ARCHITETTURA ROMANA DELL’ETA’ FLAVIA

Dopo un breve periodo di interregno militare, assistiamo al’affermarsi della famiglia Flavia cui a dar lustro provvede la personalità di Vespasiano che, con la sua sobrietà e schiettezza, cerca di restituire credito all’istituto monarchico: nessuna stramberia, nessuna sfrenatezza nelle spese, nessuna esorbitanza nella vita provata. Furono riprese operazioni militari in Britannia e nell’Europa settentrionale e si intervenne con successo nel vicino Oriente dove gli Ebrei avevano mostrato segni di turbolenza e ribellione e l’impresa fu affidata a Tito, figlio dell’imperatore. foto d'epocaIN ALTO: Roma, arco di Tito in una foto di fine Ottocento

Gerusalemme si difese strenuamente da un assedio di cinque mesi e quando alla fine capitolò fu colpita in ciò che di più sacro, di più amalgamante esisteva per il suo popolo: il tempio di Salomone che una profezia aveva condannato alla distruzione. La vittoria fu celebrata, come voleva la tradizione, a Roma e per onorare il vincitore fu eretto un arco di Trionfo sull’altura della Velia, all’imbocco orientale del Foro. Nel medioevo la costruzione fu inglobata nelle mura di fortificazione della zona, sotto il dominio baronale dei Frangipane e subì molte e profonde lesioni. Soltanto nel XIX secolo fu restaurato con cura ed intelligenza dal Valadier che lo sfrondò dalla muratura addossatagli e reintegrò le parti mancanti seguendo il disegno della base; utilizzando il travertino a fianco al marmo originale, di modo che risultasse immediata la lettura dei brani antichi, differenziati da quelli di completamento. L’arco si presenta ad un solo fornice e rispetto al gusto del periodo augusteo accentua la ricerca degli effetti plastici. L’aggetto delle colonne corinzie che ne ritmano, ammorbidendola, la geometria della struttura; l’inserimento di motivi ornamentali come la chiave della centina, le vittorie alate tangenti al sesto, i fregi di cornice al severo attico, portano a soluzioni di autentica originalità nell’ambito dell’architettura romana. Nei suoi dieci anni di governo Vespasiano si occupò inoltre del risanamento dell’Urbe, sconvolta da precedenti crolli ed incendi. Favorì la ricostruzione, incoraggio i restauri e lo stesso Vespasiano diede inizio ai lavori di consolidamento degli edifici capitolini. Fra le nuove opere vanno menzionati il tempio della Pace (tra il Foro ed il foro di Augusto); un tempio al Divo Claudio sul Celio (nei pressi della basilica dei SS. Giovanni e Paolo) i cui lavori erano cominciati per iniziativa di Agrippina ma che Nerone aveva fatto demolire.

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IN ALTO: resti del tempio del Divo Claudio (campanile di SS. Giovanni e Paolo)

Padre e figlio si sono assicurati quel tanto di notorietà – che va a Vespasiano per averne promosso il cantiere e a Tito per averlo portato a termine e inaugurato –  derivante dall’anfiteatro Flavio o, più semplicemente, Colosseo (dal colosso di Nerone che campeggiava a piè d’opera). L’anfiteatro può essere considerato come una delle principali elaborazioni architettoniche romane con caratteristiche di originalità creativa. Nasce, è vero, dal teatro greco ma la paternità ellenica è piuttosto putativa. I Greci per allestire i teatri nelel loro città e colonie sfruttavano le cavee naturali del terreno, apprestando le gradinate ad emiciclo; facevano difetto, dunque, di una vera e propria concezione strutturale. L’opposto accade a Roma. Oltre al fatto che la cavea si sviluppa un tutta l’ampiezza di un angolo giro (particolare questo secondario), qui si pensa al teatro come ad una struttura autonoma, che deve essere creata: non più come uno spazio aperto all’aperto, bensì come un vuoto nel pieno, con una intelaiatura architettonica che regge e contiene un nuovo volume costruttivo. E in questo il Colosseo costituisce senz’altro l’episodio più illuminante, nella sua solenne maestosità. Per lo meno il più fotografato (altri anfiteatri i Romani costruirono in tutto l’Impero e i più citati sono quelli di Pompei, Verona, Arles e, nell’Africa romana, El Jem, Sabratha etc. ) ma anche il più imponente. La pianta è ellittica con un perimetro esterno di 1.785 pedes  (m. 527,8): l’asse maggiore misura uno stadium (625 pedes = m. 184,5); quello minore misura 530 pedes (m. 156,7 metri). L’altezza originaria era di 180 pedes (m. 53,2). cartolina-colosseo IN ALTO: Roma, il Colosseo in una cartolina di primo Novecento

Le misure degli assi interni dell’arena sono tra loro in rapporto aureo (0,618): 290 e 180 pedes (equivalenti a m. 85,7 e 53,2). All’esterno è scandito da tre cornici marcapiano che accentuano orizzontalmente la sua pingue mole dilatata e la ripartiscono in quattro registri, di cui i primi tre di egual misura; l’ultimo (quello di coronamento) chiaramente più alto. In piano e in alzato è il trionfo della curivilinearità che si manifesta in tutti i suoi aspetti più appariscenti. Dell’arco non si fa più un uso ma la conditio espressiva. meta sudansIN ALTO: il Colosseo (con la Meta Sudans prima della demolizione)

Per i primi tre livelli è un rincorrersi di arcate – cui corrispondono, negli ambulacri interni, volte a botte e volte a crociera – ritmate da tre differenti ordini di semi-colonne lisce, ciascuno secondo il piano cui si addossano: con capitello tuscanico o dorico (ad echino ed abaco) al primo; ionico al secondo; corinzio al terzo. Il fascione in alto è ritmato da asciutte lesene che squadrano la composizione secondo una maglia regolare che tende a snellire pesantezza e turgore dell’insieme; controbilanciando ad una zona di spiccato carattere chiaroscurale, quella in basso, una superficie distesa e compatta, interrotta solo da piccole finestrature, su cui la luce si posa uniformemente senza contrasti. All’interno è una fitat rete di corridoi, ballatoi, sclainate, cunicoli per gli impianti; mentre la cavea scivola dal terzo livello all’arena sorretta da un calibratissimo tessuto di pilastri. Il materiale da costruzione è il travertino che, nonostante le sue buone attitudini e le sue doti di resistenza all’usura, ha comunque patito le aggressioni del tempo, cui va sommata l’azione devastante dell’uomo. Al Colosseo si attinse come ad una cava nel medioevo e nel Rinascimento, per i palazzi baronali e per la stessa San Pietro; a ciò si aggiungano le calamità naturali come i terremoti – quello del 442 (il primo secondo gli storici), del 1231 e 1255, del 1349 (l’ultimo) – che lo danneggiarono gravemente producendo crepe e lesioni ai muri portanti. Due secoli fa, nel periodo 1819-22, il Colosso fu restaurato con intelligente sensibilità dall’architetto romano Giuseppe Valadier e fu uno dei primi esempi di restauro di moderno concepimento: rinforzo delle strutture di sostegno; rispetto delle antiche forme senza intromissioni (o manomissioni) anacronistiche; integrazione delle parti mancanti con uso di materiali differenti per consentire al fruitore individuare a colpo d’occhio le diverse datazioni. Tutta la parte ottocentesca è in muratura a mattoncini, dichiaratamente individuabile a  fianco della nobiltà imperiale del travertino.

Domiziano, successore di Tito nell’81 d.C. regnò sino al 96 quando cadde vittima dell’ennesima congiura di palazzo, di cui tesseva le fila la stessa moglie dell’imperatore, Domizia Longina. Con lui si estingue la dinastia dei Flavii. Conosciamo il nome dell’architetto di fiducia di Domiziano: Rabirio. Probabilmente sotto le sue direttive furono intrapresi molti lavori di restauro e ricostruzione nella città che aveva subìto uno dei tanti incendi che la funestavano con periodicità. Delle opere  da lui commissionate, come lo Stadio, l’Odèon,  tempio di Iside e Serapide, il Mausoleo, non è rimasto niente. Sul luogo dove sorgeva lo Stadio si apre, salottiera e civettuola, mollemente barocca, piazza Navona. Palazzo Massimo alle Colonne deve la convessità del suo prospetto al primigenio tracciato dell’Odèon, sul quale fu costruito dal Peruzzi nel ‘500. Del tempio alle due divinità egizie si tratta probabilmente di riadattamenti presso l’Iseo Campense, di cui non resta che la citazione storica. Così come del suo mausoleo che sorgeva nei giardini domizianei oltre Tevere, collegati dal Ponte Elio, nell’odierno quartiere Prati. Ebbero inizio ancora sotto di lui i lavori del Foro che fu poi detto di Nerva (imperatore alla sua morte) che ne completò l’esecuzione. Oggi non ne restano che tre colonne malconce (le cosiddette “colonnacce”) in via dei Fori Imperiali, a destra del tmpio di Marte Ultore. domus 2IN ALTO: Domus di Domiziano al Palatino

Imponenti sono invece le rovine del palazzo imperiale che si fece costruire al Palatino dal fido Rabirio, ampliato di volta in volta dagli imperatori che vi si alternavano. Le imponenti dimensioni delle arcate possono solo suggerire quanto fosse grandiosa e sfarzosa la Domus, sviluppata su due livelli, con un’ampia esedra che si affacciava verso il Circo Massimo, e un insieme di fontane, ambulacri, peristili, sale ottagone etc. il tutto magnificamente decorato da stucchi ed affreschi per un colpo d’occhio di straordinaria efficacia. domusIN ALTO: Roma, Domus di Domiziano al Palatino vista dal Circo Massimo ninfeoIN ALTO: Castel Gandolfo, Villa di Domiziano, Ninfeo di Diana 

Altrettanto splendida doveva essere la villa che Domiziano fece progettare a Rabirio nell’ager albanus nel territorio dell’odierna Castel Gandolfo, con vista sul lago. Grazie alle ricognizioni archeologiche promosse nel secolo scorso, sono state recuperate ampie porzioni delle antiche murature che erano scomparse sotto i nuovi palazzi o le residenze estive che nei secoli erano cresciuti in questo ameno luogo di villeggiatura. Anche qui era un succedersi di criptoportici, ninfei, teatrini, cisterne, in ossequio al magistero della res aedificatoria dei Romani che davvero non temeva confronti.

NOTA: per durata di regno l’elenco degli imperatori romani d’Occidente vede al primo posto  AUGUSTO (40 anni e 7 mesi) seguito da: ANTONINO PIO (22 anni e 6 mesi), TIBERIO (22 anni e 5 mesi), ADRIANO (20 anni e 10 mesi), TRAIANO (19 anni e 6 mesi), MARCO AURELIO e CARACALLA ( entrambi 19 anni), SETTIMIO SEVERO (17 anni e 9 mesi), DOMIZIANO e COMMODO (entrambi 15 anni), CLAUDIO (13 anni e 8 mesi), NERONE (13 anni e 6 mesi), ALESSANDRO SEVERO (13 anni), VESPASIANO (9 anni  e 6 mesi) e LUCIO VERO (8 anni). Tutti gli altri non hanno raggiunto i 4 anni di trono.

arch. Renato Santoro – Roma

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