“Per i tappi di tremila damigiane!” IL FUMETTO ITALIANO NEGLI ANNI ‘50

Il termine italiano “fumetto”, utilizzato per indicare le storie illustrate a vignette rivolte a giovani lettori, nasce negli Anni Trenta del Novecento quando, per la prima volta, nella neonata rivista “L’Avventuroso”, i disegnatori utilizzano le “nuvolette” per inscrivervi le battute dei personaggi e mandano così in pensione le vecchie didascalie, sovente in rima, delle storiche tavole di una testata gloriosa come “Il Corriere dei Piccoli”. E’ il 1934. Le storie pubblicate sono perlopiù di importazione americana e inglese. L’autarchia prima e gli anni bellici poi impongono una battuta di arresto e le pubblicazioni riprenderanno a guerra finita.

Le ristrettezze del dopoguerra costringono le case editrici italiane a cercare nei propri vivai sceneggiatori e disegnatori di nuove storie d’avventura destinate ad un più smaliziato pubblico di ragazzini, avido di racconti e personaggi di produzione nostrana che ricalcassero gli eroi della fumettistica d’Oltreoceano.

A diffusione parrocchiale circola “Il Vittorioso”, edito dalla A.V.E., un giornale creato sulla scia del successo del più blasonato “Avventuroso” ma che ha il merito di essere stato trampolino di lancio di Benito Jacovitti, un mago della matita noto ai più semplicemente come  “Vitt”. Per la mia generazione il Diario Vitt, negli Anni Sessanta ormai adolescenti, rappresenterà il diario scolastico per eccellenza (FIGG. 1-4).

1. 1954

FIG. 1: Il Vittorioso (1954)

2. 1956

FIG. 2: Il Vittorioso (1956)

3. 1958

4. 1958

FIGG. 3-4: Jacovitti per Il Vittorioso (1958)

Esotismo ed eroismo negli anni del Ventennio fascista, erano stati addomesticati alle esigenze propagandistiche del regime. Basti pensare che le storie italiane di Cino e Franco (gli americanissimi Tim Tyler e Spud Slavins), per passare attraverso le strettoie dell’autocensura, dovranno subire rimaneggiamenti di trame e dialoghi; sino al paradosso del 1941 quando, in pieno conflitto, i due finiranno con l’essere spacciati per agenti finlandesi al soldo delle potenze dell’Asse Roma-Berlino contro la Russia sovietica. E dall’editore Alpe vengono ribattezzati Gianni Arma e Piero Suveri.

Nel dopoguerra le cose cambiano e il west americano con le sue praterie torna ad essere il luogo deputato dei sogni d’avventura dei ragazzi italiani; con i “bovari” e “mandriani” del purismo linguistico della bonifica mussoliniana  che tornano ad essere cowboys, pronti a combattere di nuovo contro gli indiani pellerossa, per la gioia dei nuovi lettori.

“Arrivano i nostri” è la fatidica interiezione di esultanza lanciata dagli spettatori di decine di film western nelle fumose platee di terza visone, agli squilli di carica dei trombettieri del reggimento accorso a difesa del fortino asserragliato dagli apache. E i nostri eroi del west di quegli anni sono davvero tanti: da “Tex” (Bonelli, 1948) a “Pecos Bill” (Albi d’Oro, Mondadori, 1949), da “Kinowa” (1950) a “Capitan Miki” (Dardo, 1951) da “Grande Blek” (Dardo, 1954), a “Piccolo Ranger” (Audace, 1958), tutti – escluso Pecos Bill e il primo Kinowa, quadrato – nel caratteristico formato tascabile rettangolare, stretto e lungo, i cosiddetti albi a striscia (cm. 8×16 circa).

Ma stare da quest’altra parte dell’Oceano, nel Vecchio Continente, conferisce a penne e matite nostrane una specificità tutta italiana, una graffiante ironia e leggerezza capaci di differenziarle dai modelli originali americani. L’humus del fumetto italiano è ben lontano dal prototipo perché diverse sono le visuali e, soprattutto, differente è la “visione del mondo” (quella che pomposamente viene detta con voce colta tedesca Weltanschauung) tra le due scuole.

Gianni Rondolino (Storia del cinema d’animazione, Einaudi, 1974), un anti-disenyano della prim’ora,  ha ben evidenziato quali fossero limiti e difetti del cartone hollywoodiano e, di riflesso, della fumettistica americana. Alla base c’è una fiducia spinta e illusoriamente ottimistica nell’Homo Novus Americanus, nell’american dream, nel self-made-man, nel capitalismo di matrice calvinista che finisce con il santificare il consumismo e tutto l’apparato connesso a questa mitopoietica. Il risultato è che nel fumetto che parte dagli Stati Uniti e si diffonde capillarmente nel mondo intero – in una sorta di globalizzazione ante litteram – prevale il concetto di superomismo, dell’eroe buono (naturalmente all-american) che combatte e sconfigge i cattivi di turno. Anche nell’ambientazione western il cow-boy bianco è dalla parte del bene, mentre i nativi indios sono feroci e sanguinari.

In Italia si comincia a mettere in discussione questo topos e per la prima volta fa capolino il dubbio che le cose non vadano esattamente così. Con Tex (e siamo alla fine degli Anni Quaranta) i pellerossa acquistano pari dignità, in anticipo di vent’anni sui film revisionisti della cinematografia americana indipendente che – grazie a film come Soldato blu, Piccolo grande uomo, Un uomo chiamato cavallo (tutti del 1970) – riabilitano il ruolo storico delle popolazioni amerindie.

Lo stesso “amabilissimo” Walt Disney, che nelle testimonianze di parenti e dipendenti è stato descritto come tirannico, razzista, misogino, visceralmente reazionario e anticomunista, sospettato di collaborazionismo e delazione a favore della CIA, non fa che divulgare l’immaginario oleografico del Topolino in guanti bianchi e grembiulino difensore della morale e del perbenismo, in una rappresentazione manicheista della realtà. Sulle nostre sponde questa divisione dei ruoli, questa ripartizione a scacchiera del mondo in riquadri bianchi e neri, comincia a vacillare perché da noi il confine tra bene e male si fa più mobile, una membrana sottile e adattabile, perché nei nostri lidi la filosofia è antica di millenni e qui sono fiorite la scuola scettica e la sofistica e nella vecchia e scricchiolante Europa il dubbio funziona come motore del pensiero.

Poi l’Italia è il Paese dell’opera buffa e della commedia dell’arte perciò sberleffo e comicità sono ingredienti sempre in agguato e negli script dei nostri sceneggiatori c’è ancora spazio per il personaggio burlesco. Come in “Capitan Miki” dove, fra i comprimari, troviamo il Dottor Salasso o il beone Doppio Rhum, ricordato per le sue colorite imprecazioni (“Per il tappo di tremila damigiane”, “Per tutte le sbornie”, “Caspiterina”) di cui si rimpiange il garbo e l’eleganza se messe a confronto con la trivialità imperante nei copioni odierni.

Nel fumetto italiano si apprezza la contaminazione di generi, l’improbabilità delle storie, ma anche e soprattutto la qualità grafica; elementi questi che ne certificano l’originalità. Sempre in “Miki” ritroviamo un poco credibile Gennaro Esposito, di evidente estrazione partenopea, capitato non si sa come nel Nevada di secondo Ottocento, al seguito di garibaldini in trasferta americana.

In queste testate va ricercato l’antecedente etico/estetico che prepara la strada ai cosiddetti “spaghetti-western” del cinema italiano degli Anni Sessanta di leoniana memoria, fatti di demitizzazione socio-culturale e audacia narrativa.

Accanto agli eroi del west non poteva mancare la risposta italiana ai personaggi disneyani: Cucciolo e Beppe, Tiramolla, Geppo, versione casalinga dei più titolati e remunerativi Topolino, Pippo e Pluto.

Infine, nelle edicole degli Anni Cinquanta, oltre agli elencati giornaletti monotematici, dedicati cioè al singolo protagonista chiave, spopolavano i giornaletti in cui trovare una miscellanea di storie a puntate incentrate su una selezione diversificata di personaggi, di gusto e temi trasversali. Venivano così accontentati tanto i piccoli lettori quanto quelli più grandicelli: con storie umoristiche o edificanti per l’infanzia; storie d’avventura o poliziesche per gli adolescenti. Due le testate settimanali divorate da intere generazioni: “L’Intrepido” (1945) e “Il Monello” (1953), entrambe ancora indimenticate. Come indimenticati sono i suoi innumerevoli protagonisti, da Cuoricino a Superbone, da Roland Eagle a Fiordistella.

Verranno poi gli anni Sessanta e Settanta ed il fumetto italiano, sulla scia di una tradizione artigianale consolidata, sarà nobilitato da firme d’autore: daranno alle tavole quel piglio di creatività che ne consacrerà il successo internazionale. I nomi sono quelli di Hugo Pratt, Crepax, le sorelle Giussani, Manara e decine di altri meno noti al grande pubblico. Per arrivare infine agli anni Ottanta e al fortunatissimo Dylan Dog; ma questa è già cronaca contemporanea.

TEX (1948)

Il più longevo, il più celebrato, il più collezionato dei fumetti di casa nostra – tanto da meritarsi, in occasione del cinquantenario, un francobollo emesso dal Poligrafico – nasce nel 1948 ideato e sceneggiato da Gian Luigi Bonelli con i disegni di Aurelio Galeppini, che sigla le sue tavole con lo pseudonimo Galep (FIGG. 5-10) I mitici protagonisti sono Tex Willer, il pistolero gringo accolto dalla comunità indiana; il vecchio compagno d’avventure Kit Carson; il figlio Kit Willer, un “sanguemisto” (come si usava dire allora) nato dalla squaw Lylith; Tiger Jack guerriero Navajo che si batte al suo fianco. Nutrita la schiera dei “cattivi” di opposta sponda:  Mefisto, Yama, Proteus, El Muerto. “Tex”, edito dalla Bonelli di Milano, continua ancora le sue pubblicazioni con cadenza quindicinale e con lusinghieri risultati di vendita. Il formato a striscia fu mantenuto sino al 1967 quando, divenuto commercialmente sorpassato, fu sostituito dal formato standard del giornaletto tascabile.

5. TEX 1948

6. TEX 1948

FIGG. 5-6: Tex (1948)

7. TEX 1949

FIG. 7: Tex, 1949

8. TEX 1950

FIG. 8: Tex (1950)

9. TEX 1950

FIG. 9: Tex (1950)

10. TEX 1952

FIG. 10: Tex (1952)

 

PECOS BILL (1949)

Pubblicato dalla Mondadori nella serie “Albo d’Oro” a partire dal 1949, il fumetto di Guido Martina si avvale della matita di Raffaele Paparella, circola da subito in formato cm. 18×25 (FIGG. 11-15), caratteristico delle collane per ragazzi della casa editrice milanese.

11. Pecos Bill 1950

12. pecos Bill 1950

13. Pecos Bill 1950

14. PB 1950

15. PB 1950

IN ALTO: FIGG. 11-15,  Pecos Bill (1950)

 

KINOWA (1950)

Creato e sceneggiato da Andrea Lavezzolo con lo pseudonimo A. Lawson ed inizialmente disegnato dal trio Esse.G.Esse (vale a dire Sinchetto/Guzzon/Sartoris) per poi passare alla matita di Pietro Gamba, fa la sua comparsa nel 1950 nell’inusuale formato cm. 17×17, per poi convertirsi al formato striscia che era un classico dell’editoria fumettistica per ragazzi (FIGG. 16-19). Le pubblicazioni – dapprima per l’editore Mediolanum poi per Dardo – dureranno sino al 1961. La trama ha risvolti noir: Kinowa è un vendicatore che deve farsi giustizia della tribù di indiani che gli ha ucciso la moglie, rapito il figlio e dai quali gli è stato scuoiato lo scalpo. Per rendersi irriconoscibile indossa una terrificante maschera dall’aspetto demoniaco.

16. 1950 kinowa

17. kinowa-n-1-1950-prima-edizione

IN ALTO: FIGG. 16-17, Kinowa (1950)

18. Kinowa 1958

FIG. 18: Kinowa (1958)

19. Kinowa 1959

FIG. 19: Kinowa (1959)

 

CAPITAN MIKI (1951) 

La paternità del giovanissimo ranger è della “premiata ditta” Esse.G.Esse (Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon, Pietro Sartoris) che ne furono sceneggiatori e fumettisti dal 1951 sino al 1965 per l’editore Dardo (figg. 20-23). Il sedicenne protagonista, in cui il lettore adolescente poteva identificarsi, cavalca il fido Napoleone ed ha un contorno di personaggi sapidi e dissacranti: Dottor Salasso, Doppio Rhum, la gelosissima Susy figlia del colonnello Brown a capo di Fort Coulwer, il napoletanissimo Esposito. Fra gli antagonisti: El Diablo, Mago Kundra, Magic Face.

20. Miki

FIG. 20: Capitan Miki (1951)

20. miki 1951

FIG. 21: Capitan Miki (1951)

21. miki 1952

FIG. 22: Capitan Miki (1952)

22. miki 1955

FIG. 23: Capitan Miki (1955)

24. Miki 1959

FIG. 24: Capitan Miki (1959), testo e disegni della Esse.G.Esse alias Sinchetto, Guzzon & Sartoris

25. esseGesse

FIG. 25: Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris, il felice sodalizio che ha prodotto Capitan Miki e Grande Blek

GRANDE BLEK

I piemontesi Esse.G.Esse (FIG. 25), sono i creatori anche di “Grande Blek” nato nel 1954 sull’onda del successo di “Capitan Miki”, sempre per le edizioni Dardo e rigorosamente in formato striscia. Al fianco di Blek Macigno, un erculeo trapper al tempo della Guerra d’Indipendenza americana, in lotta contro le Giubbe Rosse britanniche, troviamo il  giovane attendente Roddy e il Professor Occultis, esperto di arti magiche ed esoterismo (FIGG. 26-27). Il successo di vendita fu strepitoso: in pochi anni cominciò a vendere più di tutti gli altri albi sul mercato.

26. 1954

27. 1960

IN ALTO: FIG. 26, Grande Blek (1954) – FIG. 27, Grande Blek (1960)

 

PICCOLO RANGER (1958)

Chiude il cerchio del multiforme e variegato panorama western dei fumetti nostrani sul finire degli anni 50, un personaggio nato dalla collaborazione di quel Lavezzoli, alias A. Lawson che aveva creato Kinowa, con l’illustratore Francesco Gamba: Kit Teller, per tutti Piccolo Ranger, cresciuto in una tribù indiana e poi arruolatosi fra i rangers. Trame e personaggi di quegli anni finiscono per assomigliarsi un po’ tutte fra loro. E’ il 1958 quando la casa editrice Audace lo lancia sul mercato in uscita quindicinale (FIGG. 28-29).

29. Piccolo Ranger

FIG. 28: Il Piccolo Ranger (1958)

30. Piccolo 1962

FIG. 29: Il Piccolo Ranger (1962)

L’INTREPIDO

pubblicato dalla Casa Editrice Moderna dei F.lli Del Duca, era una consolidata rivista di fumetti apparsa sul mercato già nel 1935. Aveva chiuso i battenti negli anni della Guerra e solo dal 1945 aveva ripreso le pubblicazioni. Negli anni Cinquanta era specializzata in storie avventurose, molte acquistate dall’estero come Dick l’intrepido (da cui la testata del giornaletto)  rivolte ad un lettore già adolescente, con incursioni nell’ambito sportivo e, successivamente, anche nel fotoromanzo allora nascente (FIG. 30). Tra i più graditi Roland Eagle (FIG. 31), nei suoi esotici e avventurosi viaggi a bordo sull’Aquila dei Sette Mari con il fido nostromo Machete e la fidanzata Jasmine, ideati da Luigi Grecchi e disegnati da Carlo Cossio e poi da Ferdinando Corbella. Altro personaggio che ci piace ricordare di quegli anni è senz’altro John Graham protagonista della serie “Forza John!”, giovane cadetto americano le cui disavventure spaziano dall’Africa all’Estremo Oriente, che a seguito del favore incontrato ben presto diventerà una testata a sé stante.

31. Intrepido 1952

FIG. 30: L’Intrepido (1952)

31. Roland Eagle

FIG. 31: Roland Eagle, di Grecchi e Cossio (L’Intrepido)

FORZA JOHN ! (1949)

Pubblicate con il formato a striscia come supplemento all’Intrepido (FIG. 32-33), con le sceneggiature di Luigi Grecchi e le tavole di Erio Nicolò (sino al 1956) che aveva fatto la gavetta sulle pagine di Tex, le storie di John Graham hanno possibilità di acquistare maggior respiro e autonomia. Dal 1951 al 1953 “Forza John!” (che presto perderà il punto esclamativo degli esordi) è un settimanale a tutti gli effetti (FIG. 34) edito dalla Universo (sempre di proprietà dei fratelli Del Duca) per poi proseguire all’interno del neonato “Il Monello” (FIG. 35). Dopo il 1956 i disegni saranno affidati alla vicentina Lina Buffolente (una antesignana in questo campo, visto che di mani femminili se ne incontrano poche nella fumettistica italiana).

32. FJ 1949

33. FJ 1951

FIG. 32-33: Forza John! supplemento all’Intrepido (1949; 1951)

34. fj 1952

FIG. 34: Forza John, ed. Universo (1952)

35. Forza john 1953

FIG. 35: Forza John in “Il Monello” (1953)

 

IL MONELLO (1953)

La rivista settimanale, che era nata nel 1933 e aveva interrotto le pubblicazioni negli anni bellici, riaprì i battenti nel 1953 per iniziativa dei fratelli Del Duca, gli stessi dell’Intrepido. Divenne palestra per i disegnatori italiani che qui trovarono spazio per i loro personaggi destinati al giovane lettore che cercava l’alternativa nostrana ai prodotti disneyani e che comunque potevano attingere ad una valida tradizione grafica e alla vis comica della fumettistica italiana dell’anteguerra.

Ecco dunque l’allegra brigata del Monello (FIG. 36) i cui primi nomi che tornano alla mente sono quelli di Narcisio Putiferio (di Ferdinando Corbella, FIG. 37), Superbon de’ Superboni (prototipo dello spaccone vanesio, alle prese con la scopa della bisbetica zia, di Erio Nicolò con la collaborazione di Angelo Platania, FIG. 38), Pedrito el Drito (cowboy pasticcione che sfugge al matterello di Paquita, di Antonio Terenghi – FIG. 39 – che dagli Stati Uniti importò anche Piccola Eva adattandola alle nostre latitudini),  Cuoricino & C. dove a formare la compagnia – negli anni tra il 1958 ed il 1962 – Crapa, Cicerone e il pestifero Accio per la matita di Marino Guarguaglini (FIG. 40). E poi le storie d’avventura a puntate, incentrate su Fiordistella (dall’India misteriosa, declinata tutta al femminile, prima da Cesarina Amoretti Putato, poi da Lina Buffolente, FIG. 41) e Rocky Rider (sceneggiato da Grecchi per i disegni di Mario Uggeri), che hanno attraversato gli anni Cinquanta della nostra infanzia (FIG. 42-43).

 

36. MONELLO 2 1954

FIG. 36: Il Monello (1954)

37. Corbella 1956

FIG. 37: Narciso Putiferio di F. Corbella, Il Monello (1956)

38. platania 1956

FIG. 38: Superbone, disegni di A. Platania, Il Monello (1956)

39. terenghi 1960

FIG. 39: Pedrito el Drito di A. Terenghi, Il Monello (1960)

40. marino 1960

FIG. 40: Cuoricino & C., disegni di Marino Guarguaglini, Il Monello (1960)

41. Fiordistella

FIG. 42: Fiordistella per la matita di Lina Buffolente, Il Monello

42. 1949

FIG. 42: Rocky Rider, nato nel 1949 come striscia in supplemento all’Intrepido

43. Mario Uggeri

FIG. 43: Rocky Rider disegnato da M. Uggeri per le storie a puntate su Il Monello

CUCCIOLO (1952)

Cucciolo, il maldestro Beppe, Bombarda, Pugacioff, Tiramolla, i nipotini di Cucciolo Tip, Top, Tap, sono personaggi nati in ordine sparso nell’anteguerra – arricchiti e perfezionati sul finire degli anni Quaranta – sulla falsariga dei più popolari  eroi disneyani, da una idea di Giuseppe Caregaro con la collaborazione dello sceneggiatore Antonio Carozzi (alias Federico Pedrocchi) e del disegnatore Rino Anzi. Le analogie era tante e tali che la casa editrice Alpe rischiò l’accusa di plagio da parte della Mondadori, che deteneva i diritti italiani del fumetto americano. Nel 1951 “Cucciolo” uscì a formato libretto come strenna in supplemento alle “Gaie Fantasie” e dal 1952 come testata a pieno titolo (FIGG. 44-46)

44. cucciolo 1955

FIG. 44: Cucciolo (1955)

45. cucciolo 1960

FIG. 45: Cucciolo (1960)

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FIG. 46: Cucciolo, Beppe, Tiramolla (1960)

 

TIRAMOLLA (1953)

Il simpatico e stralunato amico di Cucciolo e Beppe, ideato da Roberto Renzi con l’apporto grafico di Giorgio Rebuffi e di Umberto Manfrin, come un Eta Beta di gomma ha la capacità di allungarsi e ritirarsi a piacimento ed incontrò un così vasto gradimento da parte dei giovani lettori che l’editrice Alpe ne promosse l’uscita indipendente (FIG. 47)

47. tiramolla

FIG. 47: Tiramolla (1953)

 

TROTTOLINO (1952)

Se Cucciolo e Beppe ricalcano Topolino e Pippo, Trottolino (scoiattolo umanizzato) e zio Trottolone sono la variante di casa nostra a Paperino e zio Paperone. La testata (FIG. 48) segna l’ingresso editoriale de Il Ponte, poi Edizioni Bianconi, sulla scena del fumetto italiano. Sulle pagine di Trottolino nel 1954 fa la sua comparsa Geppo, il diavolo buono nato dalla matita di Giulio Chierchini,  che nel 1955 sarà disegnato da Giovan Battista Carpi e negli anni Sessanta godrà di una testata tutta sua (FIGG. 49-50).

48. trottolino

FIG. 48: Trottolino (1956)

49. Geppo 1957

50. geppo 1957 luciano gatto

FIGG. 49-50: Geppo (1957)

Il rivedere questi disegni produce l’effetto madelaine di proustiana ascendenza. Apre il rubinetto della memoria e riaffiorano anni che sembravano sepolti dalla polvere del tempo, giorni lontanissimi inchiodati a quegli alti banchi di legno con al centro incastonato il calamaio, dove la maestra ci faceva attingere l’odiato pennino destinato a imbrattare d’inchiostro la pagina immacolata del nostro quaderno a righe di bella scrittura. Quando sottobanco spuntavano le colorate pagine a fumetti popolate dagli eroi che ormai non tornano più ad animare i nostri sogni ad occhi aperti del fanciullo che fummo.

Arch. RENATO SANTORO – Roma, gennaio 2016

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