guardarsi attorno, di sperimentare dal vivo l’idea ed il concetto di modernità. A Chicago visita l’esposizione mondiale colombiana: l’architettura fuori scala d’Oltreoceano di fine Ottocento doveva impressionare non poco chi approdava in America dal Vecchio Continente e dall’ancor più decadente Impero asburgico.

Si tratta di quella stessa America contraddittoria, un po’ alla Charlot di Tempi Moderni, che ritroviamo nelle pagine di Kafka[9], dove il Teatro di Oklahoma si manifesta come metafora del grande paese delle occasioni da afferrare al volo.

Prima di ritornare in patria, visita Londra e Parigi. Il viaggio di iniziazione è compiuto. Si stabilisce a Vienna, dove nel 1896 collabora nella ditta dell’architetto Carl Mayreder. Si divide fra progetti di interni e articoli che pubblica sul quotidiano Neue Freie Presse . Disegna mobili e lampade, arreda locali, scrive saggi di architettura e di stile, conquistandosi una certa notorietà e consolidando la sua carriera. Trova, naturalmente, anche il tempo per sposarsi, divorziare e cercarsi una nuova compagna, tutto nel breve arco dal 1902 al 1905 [10]. Inguaribile seduttore, sarà sempre sensibile al fascino femminile [11]. Ma c’è da sospettare che in amore Loos sia  sfortunato: le sue unioni sono destinate a naufragare[12]. Magari si trattava, molto più semplicemente, di un carattere non facile…Spigoloso come il suo bel viso ossuto, quale lo ha disegnato Kokoschka[13] negli anni Dieci o come appare nelle foto di Man Ray degli anni Venti.

All’inizio del nuovo secolo, prende in affitto un appartamento al numero civico 3 di Giselastrasse[14], rifugio che mantiene per tutta la vita e che arreda dandogli la propria impronta, con l’angolo del camino come aveva visto in America, così insolito in ambiente viennese, e l’alcova fra tende di batista e tappeti in pelle d’angora bianca. Sono gli anni dei decors  al Cafè Museum, al Kärntner Bar e, soprattutto la sistemazione di Villa Karma[15], di cui presto si parla negli ambienti della ricca borghesia viennese per l’ atrio ovale e la sala da bagno.

L’ eleganza risiede nell’essenzialità del disegno e nella preziosità dei marmi; la forma nasce dal colore e dai materiali adoperati: breccia nera a venatura bianca, pannelli di mogano, mosaici dorati. E’ un lusso controllato, senza sbavature.

 Carriera e repertorio

La prima grande opera impegnativa, di impatto urbano, quella che espone Loos pubblicamente (il quale sin ad ora ha prediletto la dimensione del privato, dell’intimo) è l’edificio in Michaelerplatz, nel centro della Capitale, conosciuto come casa Goldman & Salatsch, dal nome dei committenti, i proprietari della sartoria di casa reale all’epoca ivi ospitata, ma anche come Looshaus. La costruzione ha inizio nel 1909 ma di lì a poco nascono i primi ostacoli e i dispiaceri per il giovane Adolf: l’ispettorato dei lavori pubblici blocca i lavori, giudicando il progetto troppo spoglio e inadeguato al prestigioso intorno cittadino (a pochi passi dalla residenza imperiale). E’ un susseguirsi di critiche, amplificate dalla stampa locale: c’è chi paragona quel fabbricato ad un granaio e chi ne biasima la mancanza di ornato,  in una Vienna che proprio in quegli anni vede il trionfo dei preziosismi dello Jugendstil e delle raffinatezze della Secession.

A risentirne è la gastrite di Loos, ma l’architetto si prende una vacanza e parte per l’Italia. Al ritorno viene trovato un compromesso di accomodamento: davanti a ciascuna finestra saranno intelaiate griglie di bronzo a mo’ di fioriera, per ingentilire – almeno secondo le intenzioni della commissione edilizia – il prospetto di facciata. Fortunatamente però, da lì a poco, quelle vasche porta-vasi riempite di piantine colorate saranno rimosse. Non riscuotevano il consenso nemmeno dei titolari della sartoria.

Effettivamente l’austerità della facciata, l’essenzialità del volume e delle linee, il gioco cromatico del marmo verde del livello basale[16], e delle lisce superfici intonacate di bianco ai piani superiori mal sopportava la leziosità di quel superfluo  tocco di colore.

La Casa di Michaelerplatz ha i suoi riferimenti figurativi in certa architettura della modernità d’Oltreoceano, specificatamente nella tipologia con cui Loos familiarizzò a Chicago. Gli esempi più prossimi sono le costruzioni di Jenney, di Burnham & Root,  di Sullivan & Adler.

Edifici commerciali e per uffici come il  secondo Leiter[17]  ed il Reliance Building[18] a Chicago o il Wainwright Building[19]  che Loos ebbe possibilità di vedere visitando Saint Louis, non potevano non divenire spunti di ispirazione per quel giovane mitteleuropeo in viaggio nel Nuovo Mondo. Modelli che sapevano coniugare in un medesimo unico verbo: forma, funzione e nuova tecnologia; esempi di un’architettura capace di armonizzare utilità e bellezza.

Ci sono altri due progetti dell’austriaco, rimasti tuttavia non realizzati, che palesano quanto la lezione della scuola americana di Chicago, indirettamente, abbia lasciato la sua impronta nel substrato immaginifico di Loos e quanto il Nostro abbia potuto ricorrere ai dati iconografici immagazzinati durante la sua esperienza statunitense.

Si tratta degli elaborati grafici destinati a due  concorsi disparatissimi fra loro: i grandi magazzini Stein ad Alessandria d’Egitto del 1910; il grattacielo del nuovo Chicago Tribune del 1922. Ma che sono accomunati da un affinità di intenti e dallo stesso rigoroso modo di leggere un edificio, tanto nella sua autonomia spaziale quanto come volume inserito in una visione d’insieme.

Il primo ci è noto in un disegno ad acquarello firmato da Rudolf Wels[20], ove il nitido volume (cui non è di certo estraneo un precedente come il menzionato secondo Leiter di Jenney) si distingue per il terrazzamento a ziggurat degli ultimi livelli. E questo digradare dei piani è uno spunto formale sul quale Loos in futuro tornerà a lavorare.

Con la Colonna [21] per il concorso internazionale del Chicago Tribune un Loos atipico sembra rispondere alla provocazione del bando stesso che espressamente sollecitava un progetto per l’edificio “più bello e singolare al mondo”. Perciò l’architetto austriaco  si lascia andare ad un insolito estro fantastico, in cui assembla (forse in modo non troppo equilibrato nel dosaggio delle proporzioni e delle altezze, volutamente fuori scala) una parte basale della costruzione – che presa a se stante è un caratteristico building di Chicago – tutto sommato, nelle corde loosiane; ed il sovrastante, visionario grattacielo circolare – che quasi preannuncia scenografie da cinema espressionista tedesco, come un anticipo sul Metropolis di Lang[22]. Anche se il tutto viene moderato dalla compostezza, per quanto inquieta, del viennese e, per certi aspetti, la planimetria della Colonna può persino ricordare le fantasie neoclassiche di un Ledoux[23].

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Casa a Michaelerplatz (in un manifesto del 1911). Alle finestre non compaiono ancora le fioriere

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A. Loos:  Casa a Michaelerplatz a Vienna

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A. Loos: progetto per i magazzini Stein ad Alessandria d’Egitto, in un acquarello di R. Wels del 1912/13

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A. Loos: progetto per il Chicago Tribune (1922), in una rielaborazione grafica.

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A. Loos: Casa Steiner (1910), Vienna. Sezione e affaccio verso il giardino in una fotografia degli anni Trenta

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A. Loos: Casa Scheu (1912-13), Vienna

Mentre procedono i lavori e le delusioni di Michaelerplatz, Loos nel 1910 si dedica al progetto di Casa Steiner, al numero 10 di St. Veit-Gasse  dove – per aggirare il ferreo regolamento urbanistico che impone, su strada, facciate ad un piano – ricorre all’espediente del tetto ad arco di circonferenza che gli permette, anche grazie al dislivello di quote, di avere sul retro una facciata di ben quattro livelli. L’impianto è simmetrico, il prospetto d’ingresso è piuttosto tradizionale, così come gli interni, ma il fronte sul giardino presenta il vocabolario più caratteristico del linguaggio di Loos: una stringatezza di forme che rasenta l’austerità monastica.

arch. Renato Santoro – Roma 2016

LINK:

https://muromaestro.wordpress.com/2015/08/02/adolf-loos-gli-anni-francesi/

https://muromaestro.wordpress.com/2016/02/04/filiazione-di-adolf-loos-p-engelmann-l-wittgenstein-architetti-a-casa-stonborough/

 

BIBLIOGRAFIA

M. Cacciari, Loos e il suo Angelo, ediz. Electa, Milano 1981

R. Trevisiol, Adolf Loos, ediz. Laterza, Roma-Bari 1995

K. Lustenberger, Adolf Loos, ediz. Zanichelli, Bolohna 1998

A. Loos, Parole nel vuoto, ediz. Adelphi, Milano, 2003

A. Sarnitz, Adolf Loos 1870-1933, ediz. Taschen, Colonia 2004

NOTE

[1] Ornament und Verbrechen è il testo di una conferenza tenuta da Loos nel 1908 ma che sarà pubblicato per intero nel 1913. Cfr.  la traduzione italiana in  A. Loos, Ornamento e delitto in  Parole nel vuoto, ed. Adelphi, Milano 2003, pp. 217-228

[2] A. Loos, op. cit.  passim, pp. 222-223

[3] Th. W. Adorno,  Funzionalismo oggi, relazione del 1965 in Parva Aesthetica, ediz. Feltrinelli, Milano 1979, p. 109

[4] Nel 1893 il ventitreenne Loos parte per il Nord America ove  resta e lavora (ma non come architetto) sino al 1896. Passa per St. Louis, Chicago, Philadelphia e Nuova York. Nel 1922 invia, dalla Francia, il suo progetto al concorso per la costruzione del nuovo Chicago Trubune

[5] Cfr. A. Loos, Architettura in Parole nel vuoto, op. cit. p. 241-25.

[6] A. Loos, op. cit. p. 254

[7] In Pro domo et mundo del 1912, cfr. la traduzione italiana K. Kraus, Detti e contraddetti, ediz. Adelphi, Milano 1972, p. 229

[8] A. Loos, op. cit. p. 255

[9] Cfr. F. Kafka, America (Il disperso), ediz. Rizzoli, Milano 1990, p. 314. Il racconto Der Heizer (Il fuochista, pubblicato a Lipsia nel 1913), confluisce come incipit del romanzo Amerika, scritto fra il 1911 ed il ’14 ma edito postumo da Max Brod a Monaco nel 1927. Nel capitolo VIII si legge “…All’angolo di una strada Karl vide un manifesto con la scritta seguente: “Oggi al campo delle corse di Clayton dalle sei a mezzanotte  , si assume personale per il Teatro di Oklahoma. Il gran Teatro di Oklahoma vi chiama!Chiama solo oggi, una volta sola! Chi perde l’ occasione adesso, la perde per sempre! Chi pensa al proprio avvenire è dei nostri! Chiunque è il benvenuto…”. Sono gli anni in cui si confeziona la mitologia dell’american dream

[10] Al 1902 data il matrimonio con Lina Obertimpfler,  da cui  divorzia dopo appena tre anni per legarsi  a Bessie Bruce

[11] quando nel 1918 si unisce in seconde nozze con una giovane ballerina, lui è un maturo quarantottenne, mentre la sposa ne ha trenta di meno. Nel 1929 il terzo ed ultimo matrimonio. L’architetto sembra avere un debole per la ragazze e la prescelta di turno ha ventiquattro anni

[12] La seconda moglie si chiama Elsie Altmann, da cui si separa nel 1926. La terza è Clair Beck, la quale ottiene il divorzio nel 1933, poco prima che nello stesso anno  Loos muoia

[13] Oskar Kokoschka ha ritratto più volte Loos: tra alcuni schizzi del 1909 ed altri del 1916 è visibile l’evoluzione del pittore, che abbandona la linearità elegante e klimtiana per conquistarsi quel segno un po’ sfatto e pastoso che più gli si confà e che lo caratterizza

[14] Oggi Bösendorferstrasse

[15] A Clarens, presso Montreux, sul lago di Ginevra in Svizzera. Loos attese ai lavori dal 1903 al 1906, quando interruppe le sue prestazioni professionali per divergenze con il committente, l’austriaco Theodor Beer

[16] Si tratta di marmor carystium dell’Eubea

[17] Costruito a Chicago nel 1889/90 da W. Le Baron Jenney (Fairhaven, Massachusetts 1832-1907), architetto di formazione europea che, reduce dagli studi al Politecnico della capitale francese, è considerato l’iniziatore della cosiddetta Scuola di Chicago

[18] Progettato dalla coppia Daniel Hudson Burnham (Henderson, New York 1846 – Heidelberg 1912) e John Wellborn Root (Lumpkin 1850 – Chicago 1891)  e realizzato nel 1890-95 (inizialmente di soli quattro piani, infine sopraelevati sino a tredici) è caratterizzato dall’alternanza di  bow-windows sulla facciata, come nel Monadnock Building che gli stessi costruirono nel 1889-91 e che agli occhi di Loos non dovette passare inosservata

[19] Progettato da Louis Henri Sullivan (Boston 1856- Chicago 1924) in coppia con Dankmar Adler (Langsfeld, Germania 1844 – Chicago 1900) nel 1890/91

[20] Databile tra il 1912 ed il 1913

[21] Si noti che Column, in inglese indica non solo l’elemento architettonico, ma anche la “colonna” tipografica ed è possibile che Loos abbia voluto puntare su questo divertissement linguistico, visto che si trattava della sede del più grande giornale di Chicago

[22] Alle complesse scenografie del  film di Fritz Lang, che è del 1926, parteciparono Otto Hunte, Erich Kettelhut, Karl Vollbrecht, cfr. AA.VV. La storia del cinema, ediz. Vallardi, Milano 1967,  vol. IV p. 300

[23] Si metta a confronto, per esempio, la pianta della Colonna con quella della Maison du Plaisir, uno dei progetti fantastici del 1773/79 dell’incisore e architetto francese Claude-Nicolas Ledeoux (Dormans 1736 – Parigi 1806)

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