TRÉS ARCHITECTURALE: GIO PONTI (1891-1979)

Racconta Gio Ponti che quando chiese all’autista parigino di Tony Bouilhet, dunque ad una persona semplice del popolo, di ritorno dal Belpaese come avesse trovato l’Italia, la risposta di costui fu fulminante: “Trés architecturale”. Tanto apprezzata da ispirare all’artista milanese quella definizione del nostro Paese che si staglia ammonitrice come un aforisma: “L’Italia l’han fatta metà Iddio e metà gli Architetti” (G. Ponti, Amate l’architettura, Vitali e Ghianda, Genova 1957).

Quando nel 1927 per il francese Tony Bouilhet Gio Ponti progetta “L’ange volante” la villa di campagna a Garches (nell’Hauts-de-Seine a pochi chilometri dalla Capitale) del facoltoso collezionista e industriale proprietario delle rinomate oreficerie Christofle, il Nostro è un giovane architetto di 36 anni: Giovanni – o familiarmente Gio – si è laureato trentenne nel 1921 al Regio Istituto Tecnico Superiore di Milano (dopo l’interruzione a causa del primo conflitto mondiale).

Bouilhet

PIANTA

INTERNI

IN ALTO: G. Ponti “L’ange volante”, Garches 1927 (prospetto, planimetrie, interni)

A quello stesso anno della laurea risale il matrimonio con Giulia Vimercati di ricco e altolocato casato lombardo. I suoi primi lavori sono legati a quelle attività che in futuro saranno chiamate di design ma che all’epoca erano note come “arti applicate” e lavora per le industrie ceramiche della Richard-Ginori. Grazie alle sue creazioni, nel 1925 vince il Grand Prix all’Esposizione internazionale delle arti decorative e industriali moderne di Parigi. Il suo stile, pur innovativo sulla scia della Wiener Secession, è comunque legato alla tradizione e alla compostezza classica, vicino piuttosto al movimento di Novecento Italiano che non agli allora nascenti Gruppo 7 e MIAR improntati al razionalismo e al funzionalismo (i cui nomi di punta sono Figini, Pollini, Terragni, Libera, Pagano, Minnucci).

Esemplificativo di questa sua propensione per la classicità italica è proprio l’Ange Volante, dove i richiami alla villa veneta palladiana o alle nobili residenze meneghine della Brianza sono palesi, sia nel prospetto che nell’impianto planimetrico.

Anche interni, arredi e mobilio sono curati da Ponti con scrupolosa attenzione, avendo egli una spiccata attitudine scenografica (che si estrinsecherà negli anni Trenta con allestimenti teatrali in veste di scenografo e costumista).

Nel 1928, un anno dopo Garches, fonda la rivista “Domus” un caposaldo culturale di primo piano nel campo dell’architettura italiana, vera e propria palestra intellettuale attorno alla metà del secolo scorso.

Legato da amicizia a Massimo Campigli, a firma di quest’ultimo è il bellissimo ritratto della famiglia Ponti datato 1934.

Campiglio 1934

IN ALTO: M. Campigli, La famiglia dell’arch. Ponti (1934)

Nel secondo dopoguerra, con la vicinanza e la collaborazione degli architetti Antonio Fornaroli e Alberto Rosselli, associati al suo Studio,  lo stile di Ponti virerà verso un modernismo più spinto, anche se mitigato dalla sua naturale propensione all’eleganza e alla precisione del disegno; come nel Grattacielo Pirelli, Milano, 1956/61 (dove però la mano dello strutturalista Pier Luigi Nervi non è secondaria); o nella Gran Madre di Dio, Taranto, 1964.

ponti

IN ALTO: Studio Gio Ponti, Grattacielo Pirelli, Milano (a sin.); Gran Madre di Dio, Taranto (a dx.)

Amare l’architettura è amare il proprio Paese” era il suo motto.  E nel suo pamphlet del 1957 raccomandava ai suoi studenti e lettori: “Amate l’architettura antica e moderna: esse han composto assieme quel teatro che non chiude mai, gigantesco, patetico e leggendario, nel quale noi ci moviamo, personaggi-spettatori vivi e naturali in una scena “al vero”, inventata ma vera”.

Roma, 2 agosto 2015 – arch. Renato Santoro

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