L’EGITTO ATTRAVERSO LO SGUARDO DEI GRECI E DEI ROMANI

Alla fine del VII secolo a.C., quando Solone, il savio legislatore ateniese, si reca nella terra dei faraoni consapevole di risalire alle origini del sapere e della saggezza, l’Acropoli è ancora sguarnita dei suoi più gloriosi monumenti; ma le piramidi gettano la loro ombra perfetta sulla sabbia di Ghizah da quasi duemila anni.

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Le piramidi nell’immaginario occidentale (mosaico, basilica di S. Marco, Venezia XIII sec.)

Il viaggio di formazione spirituale in Egitto sarà percorso obbligato per i padri della filosofia greca, da Pitagora a Platone. Le dottrine esoteriche, l’arte, le scienze astronomiche e matematiche, che nella valle del Nilo sembrano aver trovato la propria culla, avranno una fascinazione indicibile, tanto per i greci quanto per i romani.

Ecateo di Mileto (560 circa-490 a.C.) è il primo logografo greco a tracciare una Perieghesis nella terra dei faraoni, di cui non restano che frammenti e citazioni attraverso autori posteriori che a lui attingono. Il suo viaggio è da collocarsi sul finire del VI sec. a.C. Da Erodoto veniamo ad apprendere che Ecateo giunse sino a Tebe dove s’incontrò con il clero di Amon e i sacerdoti lo condussero nei penetrali del santuario (Er., St., L. II, 143).

Il più antico testo documentario di età classica pervenutoci – che descriva ambiente, avvenimenti, tradizioni religiose e costumi degli egiziani – è proprio quello erodoteo. Historìes apòdeixis è un titolo che racchiude in sé l’intento programmatico di proporsi come “testimone” (histor in greco significa proprio questo: osservatore diretto) di ciò che viene narrato (Er., St., L. II, 29) “estendendo le mie ricerche il più possibile: fino alla città di Elefantina, andando a vedere con i miei occhi”[1].

Erodoto di Alicarnasso (490/480-424 a.C. circa) si recò in Egitto attorno alla metà del V sec. a.C. e la sua permanenza dovette durare alcuni mesi. Visitò infatti (Er., St., L. II, 3) Menfi, Tebe, Eliopoli dove i sacerdoti “hanno fama di essere i più dotti tra gli Egiziani”[2] ed è lo stesso storico a riferire che la distanza tra Elefantina (nell’estremo lembo meridionale) e Sais (a settentrione) è coperta in venti giorni di navigazione (Er., St., L. II, 175).

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Isola di Elefantina

Alla corte alessandrina di Tolomeo I Sotèr, scrive nel III sec. a.C. Ecateo di Abdera, erudito filosofo originario dalla Tracia, di cui è nota la trattazione dei territori conquistati da Alessandro Magno e tra questi, naturalmente, l’Egitto di cui sostiene il primato su tutti gli altri popoli. La sua opera, andata perduta, e quella di Agatarchide di Cnido, retore alla scuola di Alessandria nel II sec. a.C., descrittiva dei luoghi sul Mar Rosso, costituiranno le fonti per Diodoro Siculo e Strabone.

A Manetone, sacerdote egizio di lingua greca[3] – nato sul Delta a Sebennytos (inizi del III sec. a.C.) e vissuto ad Alessandria  al tempo di Tolomeo II Filadelfo – si deve la prima impostazione organica della storia d’Egitto, ripartita in XXX dinastie faraoniche. Titolo dell’opera è, naturalmente, Aighyptiakà e lo schema adottato è quello che tuttora, apportati i debiti aggiustamenti, è per grandi linee accreditato presso gli studiosi. I suoi scritti sono andati perduti e ci sono giunti frammentari attraverso il citato Flavio Giuseppe; lo storico Sesto Giulio Africano (III sec. d.C.) che nella sua Chronographìai  riporta la cronologia dei faraoni; il cristiano Eusebio di Cesarea che per il suo Chronikon, quando narra i fatti della storia egiziana si serve proprio di Manetone.

Nel III secolo a.C. il matematico e geografo Eratostene di Cirene, precettore di Tolomeo IV Filopatore, gran bibliotecario ad Alessandria, redige una mappa dell’Egitto e descrive il percorso del Nilo dal Delta sino alla Nubia. Proprio durante la sua escursione nel sud del Paese (230 a.C. circa) ha l’intuizione scientifica per poter calcolare – attraverso la distanza misurata fra Alessandria e Syene (Assuan) in 5.000 stadi egiziani – la circonferenza della terra, pari a 252 mila stadi, con modesto scarto rispetto al valore reale[4].

La pesante pietra basaltica rinvenuta a Rashid, nel Delta, durante la spedizione napoleonica, meglio nota come stele di Rosetta, risale agli inizi del II sec. a.C. e porta inciso su di essa un decreto celebrativo di Tolomeo V Epifane datato 196 a.C., in occasione del primo anniversario dell’incoronazione. La sua particolarità sta nella trascrizione del testo in tre versioni sinottiche: geroglifica, demotica e greca; summa del clima culturale che si poteva respirare nell’Egitto di quello scorcio di storia. E’ una stagione di meticciato sociale, intellettuale, religioso, al bivio tra passato e futuro, il cui risultato sarà un’era diversa, comunque nuova. Proprio questa lastra istoriata diventerà la chiave di interpretazione della lingua egizia, sino ad allora oscura e indecifrabile, ammantata nel mistero. Dalla illuminante folgorazione di poter comparare i segni inscritti nei cartigli con i nomi noti in lingua greca (Tolomeo e Cleopatra), il francese Jean-François Champollion farà da battistrada alla decodificazione dei geroglifici e segnerà la nascita dell’egittologia moderna.

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Lo storico Diodoro, greco di Sicilia del I sec. a.C., è autore di una monumentale Bibliotheke historikè, giuntaci incompleta. Nel primo libro, sopravvissuto per intero, descrive l’Egitto[5], Paese in cui racconta di essersi recato al tempo della CLXXX Olimpiade (tra il 60 e il 56 a.C.), negli anni di Tolomeo Dioniso, cioè l’Aulete padre di Cleopatra (Diod., Bibl. Hist., L. I, 41). L’epitomista colorisce la sua prosa con episodi minuti di vita  quotidiana, come quando riferisce di avere assistito all’insurrezione popolare nei confronti di un romano  reo di avere ammazzato un gatto, animale  sacro a Bastet, per il quale la folla intollerante reclamava la condanna a morte. (Diod., Bibl. Hist., L. I, 83).

Strabone, nato ad Amasea nel Ponto, anch’egli vissuto nel I sec. a.C., scrive in greco e riserva il XVII libro della sua Geografia alle cose d’Egitto e di Libia. Soggiorna a lungo ad Alessandria, al tempo il più vivace ed attraente centro culturale del Mediterraneo, e si spinge nel sud del Paese, assieme al prefetto romano Elio Gallo (24-25 a.C.), risalendo il Nilo sino alla prima cateratta (presso Assuan), per vedere il tempio di Philae e l’isola di Elefantina (di cui descrive il nilometro, strumento usato per misurare il livello del fiume e controllarne le piene).

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Isola di Philae (foto d’epoca) in regime di piena del Nilo

Strabone fornisce un dettagliato resoconto di viaggio[6], dalle piramidi (L. XVII, 1, 30) ai  colossi di Memnone (L. XVII, 1, 46), descrivendone quello rovinato nella parte superiore a seguito di un terremoto, avvenuto qualche anno prima. E’ proprio Strabone il primo a raccontare del “canto” che, secondo una leggenda locale, si levava dalle statue al sorgere del sole; e di averlo lui stesso ascoltato ma scetticamente descritto “simile al suono prodotto da un colpo secco”. Questo fenomeno diventerà una curiosità che spingerà molti viaggiatori romani a raggiungere il sito, come Germanico (il cui itinerario egiziano è raccontato da Tacito – Tac., Ann., L. II, 61 – il quale paragona il suono emesso dal colosso a quello di voce umana[7]); Plinio il Vecchio (Pl., Nat. Hist., L. XXXVI, 58); Pausania (Paus. Perieghesis, I, 42, 3), cui ricorderà piuttosto “il suono di una cetra o di una lira che si spezza”[8].

Creduto il lamento del figlio dell’eroe etiope Memnone, figlio dell’Aurora, ucciso in battaglia da Achille (in realtà le statue rappresentano Amenophis III), era più credibilmente il prodotto dalla combinazione fra l’escursione termica notturna (non a caso il fenomeno si verificava all’alba) e il vento che spira tra le fessure della pietra lesionata. Ne è conferma il fatto che, quando Settimio Severo ordina il restauro del monumento danneggiato (199 d.C.), questo “prodigio” cesserà di ripetersi e i due colossi faraonici piombano nel silenzio.

E. Hildebrandt 1852

E. Hildebrandt, Colossi di Memnone (1852), coll. priv.

Tra le ultime significative descrizioni di età greco-romana dell’Egitto e dei suoi splendori, quella di Filostrato[9], che scrive nel III secolo. Nella sua opera biografica su Apollonio Tianeo, il sofista di Lemno ne racconta il soggiorno egiziano: ad Alessandria (Fil., Apol., V, 24), dove s’intrattiene con Vespasiano; e nella Tebaide (Fil., Apol., VI, 4). In queste pagine,  la statua di Memnone/Amenophis è ricordata ancora come “parlante” non appena le sue labbra sono sfiorate dai raggi del sole; tanto da sembrare, allo spettatore attonito, sul punto di levarsi, in adorazione, incontro alla divinità.

E’ questa, in fondo, l’ambigua magia dell’Egitto antico.

arch. Renato Santoro – Roma, 24 dicembre 2015

NOTE E BIBLIOGRAFIA

[1] Erodoto, op. cit., p. 309.

[2] Erodoto, op. cit., p. 285

[3] Il nome Manethon (o Manetho), sembra essere la grecizzazione del suo ignoto nome egiziano, ipoteticamente ricostruito nelle due varianti: “dono di Thot” o “amato da Neith”

[4] I risultati di questo suo studio furono divulgati nell’opera Sulla misura della terra, andata perduta. Ma il procedimento seguito da Eratostene ci è pervenuto nella forma riassunta da Cleomede, dotto astronomo e cosmografo di età imperiale (Cleomede, Coelestia, I, 7, 49-52)

[5] Diodoro Siculo, Biblioteca storica, vol. I, Libri I-III, Milano 2004

[6] Strabone, L’Africa di Strabone. Libro XVII della Geografia, a cura di Nicola Boffi, Modugno 1999

[7] Tacito, Annali, a cura di M. Stefanoni, vol. 1, Milano 2003

[8] Pausania, Viaggio in Grecia. Attica e Megaride. Libro I, vol. 1, Milano 1991

[9] Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, a cura di D. Del Corno, Milano 1978. Il lavoro gli fu commissionato da Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo

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