Parentele greche di Roma

Le prue greche da subito puntarono verso le coste dell’Italia, sia per opportunità geografica sia per naturale propensione di quel popolo, fisiologicamente marinaresco, di per sé incline alla curiosità e all’esplorazione dei lidi dirimpettai.

Perciò già dall’VIII sec. a.C. assistiamo al popolamento di stirpi elleniche delle nostre regioni meridionali.

Miti e letteratura di quelle genti intraprendenti ne sono riflesso e al contempo premessa. Senza parlare del racconto di Odisseo che si avventura sino al promontorio del Circeo, come non ricordare la leggenda di Crono che vagabonda per il Mediterraneo sino a trovare rifugio e nascondiglio nell’ombroso Lazio, quella Saturnia tellus vagheggiata dai poeti. E’ proprio la narrazione mitologica di Saturno che accosta i Greci alla terra che vedrà i natali di Roma.

Dall’Arcadia dei mitografi, arriva anche Evandro, che sul Palatino aggrega un primo nucleo abitato, quel Pallantèo dei versi virgiliani che rappresenta l’arcaico antefatto al borgo romuleo. E così è d’obbligo ricordare Enea e i transfughi della Troade, genti comunque di etnia greca, in cerca di una nuova patria sulle coste laziali di Lavinio; come Ascanio, che di Enea è progenie, al quale la leggenda attribuisce la fondazione di Albalonga. Ma va menzionato anche Telegono, il figlio che Ulisse ebbe da Circe, perciò di sangue greco, al quale si deve, stando ai racconti degli Italici, la fondazione di Tuscolo e Preneste: l’avvicinamento a Roma si fa sempre più insistente.

Di fondazione greca, per tradizione, sono anche le città laziali di Terracina,  ad opera di profughi spartani, e di Cori nell’entroterra per la quale c’è incertezza fra Dardano, lo stesso Enea o l’eroe eponimo locale Coras.

Sarà bene ricordare infine Demarato di Corinto, che fuggito dalla città natale – siamo nel VII sec. a.C. tra leggenda e storia – trova riparo in Etruria dove introduce l’alfabeto greco e sarà padre del futuro re di Roma Tarquinio Prisco. Tacito nei suoi Annales  (XI, 14, 4) coglie la valenza allegorica di questo episodio tramandato dagli antichi, sottolineando come le ascendenze culturali della Roma dei sette re siano di segno greco-tuscanico.

Dunque non solo l’Italia meridionale, dal tacco salentino sino all’arcipelago napoletano, conosciuta come Megàle Hellàs, ad avere un profilo greco ma anche il Lazio assume così una connotazione storicamente mediterranea. E di conseguenza la stessa Roma, dapprima accostandosi alle città di lingua greca del territorio italiano poi direttamente alla Grecia continentale vera e propria, conquistata nel II secolo a.C., assumerà gradualmente una formazione estetico-culturale di matrice ellenizzante. Tanto che nel disegnarne i lineamenti storico-architettonico si potrà anche parlare di un “naso greco” di Roma.

Narra Plinio (Naturalis Historia, XV, 77-78) che nel foro, nei pressi dell’Umbilicus Urbis (che voleva essere il corrispettivo latino dell’omphalos ellenico) erano coltivate tre piante: l’olivo, la vite ed il fico, tre essenze arboree che costituiscono il simbolo stesso della mediterraneità, l’areale e humus culturale in cui ha attecchito e prosperato l’anima romana.

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L’elemento ingegneristico, il magistero costruttivo costituiscono invece l’apporto genuinamente latino che riesce ad imprimere un carattere e una connotazione originali all’arte muratoria dell’Urbe.

arch. Renato Santoro – Roma

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