MATERIALI, TECNICHE MURARIE E METROLOGIA A ROMA

La Roma degli esordi, come abbiamo visto, conosce un’edilizia rusticana e vernacolare, basata sui materiali disponibili localmente, con tecniche mutuate dai più evoluti vicini etruschi. Gli antichi parlano infatti di modesti “templi d’argilla”, edifici tirati su con muri in laterizio e coperture in legno. A Roma i costruttori avevano a portata di mano l’argilla cretosa per gli impasti da cui ricavare mattoni, dapprima crudi da essiccare al sole (lateres); presto sostituiti dai mattoni cotti nelle fornaci e ben più duraturi (testae o tegulae) infatti sono proprio questi quelli superstiti. Medesimo procedimento per ottenere gli embrici da utilizzare sui tetti. L’argilla si estraeva dai depositi lungo le sponde del corso fluviale del Tevere e la colorazione del prodotto finito, tra il giallastro ed il rossiccio, dipendeva dal fuoco di cottura e dal contenuto ferroso del materiale. L’argilla è prodotto di sedimentazione di elementi allumino-silicati e testa è il vocabolo latino usato da Vitruvio per il quadrello cotto, sia per il mattone che per la tegola; ma è anche il termine genericamente adoperato per il coccio o per il vaso tondeggiante (da cui è derivata la parola italiana per cranio). Opus testaceum e opus latericium sono i sinonimi di espressione romana che designano il sistema costruttivo di un paramento murario a mattoni.

Altri materiali di cui è ricco il territorio laziale sono il tufo, il travertino, la sabbia pozzolanica, tutti elementi fondamentali, caratterizzanti e imprescindibili nell’ars muratoria di Roma.

Il tufo è una è una pietra da taglio di formazione piroclastica ed essendo di origine eruttiva è presente nella zona dei laghi del Lazio che circondano la Capitale, come noto di formazione vulcanica. Ma è reperibile anche nell’ambito stesso della città e delle sue immediate vicinanze, nelle varie colorazioni che vanno dal grigio al verdognolo al rossiccio, a seconda delle cave di estrazione. Il poroso e facilmente lavorabile tophus è dunque a portata di mano e ben si presta per muri di un certo spessore. Le qualità note sono: il “cappellaccio”, un tufo grigio friabile proveniente dal sottosuolo degli stessi sette colli romani, tagliato in blocchi dallo spessore di un piede italico (27,5 centimetri), usato dal VII al IV sec. a.C. e visibile in alcune porzione della cinta cosiddetta Serviana e nel basamento del tempio di Giove Capitolino; il tufo di Grotta Oscura presso Veio, di colore tendente al giallognolo, usato fra il III ed il I sec. d.C., visibile in tratti della mura serviane, nei templi dell’area sacra di Largo Argentina, nei resti del tempio di Veiove, al ponte Milvio; il tufo di Fidene di un giallo più scuro, estratto a Castel Giubileo, presente all’area sacra di S. Omobono; il tufo di Monteverde, proveniente dalla zona di periferia tra l’omonimo quartiere e la Magliana, di colore marroncino chiaro; il tufo dell’Aniene, estratto a Tor Cervara, di colore rossastro, usato dalla metà del III sec. a.C. e individuato nell’acquedotto dell’Acqua Marcia e nel Carcer tulliano. Il tufo rosso della Rupe Tarpea o Lapis Ruber era estratto in situ.

Anche il peperino – o Lapis Albanus proveniente cioè dalle cave dei Castelli Romani, in particolare da Marino – è un tufo litoide di colore grigio verdastro; squadrato in conci di 59 cm. (pari al doppio del piede romano) è stato utilizzato nel tempio della Magna Mater, nel Tabularium, nel tempio di Marte Ultore, lungo il fianco del tempio di Antonino e Faustina. E’ detto peperino per la sua picchiettatura che ricorda i grani di pepe scuro su fondo chiaro.

Va menzionata infine la pietra Sperone – o Lapis Gabinus da Gabii sulla via Prenestina – un tufo simile al peperino ma di grana meno, fine caratterizzato dalla presenza di scorie ferrose che gli danno una colorazione marrone-rossiccia. Estratto anche presso Tuscolo è stato adoperato a partire dal II sec. a.C. ed è attestato nei ponti urbani, nelle Tabernae del foro di Cesare, nel foro di Augusto.

Da Tivoli, l’antica Tibur, proveniva invece il Lapis Tiburtinus, il romanissimo e onnipresente travertino. E’ una pietra calcarea di sedimentazione, di colore bianco e dalla caratteristiche porosità vacuolari che possono essere stuccate; in uso in città dal II sec. a.C. in una infinità di edifici, civili e religiosi, dal teatro di Marcello al Colosseo. Quest’ultimo può dirsi un trionfo di travertino, vero e proprio emblema del materiale da costruzione dell’Urbe per eccellenza. Nei pressi di Subiaco si estraeva invece un’altra qualità di travertino, il Lapis Sublacensis, più leggero e di colorazione giallognole date dalla presenza di limonite.

La pozzolana è una sabbia vulcanica che trae il suo nome, tanto in italiano quanto nel latino pulvis puteolana, da Pozzuoli – cioè Puteoli – la città vesuviana nei Campi Flegrei a nord di Napoli da cui si era diffusa. Ma era ben presente anche nella regione laziale dei Colli Albani, anch’essa antica terra di vulcani, da dove i muratori latini lungo l’asse della via Appia si approvvigionavano. Si tratta di una terra piroclastica granulosa, grigio-verdastra con venature tendenti al giallo, resa particolarmente resistente e adatta alle malte cementizie da una composizione geologica a base di silicio, alluminio e ferro. Mescolata a calce ed acqua era usata come legante nelle murature; con l’aggiunta di inerti (ghiaia, pietrame e coccio pesto) costituiva la base per l’opus caementicium dei Romani, di facile presa sia come nucleo per la muratura a sacco che per la costruzione delle volte centinate (in questo caso alleggerite con l’inserimento nell’impasto di anfore allungate, in gergo “pignatte”).

Quando il tenore sociale ed economico dell’Urbe crebbe, di pari passo con quello culturale a contatto con il più evoluto ambiente magnogreco  e greco, le più facoltose famiglie patrizie cominciarono a pretendere materiali di maggior pregio e importanza, come i marmi importati dalle province conquistate, suscitando la disapprovazione dei conservatori più integerrimi e integralisti. Ma ormai i tempi stavano andando per la propria strada, a dispetto dei censori.

Il marmo delle Alpi Apuane, il Carrara bianco, fu tra i primi ad essere impiegato, come per la piramide di Caio Cestio (del I sec. a.C.). Dalla Grecia venivano i marmi bianchi: il Pentelico (Arco di Tito) e il Pario (colonne del tempio dei Dioscuri al foro). Il marmo Caristio o cipollino (colonne del tempio di Antonino e Faustina) è una pietra metamorfica con nervature parallele di colore verde chiaro e scuro. Dal Peloponneso, estratto nelle cave del Tenaro, proveniva il Rosso Antico o Marmor Taenarium nelle varie colorazioni purpuree. Piuttosto costoso era utilizzato per decori o rivestimenti.

Molte le brecce colorate importate nella capitale: il marmo Synnadicum o Phrigium, un pavonazzetto dell’Asia Minore con elementi bianchi su base violacea (colonne nella chiesa di San Lorenzo); da Teos, ancora in Asia Minore proveniva il Marmor Luculleum o Africano, un marmo brecciato con nervature intense dal rosso al grigio; il marmo di Chio o Portasanta (dalla porta nella Basilica di S. Pietro) simile al precedente ma meno acceso; il Marmor Numidicum o Giallo Antico, a fondo giallo chiaro con venature di un giallo più scuro e rosse (colonne all’interno del Pantheon e Arco di Costantino).

Dall’Egitto venivano i graniti, nelle tonalità grigia (dal Mons Claudianus) e in quella rossa (da Syene), delle cui diverse qualità sono esempi le colonne grigie e rosa nel pronao del Pantheon o quelle di granito rosso del foro Traiano.

Infine non va dimenticato il pregiato porfido. Il porfido rosso, o Lapis Porphirites, è una pietra durissima di origine vulcanica effusiva (colonne del portale del tempio del Divo Romolo al foro) importata dall’Egitto; mentre il Lapis Lacedaemonius, un serpentino o porfido verde di Grecia, ha colore verde scuro, di provenienza dalla regione di Sparta, largamente usato in età imperiale. Nel calmiere emanato da Diocleziano del 301 d.C., Edictum de Pretiis Rerum Venalium, XXXIII, De Marmoribus, se ne segnala il suo costo elevato.

Il vocabolo latino opus è traducibile come “opera muraria” e i Romani misero a punto differenti tecniche costruttive nel susseguirsi dei primi secoli, qui elencate in ordine sommariamente cronologico.

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OPUS QUADRATUM (Tabularium)

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Tratto di Mura Serviane in via Salandra (blocchi ad opus quadratum)

Esempi di Opus Quadratum risalgono ai tempi più remoti. Si tratta di un apparato murario costituito da filari regolari di blocchi squadrati in pietra tufacea disposti a secco, alternativamente di testa e per lungo, la cui altezza è di circa 60 centimetri (pari al doppio del piede romano che misura 29,6 cm.), di cui sono testimonianza le mura Serviane (IV sec. a.C.), il Carcere Tulliano, i podi dei templi dei Castori e di Saturno, la Basilica Emilia, il basamento del Tabularium.

Per Opus Caementicium si intende la tecnica in uso già dal III sec. a.C. nel Lazio e in Campania in virtù, come si è già detto, di un’ottima sabbia vulcanica a disposizione come la pozzolana. Rappresenta il nucleo delle sostruzioni di fondazione, come nel tempio di Venere e Roma, previa realizzazione di casseforme di legno; ma anche delle strutture murarie in elevazione, gettato a sacco tra due cortine di tufelli o mattoni con funzione di paramenti esterni; o per le cupole a volta di copertura. Si tratta di un vigoroso impasto cementizio a base di calce, acqua, pozzolana, cocci o pietrame. L’etimologia di caementum infatti è riconducibile al verbo caedo nel suo significato di cavare, spezzare e, propriamente, il sostantivo ha significato di scheggiame, pietrisco.

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Oltre il paramento laterizio a cortina è visibile il nucleo di opera cementizia (Largo Preneste)

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NUCLEO DI OPUS CAEMENTICIUM

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IN ALTO: sostruzioni del Tempio di Venere e Roma (età di Adriano). Sono visibili le scanalature lasciate dalla palificazione in legno servita da cassero per il getto a sacco dell’impasto cementizio

Con l’espressione Opus Incertum s’intende il paramento murario – costituito da scapoli di tufo o pietra, di forma grossolana e disposti irregolarmente – applicato all’Opus Caementicium a partire dal II sec. a.C. (età sillana). Se ne trovano esempi nel santuario della Fortuna Primigenia a Palestrina o al Giove Anxur di Terracina ma anche a Roma nei resti dei templi della Magna Mater, dei Castori, della Concordia.

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OPUS INCERTUM

Il cosiddetto Opus quasi Reticulatum costituisce la fase intermedia tra l’Incertum ed il Reticulatum, preliminare e preparatoria a quest’ultimo, sotto il profilo dell’affinamento della tecnica, in una visione cara all’evoluzionismo di stampo positivista. I cubilia, cioè i tufelli o i blocchetti calcarei – squadrati e selezionati con maggior cura ma ancora non perfettamente – sono disposti in filari inclinati con andamento diagonale senza troppa regolarità. Questa tecnica risale alla prima metà del I sec. a.C. e ne troviamo esempi al Palatino (Casa di Livia) e nel Lupanare del foro.

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OPUS QUASI RETICULATUM

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OPUS RETICULATUM

Perfezionamento della tecnica appena descritta è l’Opus Reticulatum in cui vengono selezionati cubilia a tronco di piramide di taglio regolare e ben allineati diagonalmente, in modo da ottenere una maglia inclinata a rombo e costituire il paramento esterno del nucleo cementizio. I cubetti utilizzati potevano essere di tufo ma anche di calcare e di selce, cioè di colore alternato, chiaro e scuro, disposti a scacchiera per ottenere un gradevole effetto cromatico. Esempi se ne trovano fra I e II sec. a.C. a Roma, Ostia e nelle città laziali; ma l’opera reticolata fu abbandonata perché la diagonalità della posa asseconda l’andamento fisiologico a 45 gradi delle lesioni murarie dovute ai cedimenti strutturali.

Anello di congiunzione tra l’Opus Reticulatum appena descritto e l’Opus Testaceun o Latericium, cioè l’opera in mattoni di laterizio, è l’Opus Mixtum (o Listatum) che, come indicato nominalmente, rappresenta un paramento a struttura mista in cui sono presenti filari o cornici di mattoni alternati a specchi di opera reticolata, per consolidarne l’efficacia oltre che raggiungere un piacevole risultato “a faccia-vista”. Il sistema è diffuso in età domizianea (I sec. d.C.) e se ne trovano esempi, oltre che a Roma, ad Ostia Antica, Tivoli, Albano.

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OPUS MIXTUM

Ma l’opera muraria maggiormente diffusa per tutto l’arco temporale che va dalla fine della Repubblica alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, che pone il sigillo all’ars aedificandi di Roma è l’Opus Testaceum o Opus Latericium con cui i costruttori della latinità hanno saputo esprimere grandi doti ingegneristiche. Una tecnica questa che proseguirà con segni di decadente impoverimento nell’Alto Medioevo, dal Sacco di Alarico a quello Normanno, per minore perizia e grossolanità dell’esecuzione, mancanza di approvvigionamento di materiali e conseguente riuso di quanto già a portata di mano, progressivo inspessimento dello strato di malta tra un filare di mattoni e l’altro, sino quasi ad eguagliare l’altezza fra letto di posa e laterizio, assenza di stilatura. In realtà l’opera laterizia a cortina non cesserà mai di far parte  della tradizione muratoria romana e durerà nei secoli di fatto sino al secolo scorso, spodestata dall’introduzione delle nuove tecnologie legate all’introduzione del cemento armato.

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OPUS TESTACEUM o LATERICIUM

Inizialmente, attorno alla metà del I sec. a.C. si posavano in opera, su un letto di malta pozzolanica, corsi di tegulae spezzate. Queste furono gradualmente sostituite da mattoni di sempre migliore qualità, tagliati dapprima in forma irregolarmente trapezoidale, poi triangolare, sino all’utilizzo  al tempo di Domiziano (fine del I sec. d.C.) dei bipedales.

Le dimensioni del mattone di terracotta sono legate all’unità di misura locale che è il piede romano di 29,6 centimetri (pedalis). Oltre ai mattoni di forma quadrata, larga diffusione avevano i mattoni triangolari ricavati dal taglio del bipedalis. Quest’ultimo, come lascia chiaramente intendere il nome, era un grosso mattone quadrato di due piedi per lato, cioè di 59,2 centimetri, che poteva essere diviso in nove mattoni quadrati (bessales) a loro volta divisibili in 18 mattoncini triangolari i cui cateti misurano 19,7 centimetri e l’ipotenusa 28. Il sesquipedalis – che dall’avverbio latino sesqui (semisque) significa una volta e mezzo di piede – è il mattone quadrato la cui misura è di 44,4 centimetri, cioè pari ad un cubito (la misura del gomito romano). Dal sesquipedalis è possibile tagliare quattro mattoni quadrati e otto mattoni triangolari, questi ultimi leggermente più grandi di quelli ottenuti dai bipedales, misurando i cateti 22,2 centimetri e l’ipotenusa 31,5. Il bessalis – che dal lemma latino bes significa due terzi di piede – è il mattone quadrato il cui lato misura 19,7 centimetri e che può essere tagliato in mattoni triangolari la cui ipotenusa misura 28 centimetri circa, cioè come quelli ottenuti dai bipedales.

Nel periodo di più accurata esecuzione dei muri in elevazione, affidata a manodopera qualificata (coincidente con i principati dei Flavi, di Traiano, di Adriano, cioè tra la metà del I sec. e la metà del II sec. d.C.) osserviamo che lo spessore della malta – grigia e granulosa con cretoni pozzolanici – era inferiore di un digito (negli anni della decadenza arriverà a raddoppiarsi) e che il letto cementizio veniva diligentemente stilato (pratica che andrà col tempo tralasciata). Anche taglio e misura dei laterizi erano vagliati con maggiore selezione, così come scrupoloso era il controllo, mediante archipendolo, che gli alzati cadessero perfettamente a piombo e che i ricorsi di mattoni fossero in perfetto piano. Già con gli Antonini ha inizio un lento declino dell’arte.

Nel I sec. d.C. con mattoni di laterizio, disposti a coltello e disegno detto a spina di pesce, i posatori romani a questa maniera, di solito usata in prevalenza per i pavimenti, rivestivano anche le superfici verticali, per le pareti lasciate a faccia-vista, in modo da sfruttarne la valenza decorativa. E’ il tipo di paramento detto, anche per gli alzati, Opus Spicatum perché ricorda l’andamento ad intreccio delle spighe di grano.

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OPUS SPICATUM in alzato

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OPUS VITTATUM

L’Opus Vittatum – come suggerisce il sostantivo latino vitta che vuol dire “nastro”, “fascia” – è opera muraria diffusa prevalentemente in epoca imperiale tarda (in voga ancora in età medioevale) caratterizzata da un paramento di blocchetti lapidei di pietra calcarea o tufacei alti circa 10 centimetri e disposti regolarmente in filari orizzontali, simili appunto a fasce, perlopiù alternati a corsi di mattoni (detto perciò Opus Vittatum Mixtum), come documentato in edifici di Ostia, Tivoli, Terracina e a Roma (Mura Aureliane, Circo di Massenzio, villa di Sette Bassi).

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OPUS CRATICIUM

Una tecnica muraria adoperata per i muri interni di tramezzatura nelle case di Ostia e Pompei, dove ne sono stati individuati diversi esempi, è quella detta Opus Craticium. Il termine ha avuto come esito l’italiano “graticcio” e sta ad indicare l’intelaiatura di legno (una graticola, dunque) riempita nei suoi spazi vuoti interni da un impasto di pietrisco, mattoni spezzati, argilla e paglia. Questa sorta di pannelli divisori di economica e rapida realizzazione erano poi intonacati su entrambe le facce. Il suo uso risale ai tempi più arcaici di area italica. Una variante più complessa ed antica è l’Opus Formaceum o, secondo un’altra trascrizione, Formatum (reso in gergo dal francesismo “a pisé”) di cui parlano Catone, Plinio, Isidoro: tecnica che consisteva nel pressare e compattare argilla umida, inerti ed erba secca o paglia entro casseforme di legno.

Infine un breve cenno di metrologia, fermo restando che l’unità di misura in vigore era il piede romano, con i suoi multipli e sottomultipli. Il campione del piede era custodito nel tempio di Giunone Moneta, sull’arce capitolina dove ora sorge la chiesa dell’Ara Coeli. Mutuato dal piede attico e leggermente maggiore del piede osco-italico che misurava 27,5 centimetri, la lunghezza del piede dell’Urbe è di 29,6 centimetri. Tenendo presente che per gli antichi della classicità mediterranea l’uomo è misura di tutte le cose, il sistema metrologico è fondato sulle parti del corpo umano, cioè il piede, il passo, il palmo, il gomito (o cubito) etc.

Pertanto multipli del pes sono: il cubitus pari a una volta e mezzo il piede, cioè 44,4 centimetri; il gradus pari a due volte e mezzo il piede, cioè 74 centimetri circa; il passus pari a 5 piedi, cioè 1,48 metri circa; la pertica (il cui significato è transitato in italiano come canna di misurazione) o decempeda corrisponde a dieci piedi, cioè 2,96 metri.

I sottomultipli del piede, necessari per le misurazioni dei dettagli architettonici, corrispondono alle parti minute del nostro corpo, cioè il digitus (o dito) un sedicesimo di piede pari a 1,8 centimetri; l’uncia (o unghia del pollice) un dodicesimo di piede pari a 2,4 centimetri; il palmus (o palmo della mano) un quarto di piede pari a 7,4 centimetri; il palmus maior (equivalente alla misura della mano aperta fra pollice e mignolo) dodici sedicesimi di piedi pari cioè a 22,2 centimetri.

arch. Renato Santoro – Roma, giugno 2015

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