ARCHITETTURA ROMANA NELL’ETA’ GIULIO-CLAUDIA

Sulla decadenza, la corruzione e l’immoralità della Roma imperiale l’immaginario popolare è stato abbondantemente nutrito non solo dalle cronache dissacratorie dei contemporanei (da Petronio a Marziale, a Svetonio), dalla letteratura d’appendice e non, ma soprattutto dalla cinematografia kolossal di genere della metà del secolo scorso (ribattezzata appunto peplum). Erano film, Indifferentemente italiani o americani, in cui imperversavano orge e baccanali, donne discinte e uomini avvinazzati, immancabilmente sdraiati sui triclini che piluccavano acini d’uva nella posizione più scomoda che esista: a bocca aperta all’insù con il  grappolo che pende sulla testa. Il pensiero corre quasi meccanicamente ad un uomo che nella fantasia collettiva è assurto ad emblema di una stereotipata immagine di questo scorcio storico, alimentata da dicerie e truci leggende, non senza un po’ di quella zavorra che è fantasticheria spicciola o pettegolezzo a buon mercato: Tiberio. Nato a Roma sul Palatino, sotto il segno dello Scorpione, fu davvero buon rappresentante di questa costellazione se la sua fama è rimasta legata all’aggressività del carattere, alla diffidenza, alla sospettosità violenta, alla tenebrosa platealità del soggiorno caprese, alle complicate pratiche erotiche. Prima del suo sdegnoso ritiro nell’amena isola del golfo napoletano, Svetonio accenna ad una iniziale attività edilizia nella capitale e ricorda fugacemente un ennesimo tempio alla Concordia (ma era davvero un così bel periodo di cordiali rapporti fra gli uomini?) e un tempio ai celesti Gemelli. Probabilmente si tratta di un restauro/ricostruzione del tempio dei Castori al Foro. villa jovisIN ALTO: Capri, Villa Jovis (a dx. planimetria)

Subito dopo, tagliati i ponti con Roma, converge tutte le sue attenzioni sulla inaccessibile Capri dove stabilisce la sua residenza facendosi costruire una villa spettacolare, arroccata e solitaria a strapiombo sul mare. Oggi i ruderi di Villa Jovis ne disegnano esaurientemente la planimetria, mentre dell’alzato rimane assai poco. Ma quel poco riesce ad evocare inquietanti, peccaminose presenze. Il silenzio assoluto, strappato d’estate dallo stridio delle cicale, permea di angoscianti interrogativi persino la più innocente cisterna. Lungo il viale del Belvedere che si affaccia sul più azzurro Tirreno, dove sfumata e cinerina si delinea la sagoma della penisola amalfitana, anche il passo del visitatore distratto alle proprie spalle può far sobbalzare di allarmato stupore: è tornato a deambulare mollemente Tiberio per questi ombrosi sentieri? villa jovis 2IN ALTO: Capri, la villa di Tiberio (a dx. ricostruzione fantastica)

Alla sua morte, nel 37 d.C., la corona resta sul capo dei Giuilo-Claudii e a cingerla è Caligola. Il nuovo sovrano vanta una lontana parentela dinastica niente meno con la divina Cleopatra, sua bisnonna in linea paterna, e un’ascendenza tanto altisonante dovette suggestionare non poco il bell’imperatore. Dopo un avvio di governo mantenuto su registri ben dosati, con oculatezza amministrativa, liberalità e consenso di popolo, fu all’improvviso un precipitare verso sperperi, crudeltà e vizi. Gli resta in ogni modo il merito di una fervorosa ripresa dell’attività artistica romana. Finanziò i lavori per il completamento del tempio di Augusto che erano stati abbandonati sotto Tiberio; nonché le opere di restauro e ammodernamento del teatro di Pompeo, già promosse dal suo predecessore e poi trascurate. Siglò poi della sua personale iniziativa la pianificazione di due progetti urbanistici: un nuovo acquedotto proveniente dalla regione di Tivoli e un anfiteatro presso Campo Marzio. Il primo fu portato a termine dal suo successore, Claudio; il secondo fu poi scartato e non venne realizzato. Inebriato dal sogno di orientalizzazione della propria corte, non esitò a ad erigersi un tempio al Campidoglio dedicandolo a se stesso deificato: un peccato veniale di vanagloria, solo un omaggio a quell’ottavo di sangue egiziano che scorreva nelle sue vene.  Non per niente aveva dedicato al Campo Marzio un santuario ad Iside e Serapide, l’Iseo Campense. Dei suoi soggiorni a Nemi, che gli era tanto dilettevole, resta il ricordo delle sontuose navi che stazionavano sulle acque del lago, attraccate di fronte alla sua dependance  nemorense sempre pronte ad imbarcare Caligola per le gite lungo le sue sponde. Dopo la sua morte, a damnatio memoriae le imbarcazioni erano state affondate ma, riportate in superficie nel secolo scorso grazie ad un complesso e laborioso sistema di prosciugamento, furono restaurate e collocate in un museo appositamente costruito negli anni Trenta. L’edificio fu dato alle fiamme durante un’azione tedesca negli anni del secondo conflitto mondiale e i reperti furono gravemente e irrimediabilmente danneggiati. A Palazzo Massimo a Roma ne sono conservate le eleganti balaustre in bronzo, di raffinato disegno ellenistico. Il profilo di Roma torna periodicamente a mostrare il suo aristocratico “naso greco”. caligolaIN ALTO: bronzi provenienti dalle navi di Caligola, Palazzo Massimo, Roma

Caligola finì assassinato nel 41 d.C. in una congiura di palazzo. A succedergli fu lo zio Claudio, ben più sbiadito personaggio, noto più per le sue mogli dissolute  – Messalina e Agrippina, due nomi emblematici, usati come eufemismi per alludere a donne non propriamente virtuose – che non per le sue doti attitudinali. Il suo regno durò tredici anni (sino al 54 d.C.), tutto sommato non poco in un periodo in cui se non era la morte naturale ad eliminare un sovrano, veleno o daga potevano apparire altrettanto “naturali”. Del resto Claudio, debole e malleabile, a chi poteva tornare scomodo? Agrippina era riuscita a strappargli la candidatura alla successione per il proprio figlio Nerone, avuto da precedenti nozze. C’era dunque bisogno di rendere definitiva questa decisione imperiale con una massiccia dose letale? majorIN ALTO: Roma, Porta Maggiore in una incisione E. Du Pérac (1575)

A Claudio si deve lil rinnovamento del porto di Ostia; la bonifica del lago del Fucino; la costruzione di due nuovi acquedotti a Roma: l’Aqua Claudia (con l’imponente e dignitosissimo prospetto di  Porta Maggiore) e l’Anio Novus; l’abbellimento del Circo Massimo com scuderie in marmo e mete dorate (prima erano rispettivamente in tufo e legno) e con la distinzione dei posti riservati ai senatori. Ultimo della casa Giulio-Claudia, Nerone è personaggio sin troppo divulgato, la sua figura sin troppo ironizzata e smitizzata da studiosi, letterati e teatranti che cercare di aggiungere appellativi al famigerato imperatore, colui che incarna l’impero romano per antonomasia, risulta pleonastico. La sua più nervosa, graffiante caricatura resta quella di Ettore Petrolini in un allusivo spettacolo di rivista del periodo mussoliniano. Basterà ricordare che nacque ad Anzio all’alba del 15 dicembre del 37 d.C. ed era un Sagittario. E, come qualcuno annotò diligentemente: “fu toccato prima dal sole che dalla terra”. Sibillino presagio. In effetti fu splendido sempre e non badò a spese si trattò di attingere alle casse dello Stato. anzioIN ALTO: Anzio, ruderi della villa di Nerone sul mare

Il Palatino, che per tradizione rappresentava il colle delle residenze imperiali, sembrò troppo angusto al capriccioso e fastoso Nerone. La nuova reggia doveva essere qualcosa di grandioso, di colossale che si addicesse alla sua maestà. Sorse sul colle Oppio e fu da lui battezzata Transitoria perché di passaggio, in quanto posta al punto di confluenza tra il Celio, l’Esquilino e il Palatino. Distrutta da un incendio fu ricostruito e questa volta chiamata Domus Aurea perché riconoscibile già da lontano per il tetto rivestito con tegole dorate. Lasciamo che sia Svetonio a parlare (non senza qualche esagerazione di troppo) del suo sfarzo e della sua vastità. “Al centro del vestibolo si ergeva una statua di Nerone alta 120 piedi (35 metri!); l’estensione era tale che c’era un triplice porticato lungo mille passi (quasi un chilometro e mezzo); c’era uno stagno che ricordava il mare, circondato da edifici che gli davano la parvenza di un assetto urbanistico, e poi: ville, campi, vigneti, pascoli, boschetti con un copioso numero di capi di bestiame. Nelle altre parti ogni cosa era rivestita d’oro e ornata di gemme, conchiglie e perle e aveva sale per i banchetti con i soffitti a lastre d’avorio, mobili e forati, in modo che si potesse far piovere dall’alto petali di fiori e unguenti profumati. Quella  principale era rotonda e, con movimento perpetuo diurno e notturno, girava secondo il moto della terra. Nei bagni scorreva acqua di mare e acque Albule”. Anche se il commento dell’imperatore fu che “finalmente poteva abitare in una casa degna di un uomo”, con occhio moderno ed un po’ di smaliziato scetticismo su tanto dovizioso, megalomane spreco, siamo sicuri che fosse stile e non sfarzo, che fosse lusso e non ostentazione? C’è tutto il sapore della messinscena americana, del luccichio hollywoodiano e il malcontento dei contemporanei sembra più disincantato: “Roma diventerà tutta una gran casa. Cittadini, trasferitevi a Veio. A meno che questa Domus non finisca col raggiungere anche Veio”. Il mordente epigramma starebbe bene sulla bocca di un novello Marziale assessore allo sviluppo urbano. aureaIN ALTO: Domus Aurea, la sala ottagona; a dx. ricostruzione virtuale

Oggi di quell’immenso complesso non resta che il nucleo centrale, con la sala ottagona, le stanze prospicienti e i corridoi a grottesche; degli abbaglianti ornamenti non resta che qualche tessera musiva, qualche stucco e pochi scoloriti affreschi. Del resto già subito dopo la morte di Nerone (68 d.C.) si cercò di sottrarre lotti di terreno ai recinti imperiali, necessari alle nuove espansioni urbane; tanto che addirittura il laghetto neroniano fu prosciugato e utilizzato come scavo per il getto delle fondazioni di quello che diventerà il più simbolico dei monumenti della romanità: il Colosseo. aurea 2IN ALTO: Domus Aurea, decorazioni “a grottesche”; a dx. ninfeo

Sino a che la villa stessa non fu completamente interrata per fungere da sostruzione per le erigende terme di Tito che ne cancellarono per oltre mille anni la presenza (anche se non la memoria). In pieno Rinascimento fu proprio Raffaello a calarsi, attraverso un foro aperto sulla volta della Domus, in quell’antro misterioso ed ammirare emozionato gli affreschi che decoravano quelle “grotte”. L’impressione che ne ricavò fu tanta che quel tipo di motivi ornamentali, subito copiati da lui e dai suoi allievi, con tralci ed amorini danzanti, divenne un nuovo stile decorativo di gran moda in quegli anni, conosciuto appunto come “a grottesche”, proprio dal luogo della scoperta.

NOTA: per durata di regno l’elenco degli imperatori romani d’Occidente vede al primo posto  AUGUSTO (40 anni e 7 mesi) seguito da: ANTONINO PIO (22 anni e 6 mesi), TIBERIO (22 anni e 5 mesi), ADRIANO (20 anni e 10 mesi), TRAIANO (19 anni e 6 mesi), MARCO AURELIO e CARACALLA ( entrambi 19 anni), SETTIMIO SEVERO (17 anni e 9 mesi), DOMIZIANO e COMMODO (entrambi 15 anni), CLAUDIO (13 anni e 8 mesi), NERONE (13 anni e 6 mesi), ALESSANDRO SEVERO (13 anni), VESPASIANO (9 anni  e 6 mesi) e LUCIO VERO (8 anni). Tutti gli altri non hanno raggiunto i 4 anni di trono.

arch. Renato Santoro – Roma

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