SEVEN HILLS OF ROME

Prima ancora dei Sette Colli della classicità imparati a scuola e di cui parla Cicerone, alle sue origini la città di Romolo, la cosiddetta Roma Quadrata, era sorta sulle tre alture che movimentano l’orografia del Palatino: il Germalus (prolungamento sul versante verso il Campidoglio); il Palatual (al centro); la Velia (in direzione dell’odierno Colosseo). Noi li chiamiamo “colli” ma in realtà si tratta di sollevamenti geomorfici nell’ordine di 50 metri rispetto al piano di campagna. Al primitivo abitato sorto su queste tre alture si confederarono gli abitatori delle tre gobbe in cui era ripartito l’Esquilino e cioè il Fagutal, il Cispius e l’Oppius, cui si associò da ultimo il Querquetal (antico toponimo del Celio) ed insieme costituirono il Septemontium, primo abbozzo della città di Roma. Successivamente il giro di mura Serviane del primo periodo repubblicano si estese fino a cingere il Campidoglio (anch’esso a sua volta composto da due sommità, la Tarpea e l’Arce); l’Aventino (la Remonia dirimpettaia alla Roma Quadrata di Romolo, dove Remo alla maniera degli àugures etruschi scrutò gli aves – per Plutarco da qui Aventino – e il volo degli uccelli che gli avrebbe indicato dove ritagliare la sua città); a nord la porzione di territorio avamposto dei Sabini, cioè Quirinale e Viminale. Si costituisce in questo modo il fatidico numero sette dei colli della tradizione: Palatino, Aventino, Campidoglio, Celio, Esquilino, Viminale, Quirinale.

SEPTIMONTIUM

Come si sarà notato, alcuni toponimi hanno radice nel lessico degli agronomi e sono evocativi delle essenze arboree dominanti, come Fagutal e faggeto, Querquetual e querceto, Viminal e campo di vimini; Cispius e prato cespugliato; il che sottolinea l’umiltà dei natali contadini dell’altisonante Roma. Del resto anche Palatual è toponimo riconducibile a Pales, la benefica divinità italica che meritava la devozione dei pastori, cantata da Ovidio (Fasti, IV, 361 e sgg.). Mentre Esquiliae nasce da ex-colere cioè “coltivare all’esterno” ed indica il sobborgo agricolo opposto al borgo abitato (si confronti in-colere e “inquilino”).

L’etimo Caelius rivela invece un’ascendenza etrusca che risale al mitico Celio Vibenna; così come in Quirinale i linguisti hanno colto un collegamento con Cures la città sabina di Tito Tazio. Questi antichi popoli laziali, villerecci e concreti, sono l’habitat culturale e cultuale in cui si sviluppa questa Roma embrionale dei re.

La storia urbanistica di Roma dal Palatino parte e al Palatino ritorna. Dei fatali sette colli dell’Urbe questo è quello in cui si riassumono e concludono gli eventi di un intero millennio: dalla rurale età pre-romulea – quando qui si aggirava il re-pastore Evandro e ad una bonaria divinità agreste, come l’eponima Pale, erano rivolti i culti contadini dei suoi primi abitatori – sino ai lussi del Palatium, il “Palazzo” per antonomasia, la sfarzosa reggia imperiale dei Cesari. Quando si tratta di elencare a memoria i sette colli della Caput Mundi succede un po’ quello che capita immancabilmente con i sette re di Roma o i sette nani di Biancaneve: all’appello ne manca sempre uno. Ma Campidoglio e Palatino sono epicentro e cuore pulsante del tessuto storico della città e nell’enumerare la lista sono i primi anche per i più distratti.

Sul Palatino il pomerium segnava il limite di cinta della primitiva Città Quadrata – che per tradizione si ascrive a Romolo e all’VIII sec. a.C. (al tempo in cui i Greci cominciavano a colonizzare il sud Italia) – al cui interno trovarono spazio i primi santuari, come l’Ara Maxima di Ercole, un dio robusto e virile assai consono a quello che era un destino, tutto in ascesa, di forza e conquista. I Quiriti venerano e sacralizzano tutti quei luoghi cari alla tradizione delle origini di Roma, dal Lupercal (sorto nei pressi del fiume dove la lupa della storia mitica aveva allattato i gemelli fondatori) alla Casa Romuli (dove casa in latino sta per capanna) sul Germalus, una delle alture nell’ambito del medesimo colle Palatino, sino al Tugurium Faustuli; nomi che lasciano intendere il carattere dimesso di quelle costruzioni; una modestia che per i probi conservatori era motivo di encomio. Così come senza pretese erano i numi tutelari e utilitaristici dei primordi – come Fortuna Respiciens, Febris o Viriplaca, invocati per la buona sorte, in caso di influenza o addirittura per ricomporre i dissapori coniugali – per rabbonire i quali potevano essere sufficienti piccoli templi di mattoni crudi.

Il tempio della Magna Mater segna una svolta nella religiosità romana. Dopo che la città aveva accolto e fatto proprie le divinità etrusche, dopo essersi aperta al pantheon greco e averlo in qualche modo sovrapposto e assimilato a quello etrusco-latino, l’orizzonte del sacro si spinge verso i culti d’intonazione misterica provenienti dall’Asia Minore. Cibele, la Gran Madre degli Dei è originaria della Frigia e , fra cronaca e leggenda, si narra che il suo culto fu introdotto a Roma sul finire del III sec. a.C. dalla vestale Claudia Quinta che alla foce del Tevere disincagliò, come racconta Ovidio nei Fasti, la nave che ne trasportava l’immagine rappresentata da un cono di pietra nera. La divinità si rivelerà propiziatrice delle fortune romane nella seconda guerra punica e proprio per questo al Palatino nel 191 a.C. fu inaugurato il tempio ad essa dedicato, del quale gli archeologi hanno portato alla luce l’impianto.

In età repubblicana il Palatino divenne il quartiere dei politici e qui si trovavano le domus di  Cicerone, di Lutazio Catulo, di Crasso (celebrata per la magnificenza), di Licinio Calvo, di Marcantonio e di Agrippa. Al Palatino nasce Ottaviano che continuerà ad abitarvi anche da Augusto. Ed è qui, infine, che gli imperatori romani mantennero l’abitudine di abitare, in dimore sempre più splendide, vaste e al passo con la crescente potenza e ricchezza del ruolo storico di Roma. Tiberio vi costruì la Domus Tiberiana a fianco di quella del suo predecessore, ampliata da Caligola con la Domus Gaiana. Dopo la parentesi  neroniana, che per le sue megalomani esigenze trovo angusto il Palatino e dovette reperire altrove spazi per la sua sterminata Domus Aurea, Domiziano ristrutturò e ampliò la Domus Augustana che costituì il nucleo della nuova e più grande Domus Flaviana dotata di una vastissima corte allungata detta Hippodromum. Un secolo dopo, a cura di Settimio Severo l’ippodromo palatino fu circondato di grandiosi porticati e la Domus Severiana fu completata sul lato meridionale.

SERVIANA

Accanto ad essa, alle pendici del Palatino verso il Circo Massimo, fu costruito il Septizonium o Spetizodium, forse un ninfeo o singolare facciata monumentale, di gusto ellenistico tardo-antico, di un edificio a più piani per i sette pianeti zodiacali Quanto ne sopravviveva sarà demolito nel Rinascimento da Sisto V ma ne restano schizzi e rilievi nei taccuini degli architetti del XVI secolo che rivelano affinità con i coevi prosceni teatrali dell’Africa romana o del vicino Oriente.

du perac 1575

Incisione del Du Perac (1575): rovine del Septizonium con il Palatino sullo sfondo

Con Settimio Severo, quando il principato dei Cesari è già divenuto una monarchia assoluta, il Palatino si è trasformato in un’immensa reggia di splendore senza pari ed è ormai sinonimo di Palazzo inteso come centro di potere, simbolo tangibile della grandezza imperiale di Roma e non più il colle della mite protettrice dei pascoli.

arch. Renato Santoro – Roma, giugno 2015 

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