DAMMI UNA SIGARETTA

Spingendo sui toni scuri del registro vocale e atteggiata a femme fatale la Divina Garbo nei panni di Mata Hari ha inciso a caratteri aurei una frase che è rimasta negli annali cinematografici, quel “Dammi una sigaretta” che ha sedotto e fatto vibrare milioni di ammiratori, maschi e femmine che fossero[1].

garbo mata

Per decenni e per diverse generazioni, fumo e sigarette furono sinonimo di donna emancipata e ammaliatrice fino a che una martellante e meritoria campagna sanitaria ne ha decretato il confino nel novero delle cattive abitudini da non emulare.

Siamo in molti a ricordare sale cinematografiche sature di mefitiche nuvole di tabacco condensate nel fascio luminoso del proiettore e un’infinità di inquadrature dei nostri film degli anni Sessanta che insistevano a bella posta su questo o quel pacchetto di sigarette (per lo più di marche americane, le più remunerative) fra le dita dell’attore di turno. Anche nelle trasmissioni televisive in bianco e nero ospiti e intervistatore fumavano beatamente nei salottini organizzati dalla RAI.

Oggi che è vietato fumare nei locali pubblici e di ristoro tutto ciò alle nuove generazioni e agli igienisti – a buon diritto tutelati – può suonare anche curioso, ma ci furono anni in cui accendere una sigaretta poteva essere adottato come gesto di fascinazione.

Ai nostri giorni gli avvisi intimidatori sui pacchetti di sigarette mettono in guardia sulla nocività del tabacco e dei suoi derivati e la pubblicità al prodotto è da tempo immemorabile bandita nel nostro Paese, come in molti altri. Tanto è vero che le case produttrici d’Oltreoceano hanno aggirato il divieto ricorrendo allo stratagemma della pubblicità occulta nei film o alla sponsorizzazione di rombanti auto da corsa.

Professori e professoresse fumavano tranquillamente in classe, intossicando noi imberbi ginnasiali, costume questo oggi non solo impensabile ma passibile di sanzione pecuniaria.

Ero un ragazzetto delle medie quando andavo a ripetizione di matematica da una anziana insegnante della quale ricordo ancora l’immancabile pacchetto di “Giubek” posato sulla scrivania, l’acre odore dei fiammiferi e la punta incandescente della sigaretta avidamente aspirata dalla viziosa “educatrice”.

Tant’è che precocemente a tredici anni, durante una gita a Pompei, provai anch’io la mia prima “bionda”, una economica e ammorbante “Nazionale”, condivisa con i compagni di classe sui sedili nel fondo buio del pullman, al riparo dallo sguardo degli accompagnatori scolastici.

giubek

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1941 mentòla

due palme

Allora mi è venuto l’estro di passare in rassegna le marche di sigarette dei miei anni verdi, ormai fuori produzione, per le quali non è il caso di parlare di messaggio pubblicitario perché non più in commercio (evocandone piuttosto l’aspetto iconografico).

Ricordo nitidamente le confezioni rigide delle “Edelweiss”, delle “Turmac”, delle “Macedonia” che i miei zii fumavano negli anni Cinquanta del secolo scorso. E ricordo con nostalgia quanto mi piacesse disegnare sul rovescio di quelle scatolette, un cartoncino bianco su cui tracciavo gli schizzi incerti di un ragazzino di otto anni.

edelweiss

M25857-17 002

 

1954 Macedonia

Si racconta che Totò scrisse di getto il testo della sua Malafemmena proprio sul retro di un pacchetto di “Turmac” di cui era accanito consumatore.

Risale al 1962 la prima legge italiana che metteva al bando la pubblicità per il fumo da carta stampata e mezzi di comunicazione audio-visiva.

Perciò prima di quella data era normale sfogliare una rivista e trovare il messaggio che magnificava qualità e pregi di una marca di sigarette. Troveremmo oggi assai singolare lo slogan dei primi anni Cinquanta che recita “Nell’offerta di una sigaretta un invito all’amicizia”, utilizzato dai “creativi” pubblicitari per reclamizzare il prodotto.

1954

50' Bamiz

IN ALTO: affiches di Longi e Barniz (1952-54)

Esteticamente se ne apprezza la veste grafica, ma la comunicazione trasmessa appare “politicamente scorretta”.

Se poi vogliamo scoprire il lato estetico più apprezzabile e suggestivo del fenomeno dobbiamo risalire addirittura ai primi decenni del secolo scorso. “Fumare come un turco” è un modo di dire tutto nostro che nasce però da una fama conquistata sul campo. L’impero Ottomano infatti controllava una vasta area di produzione e commercializzazione del tabacco, dai Balcani all’Egitto. E proprio all’Egitto rimanda la tradizione e la qualità manifatturiera della sigaretta, concentrata nelle mani di industriali greci del Cairo e di Alessandria.

kiriazi fratelli

Gianaclis

dimitri

vafiadis

melachrino

Le principali e più importanti case esportatrici sono infatti di onomastica greca: fratelli Kyriazi, Nestor Gianaclis, Dimitrino, Vafiadis, Melachrino e sono il portato di un mondo ammantato dal fascino di un’epoca ormai perduta: un vicino Oriente misterioso e crogiolo di avventurieri europei in cerca di emozioni. Ma la bellezza indiscutibile di quelle confezioni di sigarette e delle affiches d’epoca è rimasta magicamente intatta; possiedono un valore estetico intrinseco che travalica tempo e contingenza. Come lo sguardo incantatore della Sfinge/Garbo…

mata garbo

arch. Renato Santoro – Roma, 28 dicembre 2015

NOTA

[1] l’attrice svedese è stata doppiata nella prima versione italiana del 1932 da Francesca Braggiotti; nella riedizione del 1952 dall’ineffabile Tina Lattanzi, che riesce a modulare toni inebrianti da sirena non inferiori all’originale. Il film è del 1931

 

 

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