La sponda orientale dell’Adriatico veneziano 2/2

Per un’organica ripartizione basata su tipologie funzionali, si traccia lo schema prospettico che segue, avente finalità compendiaria delle principali opere architettoniche, di derivazione italiana in generale, veneziana in particolare, della costa istriano-dalmata, secondo il quadro cronologico della Serenissima (quindi dall’XI secolo – allorché nell’anno 1000 il doge diviene dux Dalmatiae  – al XVIII secolo, sino al 1797, cioè alla fine della Repubblica e alla dispersione del suo patrimonio).

L’architettura, per quanto sottoposta ad alcuni vincoli e condizionamenti esterni di tipo contingente, quali clima, geologia, materiali da costruzione etc. che ne determinano alcune scelte formali (dall’inclinazione dei tetti alla consistenza dell’impianto costruttivo, dai rapporti vuoto-pieno delle superfici alla resa visiva e tattile dei paramenti murari etc), si differenzia altresì per quelle che sono le scelte estetiche di chi ne attende alla progettazione e vi immette il proprio portato di esperienze e di dati figurativi (costituenti il bagaglio genetico e storico-culturale). Pertanto anche le architetture di diversi paesi e luoghi, in quanto espressioni di diverse nazioni e genti, si differenziano fra loro e parlano diversi linguaggi, riconoscibili e distinti.

E cosi avviene per tutte le espressioni artistiche dell’uomo, finanche per la musica che, fra tutte, è l’attività dello spirito più astratta e meno legata alla forma, ma che tuttavia conserva richiami di colorismo armonico e di immaginificità ritmica tali da delinearne una connotazione specifica di appartenenza etnica (ed è per questo che in uno spartito wagneriano c’è quel tanto di componente germanica che può diversificarlo, ad esempio, dall’italianità che un’opera verdiana porta seco). Per questo motivo di fronte alle architetture, dalle minori e più artigianali alle maggiori e d’autore, che costituiscono la trama figurativa delle città dell’Istria e della Dalmazia, pur trovandoci in città dell’altra sponda, ne percepiamo immediatamente l’essenza italiana, già a livello epidermico e sensoriale d’impatto. Tale percezione viene ulteriormente confermata e ribadita allorché ne andiamo a ripercorrere la cronistoria (origini, maestri costruttori e fasi esecutive).

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Capodistria, palazzo Pretorio (XV sec.)

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Arbe (isola del Golfo del Quarnaro)

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Zara, chiesa di S. Donato (IX sec.)

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Sebenico, Loggia del Sanmicheli (1532-42)

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Traù, palazzo del Governatore (XIV-XV sec.)

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Ragusa (Dubrovnik), piazza della Loggia, palazzo Sponza, Pasquale di Michele Ragusino

Città murate

Le città costiere, per far fronte a incursioni piratesche dal mare e attacchi slavi da terra, furono da subito dotate di poderose opere murarie di difesa e fortificazione. Alcune utilizzarono preesistenti strutture di origine bizantina, o addirittura romana, come Pola, Salona e Spalato. Quando Venezia dovette munire i propri approdi e postazioni di nuove opere difensive si uniformò all’ingegneria militare italiana adottata nella Penisola, con la massima diffusione e divulgazione trattatistica coincidenti fra XV e XVI secolo.  Migliorie, restauri, ampliamenti furono necessari nei successivi secoli XVII e XVIII per fronteggiare l’incombenza turca. Degna di nota è la cinta muraria di Ragusa, risalente al XIII secolo, ove nel XV secolo operarono il fiorentino Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi ed il dalmata Giorgio Orsini, i quali costruirono la torre Minceta. Nel XVI secolo attesero a lavori integrativi gli ingegneri militari italiani Antonio Ferramolino, bergamasco, Saporoso Matteucci, Giovan Battista Zanchi, pesarese. Cinquecentesca è anche porta S. Biagio (o porta Pile). Città murate erano altresì: Capodistria (che però delle 12 porte che si aprivano lungo il suo giro di mura, conserva solo la cinquecentesca porta della Muda); Zara (il cui attuale perimetro murario è quello dei rifacimenti cinquecenteschi, quindi ispirati al disegno idealizzante dei teorici italiani; del 1543 è la Porta di terraferma di Michele Sanmicheli, mentre la Porta marina, inglobante addirittura un arco romano, è un rifacimento successivo al 1571 e alla battaglia di Lepanto; lo scavo di canali difensivi, atti ad isolare il nucleo murato dalla terra ferma, fu condotto fra XVII e XVIII secolo); Sebenico (che a partire dal XV secolo i veneziani cinsero di mura di cui poco residua); Traù (il cui centro antico è posto su di un isolotto, collegato con un ponte girevole alla terraferma; lungo le sue mura si aprono: la Porta marina, del 1593, e la Porta di terraferma del XVIII secolo, sormontata dalla statua del beato Giovanni Orsini, patrono cittadino).

Cinti da mura, quindi fortificati, erano anche gli abitati di alcuni insediamenti insulari, pertanto maggiormente esposti agli assalti del nemico di turno. In particolare si citano qui: Cherso (nel golfo del Quarnaro, ove si snodano le mura medioevali ampliate nel XV secolo dopo che, nel 1459, la città divenne capoluogo dell’isola) e Lesina (isola della Dalmazia centrale, munita di fortificazioni dai veneziani a partire dal XV secolo).

Fortezze, castelli, torrioni

E’ comprensibile quindi perché, anche in Adriatico orientale Venezia – così come aveva fatto nel Mar di Levante, a Cipro e in Grecia – si adoperò per installare o ripristinare fortezze e castelli (o magari solo torri di guardia) indispensabili per vegliare sulle sue rotte marittime, dalla Laguna all’oriente.

Dall’XI secolo formalmente, dal XIII secolo (cioè con la quarta crociata) anche politicamente, i veneziani furono qui i reali conduttori della regione. Fortilizi e castelli medioevali sono posti di guardia a Pola (castello del XIII secolo con interpolazioni sino al XVII secolo); a Lussinpiccolo e Lussingrande (torre degli Uscocchi) nell’isola di Lussino; nell’isola di Veglia: a  Castelmuschio (resti della fortezza) e a Veglia (castello dei Frankopan, del XII secolo, presidio dei sedicenti omologhi balcanici dei Frangipane di Roma);  a Ragusa (forte di S. Lorenzo, medioevale, e forte di San Giovanni del 1346, progressivamente aggiornato sino al 1557);  a Cattaro (forte anche qui dedicato a San Giovanni, del XIV secolo con innesti nel XV secolo).

Fra Quattrocento e Cinquecento fortezze  e castelli assunsero le caratteristiche rinascimentali italiane di ordine planimetrico e simmetria prospettica, proiezioni dell’ordine e della simmetria celeste, dell’armonia cosmica. Perciò, per quanto in forme e proporzioni di scala ridotta, ritroviamo anche qui una serie di costruzioni, in massima parte dovute ad architetti militari italiani di prestigio e fama: a Traù (castello del Camerlengo, di Piccino Veneto e Marino Dalmata, del 1420/1437 e Torre di San Marco di Giocondo Cappello e Domenico da Ragusa, del 1470/1472); a Ragusa (forte Bokar edificato nel XVI secolo su preesistente disegno del quattrocentesco Michelozzo di Bartolomeo Michelozzi, fiorentino); a Sebenico (isolotto di S. Nicolò, fortificato  da Gian Girolamo Sanmicheli nel 1546, e fortezza di S. Anna).

Opere pubbliche

L’architettura civica enumera opere di pubblica utilità come fontane, arsenali, torri dell’orologio e logge corporative.

Nella prima metà del XV secolo il campano Onofrio Giordano da Cava di Salerno ha legato il proprio nome al sistema di approvvigionamento idrico di Ragusa e a due fontane monumentali ivi esistenti: la fontana grande di Onofrio del 1435, cupolata e con sedici getti d’acqua, uno per ciascun lato della sua pianta poligonale, e fontana piccola di Onofrio, del 1438, alloggiata in una nicchia sul prospetto del palazzo della Gran Guardia. A Lesina sobria e semplificata è la volumetria dell’Arsenale, costruito dai veneziani fra il 1579 e il 1611 per il ricovero e la riparazione delle imbarcazioni. La fabbrica è scatolare, di imponenti dimensioni ed allungata; con tetto a capanna e grande arcata (dal diametro di circa 10 metri) per introduzione delle galee, sul lato corto con affaccio a mare. Al  lato lungo è addossato un avancorpo con rampa per  accedere dall ‘ esterno  al livello superiore.  Infatti al primo piano, nel 1612, il governatore Pietro Semitecolo fece realizzare un’enorme sala teatra le ove si tennero le prime rappresentazioni pubbliche della Dalmazia.

Le Torri dell’orologio, che costituiscono una caratteristica tipologica e formale della repubblica marciana, sono presenti in tutte le città alla sudditanza della Serenissima e furono costruite in massima parte fra Quattrocento e Cinquecento. Del XV secolo sono le torri dell’orologio di Fiume e Traù (questa decorata da Niccolò Fiorentino); del XVI secolo  sono quelle di Cherso, Spalato e Ragusa  (ricostruita in stile nel 1929). Del 1602 è la torre dell’orologio di Cattaro, mentre quella di Zara del 1798, tardo-barocca, è innestata sulla preesistente loggia cinquecentesca, ad essa raccordata da volute di disegno barocco.

Altra costante architettonica civile delle città veneziane è la loggia di corporazione. Generalmente si tratta di un unico ambiente, di medie dimensioni, dotato di loggiato perlopiù ad archi, la cui origine è medioevale perchè ai comuni borghesi del basso medioevo è legata la costituzione delle associazioni cittadine di arti e mestieri (che ivi si riunivano).

Le logge del XIV secolo sono ancora improntate ad una frugalità essenziale di forme, come la loggia di Traù che risale al 1308 ed è un semplice loggiato a trabeazione, caratterizzato dall’accentuazione delle falde di copertura, gravanti su sei colonne di spoglio, con aggiunte successive di rilievi decorativi marmorei del XV secolo dovuti alla scuola (ormai rinascimentale) di Andrea Alessi e Niccolò Fiorentino.

Nel XV secolo, almeno per tutta la prima metà, persistono le inclinazioni formali del tardo-gotico, con  uso di elementi archiacuti e profili lapidei associati alla graduale adozione di dettagli stilistici propri dell’affermantesi Rinascita italiana.

Del Quattrocento sono le logge di Capodistria (sottoposta a rimaneggiamenti sino al XVII secolo) e di Lesina (anch’essa con interventi aggiuntivi del secolo successivo).

Nel XVI secolo si affermano i valori intrinseci del Rinascimento e pertanto anche la categoria architettonica della loggia civica si uniforma all’euritmia delle proporzioni e dei rapporti. Cinquecentesche sono le logge di Castelmuschio (nell’isola di Veglia) e di Arbe (loggia dei mercanti, nell’isola omonima). Di alcune ci è noto l’artefice: a Michele Sanmicheli si deve la loggia di Sebenico (1532-42), mentre di Gian Girolamo Sanmicheli sono: la loggia della Gran Guardia e la loggia civica, entrambe a Zara.

Palazzi pubblici

Per i palazzi dell’amministrazione veneziana vale la stessa periodizzazione precedentemente accennata per le caratteristiche generali.

Nel XIII secolo comincia ad affermarsi il gotico di importazione lagunare ed è quanto si può riscontrare nel Municipio di Pola (il cui impianto risale al XIII secolo e addirittura ingloba porzioni di preesistenze romane, con continue sovrapposizioni successive sino al Rinascimento) e nel Palazzo del Principe ad Arbe.

Il gotico domina per tutto il XIV secolo (Palazzo del governatore a Traù e Palazzo del principe a Pago), con il suo repertorio di finestre bifore, portali ogivati, loggette, merlature guelfe etc. e perdura per oltre metà del seguente XV secolo, perchè la maniera del tardo gotico internazionale (almeno in ambiente veneziano) è restia a liberare il campo a favore dei più evoluti e schietti modi della Rinascenza toscana.

Sono del XV secolo: il Palazzo pretorio di Capodistria (tardo gotico); il Municipio di Ossero; il Palazzo del conte a Sebenico; il Palazzo civico di Spalato (ricostruito nel XIX secolo); il Palazzo dei rettori a Ragusa, ove lavorarono  Onofrio Giordano, Michelozzo, Giorgio Orsini, i quali seppero imprimere una svolta rianscimentale di marca centro-italiana ali’architettura locale.

Nel Cinquecento il linguaggio della Rinascenza è ormai universalmente accolto e assorbito in tutta la Dalmazia, anche in città appartate e non pienamente aperte – almeno polticamente –  a Venezia, come Fiume (Municipio vecchio, del XVI secolo).

La cifra estetica barocca, infine, impronta di sé tutto il XVII secolo ed è esemplificata nel Palazzo della gran guardia a Ragusa, del 1707-8, disegnato dal veneziano Marino Groppelli.

Architettura religiosa

Se nel comune basso-medioevale italiano (quindi, di riporto, anche dalmata) nella piazza cittadina il palazzo civico era il polo architettonico visibilmente caratterizzato da dimensioni ed elementi formali di forte richiamo – come talora la torre civica – l’altro polo era la fabbrica religiosa, anch’essa rimarcata da un vocabolario architettonico di immediata riconoscibilità ed evidenza percettiva, come il campanile, il timpano e, in seguito, la cupola, costituente espressione del potere religioso nella sua collocazione contrapposta al potere politico.

Nei territori veneziani gli organi amministrativi erano, almeno per grandi linee, emancipati dall’autorità religiosa e in architettura ciò è esemplificato, anche formalmente, dall’uso della merlatura ghibellina (a coda di rondine) a coronamento delle fabbriche civili, simbolica espressione dell’appartenenza alla corrente non sottomessa, o almeno non pedissequamente sottomessa, all’autorità di Roma.

L’elenco cronologico delle fabbriche religiose ripete il già evidenziato percorso stilistico dal romanico al gotico, dal rinascimento al barocco, successivamente alla penetrazione politica di Venezia. Pertanto non si terrà conto di alcune opere alto-medioevali, anche importantissime, precedenti l’anno 1000, che esulano dalla presente trattazione, di ispirazione paleo cristiana o ravennate-bizantina, quali – ad esempio – la basilica Eufrosiana di Parenzo o il San Donato di Zara.

Tra le chiese romaniche più antiche, costruite a ponte fra XI e XII secolo sono: la cattedrale di S. Maria e la chiesa di S. Andrea ad Arbe, tuttavia con periodiche aggiunte e manipolazioni nei secoli a seguire (il campanile romanico di S. Andrea ad Arbe è del 1181, il campanile della cattedrale è del 1212, mentre il portale è quattrocentesco). Del XII secolo è anche il campanile della chiesa di S. Giovanni sempre ad Arbe.

L’architettura ecclesiale romanica del XII e del XIII secolo, caratterizza ta da gravità della struttura e ispirata, nei particolari stilistici, da modelli padani, è documentata a Veglia (qui la cattedrale, del XII secolo, è a tre navate ripartite da colonne a capitello romano-bizantino di spoglio ed è collegata, mediante un portico, alla chiesa di S. Quirino, all’incirca coeva e anch’essa di forme romaniche); a Traù (la più antica fabbrica religiosa risalente al IX-X secolo ricostruita nel 1123 è la chiesa di S. Barbara, a pianta basilicale a tre navate; il duomo di S. Lorenzo costruito fra il 1180 e il 1250 è celebrato per i suoi rilievi glittici di facciata, fra cui il portale di maestro Radovan, slavo ma di diretta derivazione italiana); a Zara (chiesa di S. Crisogono del XII secolo, a tre navate di cui la centrale absidata, divise da colonne antiche di reimpiego; cattedrale di S. Anastasia ricostruita su una precedente basilica fra XII e XIII secolo, a tre navate e matronei, la cui facciata fu completata addirittura nel 1324); a Cattaro (chiesa di S. Luca).

Alla seconda metà del Duecento data quella fase in cui il romanico, che sin qui – come s’è detto – era influenzato dagli esempi nord-italiani, in particolare lombardi, si presta ad accogliere i suggerimenti gotici che arrivano da Venezia e romanico-gotizzanti sono: S. Giovanni a Traù del 1270 e S. Francesco a Zara del 1283.

Come spesso accade in architettura, gli edifici, essendo strutture in divenire, subiscono continui e a volte snaturanti interventi di adattamento, come ad esempio avviene nella cattedrale di S. Nazario a Capodistria, la cui datazione va dal XIII secolo al XVI secolo, con interno ampliato addirittura nel XVIII secolo; nella chiesa dell’Assunta a Fiume (XII – XVIII secolo); nella chiesa di S. Trifone a Cattaro (romanica del XII secolo, rimaneggiata sino al XVII secolo).

Gotiche trecentesche sono: S. Domenico a Traù; S. Francesco a Pola; il duomo di S. Giorgio e la chiesa di S. Francesco, entrambi a Pirano, che hanno subito restauri successivi, rispettivamente nel XVII e nel XVI secolo (in particolare si segnala il campanile del duomo di Pirano, seicentesco, che è mutuato direttamente dal campanile veneziano di S. Marco).

Fra le costruzioni tardo-gotiche del Quattrocento, talora con inserti di incipiente Rinascimento (dalla metà del secolo), si elencano: la cattedrale di Ossero; il duomo di Pola (del XV secolo ma ricostruito nel 1640); il campanile del duomo di Traù ; la parrocchiale di S. Maria a Cherso (XV-XVI secolo).

La cattedrale di S. Giacomo a Sebenico è la fabbrica religiosa che esemplifica il graduale abbandono  delle forme gotiche (confinate nella parte bassa di facciata, iniziata da Antonio di Pier Paolo dalle Masegne) allorché subentrano, dapprima Giorgio Orsini, poi Niccolò Fiorentino; la consacrazione è del 1555, pertanto in piena stagione rinascimentale.

Analoga considerazione vale per il battistero di Sebenico del 1450-52 ove Giorgio Orsini e Andrea Alessi, sensibili alle innovazioni della Rinascita provenienti dall’Italia, danno una svolta alle tendenze dell’architettura anche in Dalmazia; per il battistero del duomo di Traù, del 1464-67 di Andrea Alessi da Durazzo; per la cappella del beato Orsini nel duomo dì Traù di Niccolò Fiorentino e Andrea Alessi.

Del primo Cinquecento è la chiesa di S. Maria di Valverde a Sebenico (1502), ancora di  Niccolò Fiorentino (il quale ha disegnato anche il prospetto della piccola chiesa di S. Pietro a Traù).

Rinascimentale del XVI secolo, influenzata dalla cattedrale di Sebenico e dal tipo di facciata d’importazione veneziana (inaugurato dal Coducci) è il prospetto della chiesa di S. Maria a Zara.

Del 1520 è la facciata della chiesa diS. Salvatore a Ragusa, dovuta a Bartolomeo da Mestre  anch’essa assimilabile ai modi stilistici del rinascimento veneto.

Le chiese del XVII secolo sono allineate al linguaggio barocco in auge nella penisola italiana (anzi è dall’Italia che vengono chiamati gli architetti a progettare e dirigere i lavori delle nuove chiese o dei rimaneggiamenti). Sono quindi barocche: S. Vito a Fiume a pianta ottagonale, che rievoca la veneziana S. Maria della Salute e fu costruita fra il 1638 ed il 1742; S. Maria Maggiore a Ragusa, di Andrea Buffalini e Paolo Andreotti, realizzata fra il 1672 ed il 1713; S. Ignazio, ancora a Ragusa, del padre gesuita e architetto Andrea Pozzo, ispirata al barocco romano e costruita fra il 1699 ed il 1725; infine S. Biagio di Ragusa, rifacimento del veneziano Marino Groppelli del 1706/1715.

Fabbriche architettoniche collaterali alla vita ecclesiale sono i conventi, i chiostri e i palazzi vescovili. Tra i più significativi conventi si ricordano, in particolare, quelli di Ragusa (perchè è questa la città che ha conservato un più integro tessuto storico): il convento delle Clarisse (del XIII secolo); il convento dei francescani (del XIV secolo) noto per la sua farmacia del 1317); il convento dei domenicani (del XIV-XV secolo ma sottoposto a diversi re stauri). Da menzionare è anche la sacrestia della canonica di Parenzo.

Fra  i chiostri di più antica datazione, risalenti al XIV secolo, si elencano: il chiostro di S. Francesco a Pola; il chiostro dei francescani di Ragusa; il chiostro dei domenicani (ancora a Ragusa), gotico, che si deve al maestro toscano Maso di Bartolomeo.

Infine si ricordano i palazzi vescovili quattrocenteschi di Ossero, di Sebenico (1439/41) e di Pago (nel qual ultimo lavorò Giorgio Orsini il Dalmata).

Palazzi privati

Gli edifici pubblici e municipali testimoniano la penetrazione politica della Repubblica di S. Marco nell’ambito amministrativo delle città dalmate. Gli edifici religiosi testimoniano la diffusione capillare della chiesa cattolico-romana in una regione che era anche nelle mire dell’ortodossia greca, trattandosi di penisola balcanica e, pertanto, di un areale di pertinenza bizantina.

Quello che testimonia la normalizzazione della vita quotidiana di queste città all’ombra della Serenissima  (cioè: che la presenza di Venezia non era qualcosa di forzosamante sovrapposto ed estraneo in un ambiente colonizzato) è la diffusione di palazzi e palazzetti privati ed interi quartieri intonati allo stile ed al colore dell’architettura e dell’edilizia lagunare.

Tra le fabbriche dell’aristocrazia locale (emblematiche dunque dell’esistenza in loco di una classe dominante d’origine veneziana) si segnalano, talora per la qualità e la pregevolezza degli esiti formali: palazzo Tocco e palazzo Totto, del XVI secolo, a Capodistria; palazzo Petris, del XV secolo, nel capoluogo dell’isola di Cherso; palazzi Nimira, Dominis-Nimira, Cassio e Cernotta.del XIV – XV secolo, ad Arbe; il bel palazzo Cippico, tardo-gotico del XV secolo ma con portale barocco, a Traù; sempre a Traù, palazzo Garagnin-Fanfogna barocco del XVII secolo; notevole è altresì palazzo Sponza a Ragusa, del XVI secolo, progettato da Pasquale di Michele Ragusino; palazzo d’Ettore, incompiuto, in stile tardo-gotico del XV secolo, a Lesina; il seicentesco e barocco  palazzo Gregorin a Cattaro; l’omogeneo nucleo di edifici barocchi costruiti fra la metà del Seicento e la metà del Settecento a Perasto.

arch. Renato Santoro – Roma, 30 dic. 2015

 

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