LA PRIMA REGINA EBREA D’EGITTO: Elizabeth Taylor nelle vesti (succinte) di Cleopatra

Quando nel 1961 la casa cinematografica statunitense 20th Century Fox decise di trasferire in Italia le riprese del film Cleopatra in lavorazione a Londra, Roma che era reduce dalle Olimpiadi dell’anno precedente e stava festeggiando il centenario dell’unità nazionale, viveva la sua stagione dorata: impazzavano gli anni del boom economico, della “Dolce Vita” e della cosiddetta “Hollywood sul Tevere”. I cronisti della decima musa hanno così ribattezzato il decennio che va dagli anni ’50 alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, quando lo star-system del cinema americano sbarca a Cinecittà per girare a prezzi concorrenziali (un po’ come oggi avviene per i teatri di posa in Ungheria), servendosi di studios, locations, strutture e attrezzature, comparse, artigiani e maestranze di prim’ordine (dai costumisti agli scenografi, dai decoratori ai truccatori, dai falegnami agli elettricisti) che la capitale italiana metteva a disposizione delle ricche produzioni d’oltreoceano. Per i viali di Cinecittà, nella campagna romana, nei locali di via Veneto, potevi incrociare divi cinematografici e starlettes che giravano a Roma quei kolossal in costume – in gergo  detti familiarmente peplum – che tanto incontravano il favore delle platee di mezzo mondo.  Così hanno sfilato lungo le strade capitoline: Robert Taylor e Deborah Kerr (Quo Vadis, 1951),  Kirk Douglas (Ulisse,1954), Audrey Hepburn e Mel Ferrer (Guerra e pace, 1956), Charlton Heston e Stephen Boyd (Ben Hur, 1959), Stanley Kubrick e Laurence Olivier (Spartacus, 1960), Anthony Quinn (Barabba, 1961), Robert Aldrich e Stewart Granger (Sodoma e Gomorra, 1962). In quella magica Roma d’antan, consumavano pigramente i loro esili dorati il detronizzato Faruk, gaudente ex re d’Egitto; e Soraya, la “principessa triste” di Persia, ripudiata perché non aveva saputo dare un erede allo Scià.

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IN ALTO: Elizabeth Taylor nelle vesti di Cleopatra, tra il quarto marito Eddie Fisher ed il regista del film, Joseph L. Mankiewicz

Il film Cleopatra nelle intenzioni dei produttori doveva risollevare le sorti della Fox e far fronte alla crisi delle sale cinematografiche, disertate da un pubblico sempre più impigrito dalla concorrenza televisiva. E su questo progetto era stato investito un budget senza precedenti. Il solo contratto con la protagonista, una Elizabeth Taylor non ancora trentenne, era stato siglato per la cifra record di un milione di dollari[1]. Il presidente della Fox, il greco-americano Spyros Skouras[2] ed il produttore esecutivo Walter Wanger[3] misero in piedi un cast di tutto rispetto, per la regia di Rouben Mamoulian[4].

Al fianco di Elizabeth Taylor, rispettivamente nei ruoli di Cesare e Antonio: Peter Finch[5]  e Stephen Boyd[6]. Per interpretare Ottaviano fu scritturato il gallese Keith Baxter. La preferenza ad attori britannici fu incoraggiata dal fatto che il governo di Sua Maestà, in virtù del piano Eady, elargiva sovvenzioni e contributi alle pellicole girate in Inghilterra con attori e manodopera del posto. Per le riprese di Cleopatra, dunque, si virò su Londra e i teatri di posa della Rank a Pinewood.

La scelta non si era rivelata felice. Gli studios erano sì attrezzati ed efficienti, ma il clima britannico non era l’ideale per gli esterni che dovevano simulare i cieli ed i panorami dell’Egitto e gli scorci del Mediterraneo. Fu ricostruita, su disegno dell’architetto cinematografico John DeCuir[7], una spettacolare, sfarzosa reggia di Alessandria, con tanto di specchio d’acqua su cui affacciarsi; ma le palme piantate ai lati dei propilei, che dovevano rievocare l’habitat del Delta, avvizzivano rapidamente sotto le insistenti piogge londinesi. Ben più delle piante esotiche, era la salute di Elizabeth Taylor a sfiorire nelle umide brume della città natale; l’attrice, negli scollati pepli del costumista Oliver Messel[8], passa da un raffreddore a un’influenza, da una sciatica ad una polmonite. Le riprese andavano avanti, ma si potevano girare solo le scene con gli altri interpreti, sinché nel gennaio del 1961 un esasperato Mamoulian finisce col rassegnare le dimissioni.

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IN ALTO: Elizabeth Taylor sul set di Cinecittà, Roma (gennaio 1962) fra il regista Mankiewicz e Cesare Danova nel ruolo di Apollodoro

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Con Rex Harrison accanto al piccolo Loris Loddi (Cesarione)

La regia fu così affidata a Joseph Leo Mankievicz[9] (indicato per brevità con l’acronimo delle iniziali JLM nel memoriale di Wanger scritto a quattro mani con Joe Hyams e pubblicato[10] in concomitanza dell’anteprima mondiale newyorkese del 1963, nel quale rivela retroscena, peripezie e curiosità di Cleopatra). Il regista, incaricato di riscrivere anche la sceneggiatura[11], intendeva dare un taglio particolare alla personalità della mitica regina del Nilo, differente da quello già imbastito nel precedente script,  servendosi come traccia di The Life and times of Cleopatra, il testo di Carlo Maria Franzero[12] che Walter Wanger gli aveva dato da leggere. La Cleopatra di JLM è una donna non solo sensuale e ammaliatrice, ma un’abile governante mossa da scaltra ambizione politica, con l’aggiunta di una venatura visionaria e misterica, in ossequio alla leggenda delle sue arti magiche. Una Cleopatra quasi “teosofica” – persuasa di essere l’emanazione di Iside, consapevole della sua fascinazione e di avere in mano il destino degli uomini più potenti del suo tempo – consulta oracoli, brucia incenso agli dei ed appare quasi in trance quando apprende dalla sacerdotessa/veggente  il responso della sua maternità (“A son shall be born to Isis, a son of Egypt and Rome”: Iside genererà un figlio, figlio d’Egitto e di Roma); presagisce l’assassinio di Cesare, la morte del fido Sosigene o la disfatta di Azio[13]. Nel farsi mordere dall’aspide si accomiata con una chiosa esoterica: “How strangely awake I feel, as if living had been just a long dream, someone else’s dream. Now finished at last, but then now will begin a dream of my own which will never end[14].

Mentre JLM scrive il nuovo copione, le condizioni fisiche di Elizabeth Taylor, costretta a letto dall’influenza asiatica, precipitano e quando sopraggiunge una infezione polmonare, nei primi giorni del marzo 1961 è necessario un ricovero d’urgenza alla London Clinic. L’attrice non respira e le viene praticata una tracheotomia (che le lascerà un vistosa cicatrice sul collo, poco fotogenica e da mascherare con generose dosi di cerone). I bollettini medici si susseguono sempre più allarmanti e si diffonde la notizia che la diva è in fin di vita o addirittura morta, cosa che fa tremare i vertici della Fox in America. Fortunatamente la notizia è infondata, la  tempra fisica della Taylor supera la crisi e dopo qualche giorno l’attrice è dichiarata fuori pericolo. A fine mese Elizabeth Taylor e l’allora marito, il cantante e attore Eddie Fisher[15], partono per gli Stati Uniti dove i medici contano di farle passare la convalescenza al tiepido sole della California.

I due si erano uniti in matrimonio nel maggio 1959. Come viaggio di nozze, in quell’estate, la coppia si era regalata una crociera nel Mediterraneo, facendo tappa anche in Italia, nella Riviera ligure, dove a Portofino la diva non bada a spese per abiti e souvenir  nelle boutiques più esclusive della nota località turistica. Li ritroviamo a Roma, sorridenti e rilassati,  nell’estate del 1960 per i giochi olimpici.

Nell’aprile 1961, a Santa Monica, ha luogo la cerimonia di assegnazione degli Oscar, i premi assegnati dall’Academy of Motion Picture Arts. L’ambita statuetta per la miglior interpretazione femminile viene data proprio ad Elizabeth Taylor per Venere in Visone (Butterfield 8) che spiazza rivali di tutto rispetto[16]. La stessa Taylor nel suo libro di memorie dettate al magnetofono[17] avanza il sospetto che quell’Oscar le fu attribuito sull’onda emozionale per la sua malattia e lo scampato pericolo. Con questo gesto Hollywood riabilitava pubblicamente Elizabeth Taylor, accusata dalla stampa di essere una ruba-mariti per aver strappato Fisher alla sua amica Debbie Reynolds. In Venere in visone recitava anche lo stesso Eddie Fisher e quella sera il quarto marito dell’attrice siede raggiante in platea, fra il pubblico del Civic Auditorium.

Fisher era ebreo, così come lo era il terzo marito Mike Todd[18], per questo la Taylor (educata cristiana scientista) aveva deciso di convertirsi alla religione giudaica, assumendo il nome di Elisheba Rachel. L’attrice, in procinto di interpretare Cleopatra, in un’intervista alla rivista “Look” nell’agosto 1961 dichiara: “It will be fun to be the first Jewish Queen of Egypt”. Sarà buffo essere la prima regina ebrea d’Egitto: la battuta irrita moltissimo gli egiziani, all’epoca in acceso contrasto con Israele, e mette in imbarazzo la produzione del film, visto che alcuni esterni di battaglia nel deserto avrebbero dovuto essere girati nel paese nord-africano.

La Fox, infine, delibera di accantonare definitivamente Londra. Si pensa dapprima di continuare le riprese del film nei propri studios di Hollywood che però sono già prenotati per La più grande storia mai raccontata (The Greatest Story Ever Told). L’unica soluzione è quella di spostare la realizzazione del film a Roma.

Nell’estate del 1961 il progetto del film era totalmente rivoluzionato. A parte Elizabeth Taylor protagonista, Walter Wanger produttore e John DeCuir scenografo, tutti i precedenti ruoli dovevano essere ripensati. Il regista Mankiewicz non poteva più contare su Finch, Boyd e Baxter, già da tempo vincolati a precedenti contratti. Per interpretare Cesare viene dunque scritturato Rex Harrison[19] e per Marcantonio un attore della scuderia Fox, ma allora di non vasta popolarità, come Richard Burton. A completare il cast: Roddy McDowall[20], collega e amico di Elizabeth Taylor sin dai tempi di Lassie, nelle vesti di Ottaviano. Per i ruoli di seconda fila: l’italiano Cesare Danova (Apollodoro); Hume Cronyn (Sosigene); Martin Landau (Rufio); Pamela Brown (la sacerdotessa di Iside); Isabelle Cooley e Francesca Annis (le ancelle Charmian e Iras).

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IN ALTO: Elizabeth Taylor in sala trucco

AL TRUCCO

IN ALTO: Ischia, giugno 1962

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IN ALTO: Elizabeth Taylor al bagno

Per i sontuosi costumi della regina, è incaricata Irene Sharaff[21]. La costumista potrà dare sfogo al suo estro creativo: tra gli oltre sessanta abiti disegnati per la protagonista, memorabile resta quello laminato d’oro per l’ingresso trionfale di Cleopatra a Roma, sormontato da una corona alta mezzo metro. Vittorio Nino Novarese provvederà ai costumi maschili, Renie a quelli delle altre interpreti femminili. Il parrucchiere di fiducia della Taylor, Sidney Guilaroff, viene confermato consulente per le acconciature della regina e affianca Vivienne Zavitz realizzatrice delle parrucche della regina. Il trucco egiziano di Elizabeth Taylor, con il contorno degli occhi a coda di rondine, sopracciglia bistrate e ombretti  dorati, si dovrà all’abile mano di Alberto De Rossi.

Le musiche saranno composte da Alex North[22].

Arch. Renato Santoro – Roma, 2015

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ANCENSORED.COM

ANCENSORED.COM

In alto: fotogrammi dal film Cleopatra (20th Century Fox, USA 1963)

NOTE

[1] In realtà il compenso percepito dall’attrice fu anche ben più remunerativo perché si sommarono gli extra. Infatti il contratto prevedeva: 125 mila dollari per le prime sedici settimane; 45 mila dollari per ogni settimana di lavorazione in più; 3 mila dollari alla settimana per vitto e alloggio; i viaggi aerei di andata e ritorno per quattro adulti e tre bambini; 25 mila dollari per Rex Kennamer, suo medico personale; ma soprattutto  il 10 per cento sugli incassi e i diritti sull’impiego del Todd-AO (il sistema di riprese a colori ideato dal suo defunto marito da cui aveva ereditato il brevetto). A conti fatti Elizabeth Taylor ricava da Cleopatra qualcosa come 7 milioni di dollari (con il potere d’acquisto di allora)

[2] Spyridon Panayotis Skouras nato nel 1893  a Skourochori, nel Peloponneso, emigra in America nel 1910. Caratteristico Il suo accento marcatamente greco, tanto che il comico Bob Hope amava ripetere: “E’ qui da vent’anni ma parla come se dovesse arrivare la settimana prossima”. Organizzatore per la Warner Brothers, passa negli anni Trenta alla 20th Century Fox di cui diviene azionista e presidente dal 1942 al 1962. Muore nei pressi di New York nel 1971

[3] Nato, con il vero nome di Walter Feuchtwanger, a San Francisco nel 1894, Wanger muore a New York nel 1968. Tra le sue produzioni più famose: La regina Cristina (Queen Christina, 1933) con Greta Garbo, Giovanna d’Arco (Joan of Arc, 1948) con Ingrid Bergman, L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, 1956), Non voglio morire (I Want to Live, 1958)

[4] Il georgiano Mamoulian (Tblisi 1897-Los Angeles 1987), emigrato dopo la Rivoluzione di Ottobre in Inghilterra e poi in America, dirige Greta Garbo in La regina Cristina (Queen Christina, 1933) ed è regista dei primi film in Technicolor. Sua è la regia di pellicole di grande successo come Il dottor Jekill (Dr. Jekill and Mr. Hyde, 1931), Il segno di Zorro (The Mark of Zorro, 1940) ed il remake di Sangue e arena (Blood and Sand, 1941) con Tyrone Power nel ruoto che era stato del mitico Valentino

[5] L’australiano Peter Finch (Port Lincoln 1916-Los Angeles 1977) aveva già recitato con Elizabeth Taylor ne La pista degli elefanti (Elephant Walk, 1954) e veleggiava sull’onda del successo ottenuto da La storia di una monaca (The Nun’s Story, 1959) accanto ad Audrey Hepburn

[6] Il prestante attore irlandese Stephen Boyd (Glengormley 1931-Northridge 1977) aveva vinto nel 1960 il Golden Globe come miglior attore non protagonista nel Ben Hur di William Wyler, nel ruolo di Messala

[7] Lo scenografo americano John DeCuir (San Francisco 1918-Santa Monica 1991), al cui attivo vantava titoli come Mia cugina Rachele (My Cousin Rachel, 1952) e Tre soldi nella fontana (Three Coins in the Fountain, 1954), aveva vinto l’Oscar per Il re ed io (The King and I, 1956). Proprio con Cleopatra vincerà la sua seconda statuetta nel 1964

[8] Il costumista britannico (Londra, 1904-1978), che aveva già disegnato gli abiti per Vivien Leigh in  Caesar and Cleopatra (1945), nel secondo progetto sarà sostituito dalla Sharaff

[9] Di origini polacche, Mankiewicz era nato in Pennsylvania nel 1909. Versatile uomo di spettacolo, aveva firmato la regia di film di generi più disparati, dal brillante all’epico, dal musical al drammatico: da Lettera a tre mogli (A Letter to Three Wives, 1949), premiato con l’Academy Award, ad Eva contro Eva (All About Eve, 1950); da Operazione Cicero (Five Fingers, 1952), un’avvincente spy-story, allo scespiriano Giulio Cesare (Julius Caesar, 1953); da La contessa scalza (The Barefoot Contessa, 1954), con una splendida Ava Gardner, a Bulli e Pupe (Guys and Dolls, 1955) con Frank Sinatra; sino ad Improvvisamente l’estate scorsa (Suddenly Last Summer, 1959) con il quale Mankiewicz aveva avuto modo di dirigere proprio la stessa Taylor.

[10] W. Wanger, J. Hyams, My life with Cleopatra, Bantam Books Inc., New York 1963, cfr. l’edizione italiana tradotta da L. Lax, La mia vita con Cleopatra, Il borgo, Bologna 1963. Ampi stralci furono pubblicati in 5 puntate sulla rivista “Oggi”, anno XIX, nn. da 33 a 37 (15, 22, 29 agosto / 5, 12 settembre 1963)

[11] Per dare spessore al primo copione del film di Mamoulian, giudicato troppo fiacco, era stato scomodato persino il noto scrittore britannico Lawrence Durrell

[12] C. M. Franzero, The Life and Times of Cleopatra, Philosophical Library, New York 1957. Per la traduzione italiana a cura di L. Oliviero cfr. La vita e i tempi di Cleopatra, Ugo Mursia editore, Milano 1958 (edizione economica 1963)

[13] La scena con Cleopatra che interroga Iside e che dalla dea  riceve nefasti segnali fu girata nel giugno 1962 ma fu tagliata dalla versione per le sale cinematografiche

[14] E’ la scena finale del film: Cleopatra si lascia mordere da un serpente nascosto in un cesto di fichi (fatti venire appositamente dal nord Africa a Cinecittà). Nella versione doppiata in italiano, Rita Savagnone sussurra: “Tutto è così lontano ormai, come se la vita fosse stata un lungo sogno di qualcun altro. Ora finalmente è finito ma ora comincia un sogno tutto mio che non finirà mai

[15] Edwin Jack Fisher (Filadelfia, Pennsylvania 1928-Berkeley, California 2010), cantante confidenziale di successo negli anni Cinquanta è il quarto marito di Elizabeth Taylor, sposato nel 1959 dopo: Conrad “Nicky” Hilton (1950-51); Michael Wilding (1952-57), attore britannico da cui la Taylor ebbe due figli, Michael jr. (1953) e Christopher (1955); Mike Todd (1957-58), da cui ha Liza (1957). Dopo le doppie nozze con Burton e i rispettivi doppi divorzi (1964-1974 e 1975-76), l’attrice sposerà il senatore John Warner (1977-1981) e l’ex muratore Larry Fortensky (1991-96)

[16] Concorrevano nella cinquina delle candidature: Greer Garson, Deborah Kerr, Melina Mercouri e Shirley Mac Laine, la quale commenterà sarcastica di essere stata battuta da una tracheotomia.

[17] E. Taylor, Elizabeth Taylor: an informal memoir, Harper and Row, New York 1964,1965, cfr. l’edizione italiana: Elizabeth Taylor parla di Elizabeth Taylor, Rizzoli, Milano 1966

[18] Il vero nome di Mike Todd, di origine polacche, era Avrom Hirsch Goldbogen

[19] Reginald Carey Harrison (Huyton, Inghilterra 1908-New York 1990) attore britannico di estrazione teatrale, convincente nei ruoli del gentleman, era reduce da  prove cinematografiche del tenore di Letto matrimoniale (The Four-Poster, 1952), Sette mogli per un marito (The Constant Husband, 1954), Come sposare una figlia (The Reluctante debutante, 1958) Merletto di mezzanotte (Midnight Lace, 1960)

[20] Roderick McDowall (Londra 1928-Studio City, California 1998) aveva esordito nel 1941 in Com’era verde la mia valle (How Green Was My Valley, 1941) ed aveva partecipato al film Torna a casa Lassie (Lassie Come Home, 1943) dando inizio ad una duratura amicizia con Elizabeth Taylor; cui seguirono: Le bianche scogliere di Dover (The White Cliffs of Dover, 1944) e Merletto di mezzanotte (Midnight Lace, 1960) accanto a Rex Harrison

[21] Disegnatrice di talento (Boston 1910-New York 1993),  la costumista era stata premiata nel 1952 per i modelli de Il re ed io (The King and I), nel 1957 per Shangri-La  e nel 1961 per West Side Story

[22] North, alias Isador Soifer (Chester, Pennsylvania 1910-Los Angeles 1991), è l’autore di Unchained Melody (1955). Orchestratore innovativo ma di solida formazione, diplomato alla scuola musicale russa, North aveva scritto le colonne sonore di Un tram che si chiama desiderio (A Streetcar Named Desire, 1951), Viva Zapata (1952), Desirée (1954), La rosa tatuata (The Rose Tattoo, 1955), Spartacus (1960), Gli spostati (The Misfits, 1961). Suo sarà anche il tema di Chi ha paura di Virginia Woolf? (Who’s Afraid of Virginia Woolf?, 1966)

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