IL NASO GRECO DI ROMA: l’architettura del I sec. a.C.

Lucio Cornelio Silla, amico e poi nemico di Mario, protagonista della prima guerra civile, il dittatore sine die e riformatore, prima di ritirarsi a vita privata nel 79 a.C. promosse la meritoria realizzazione di un’opera di grande novità urbanistica e sociale per Roma: l’Emporium, il porto cittadino dell’Urbe, un gigantesco dock, terminal del porto di Ostia, con attracchi, magazzini e mercati all’ingrosso collegati con i punti di smistamento al dettaglio. Il fine utilitaristica della mens latina guida le scelte pratiche per la programmazione economica di Roma. Ma è anche sotto Silla che vengono innalzati i templi alla Fortuna Virile e alla Mater Matuta, nonché la tomba monumentale per la sua quarta moglie, Cecilia Metella (morta nell’81 a.C.) sull’Appia Antica, sconsacrata nel Medio Evo per essere adibita (dai Caetani prima, dai Savelli poi) a fortificazione. Il tempio della Fortuna Virile – sembra però che l’attuale intestazione popolare sia la deformazione dell’antica dedica a Portunus (il dio protettore del porto, da cui non lontano il tempietto sorgeva) – è a tutt’oggi uno dei meglio conservati che archeologi e restauratori ci hanno consegnato. Situato sul Lungotevere, all’altezza dell’Isola, tra i ponti Emilio e Sublicio, nel Foro Boario, è una elegante e proporzionata costruzione su moduli ellenici reinterpretati. GB Montrano fine XVI sec.

Foto3173IN ALTO: tempio del dio Portunus (I sec. a.C.), rilievo a inchiostro di G.B. Montano (fine XVI sec.) ed oggi

Le snelle colonne ioniche della facciata sui lati si incastonano nella muratura portante della cella, tirata su in squadrata pietra tufacea, secondo la tipologia del falso periptero. Il materiale usato, la scala d’accesso, l’angolo di inclinazione del frontone sono note caratteristiche di intonazione etrusca, ma la composizione d’insieme denuncia come nel vocabolario italico il contributo greco sia qualcosa di più che un isolato neologismo. E’ semmai una sommatoria di termini il cui prodotto è un linguaggio composito, eterogeneo ma miscelato in modo da ottenerne l’omogeneizzazione; comunque innovativo per Roma. A pochi passi è il coevo tempietto circolare di Vesta ed anche qui la lezione stilistica è di medesimo segno. Si tratta di un edificio a pianta circolare (a tholos) come non raramente se ne trovano nell’architettura della Grecia, ritmato da snelle colonne corinzie. Eppure anche qui si respira un’atmosfera che sa di latinità. E’ soprattutto ragione di colore. E’ architettura ombrosa, che si concede parsimoniosamente alla luce, come le dense selve laziali (la Saturnia Tellus dove il dio poté nascondersi); discreta e cupa rifugge dall’essere appariscente; si mantiene sui toni caldi della terracotta e del tufo così deperibile e suggerisce sensazioni di sfaldabile materia su cui si proiettano le ombre scurissime della copertura, interrotte solo da rapide lingue di luce. fine Ottocento

Foto3175IN ALTO: tempio di Vesta in una foto di fine Ottocento e oggi

Il tempio di Vesta è come un pugno chiuso che protegge all’interno il sacro fuoco della dea, la fiamma che non deve spegnersi mai. E’ un po’ l’ultimo simbolo dell’integra Roma del buon tempo andato, la Roma repubblicana incorrotta e incorruttibile che da lì a poco avrebbe perso la sua verginità con sottofondo il ciceroniano O tempora, o mores!. “Che tempi, che costumi!” lamentavano gli strenui difensori delle antiche virtù romane. Ma erano voci isolate e da mettere alla berlina. Pompeo, il successore di Silla, era allineato sul fronte dei progressisti. Sul finire del 61 a.C. tornava in Italia dall’Oriente, dove aveva ridotto a province di Roma la Siria, La Bitinia e il Ponto, e veniva acclamato princeps, “primo cittadino”. E chi poteva dargli torto quando ai nostalgici ricordava con veemenza che Roma era ormai una città internazionale e che per il ruolo che aveva assunto nel Mediterraneo era anche troppo provinciale se paragonata alle stesse città sottomesse. Atene, Pergamo, Antiochia, Tiro, per non parlare della splendida Alessandria, avevano culture, arti, gusti e costumi al cui cospetto Roma sembrava un villaggio di contadini vestiti a festa. Ma erano questi i discorsi che sui conservatori producevano effetti urticanti. Perché guardare all’Oriente, al molle e lussurioso Oriente? Per quale motivo importare usi e mode che avrebbero finito con il corrompere i Romani portandoli sulla via del fiaccamento morale? Conosceva Pompeo la battuta che circolava nei club dell’Attica? Roma s’è lasciata conquistare dalla Grecia conquistata… Ed ora che cosa voleva Pompeo? Che si cambiassero le leggi perché gli si permettesse di costruire un teatro. Eppure sapeva bene che a Roma le norme in vigore proibivano teatri in muratura. Aggirò le restrizioni con un brillante stratagemma: chiesta licenza per edificare un tempio a Venere Vincitrice commissionò un progetto che prevedeva la disposizione di un’edicola su di un palco al centro di una gradinata che avrebbe potuto funzionare da cavea. Gli fu anche addossato un portico d’ingresso, il che rendeva inequivocabile la destinazione. I severi regolamenti erano stati elusi e così anche Roma aveva il suo bravo teatro stabile, dove il pubblico sarebbe corso a gustarsi l’adorato Plauto, Terenzio, le atellane di Nevio e Pomponio.

biblio casanatense

IN ALTO: disegno tecnico (metà XIX sec.) dell’area del Teatro di Pompeo conservato alla Biblioteca Casanatense. E’ visibile come il tessuto urbano abbia seguito l’andamento della cavea e del foro di Pompeo. In basso è tracciata la sagoma del teatro Argentina.

Il teatro che Pompeo era riuscito a costruire con l’astuzia sorgeva proprio alle spalle di dove attualmente sorge il Teatro Argentina (genius loci) frontistante alla Curia Pompeiana, i cui ruderi campeggiano al centro dello slargo. Ironia della sorte, proprio nella Curia di Pompeo,  avrebbe trovato la morte Cesare, pugnalato dai congiurati ai piedi della statua del suo nemico storico. Caio Giulio Cesare, reduce dall’Egitto dove aveva conquistato le grazie della scaltra e abile regina Cleopatra,aveva in mente l’attuazione di riforme, rinnovamenti, grandi imprese servendosi della supervisione delle competenze alessandrine. Discutendo con gli astrologi della corte egiziana pianificò il nuovo calendario latino portando l’anno a 365 giorni, suddivisi in 12 mesi seguendo il sistema solare (contro quello lunare precedente) e dedicandosi Luglio. Stese un progetto De Urbe Augenda, un piano regolatore ante litteram del quale i due punti focali più ambiziosi, il convogliamento del Tevere sotto il Colle Vaticano e la bonifica del Campo Marzio rimasero sulla carta. Mandò però in porto un parziale prosciugamento delle Paludi Pontine nel basso Lazio; l’ampliamento di Ostia e, in Grecia, il taglio dell’istmo di Corinto. Sempre a Roma abbellì la città di nuovi edifici: la Basilica Julia e il tempio di Venere Genitrice del 46 a.C. venere genitrice

IN ALTO: le colonne superstiti del tempio di Venere Genitrice al foro di Cesare in una cartolina d’epoca stampa 1872

IN ALTO: la Basilica Julia in una stampa del 1872

Di entrambi non restano che poche porzioni, ma soprattutto nella Basilica, al Foro, ci è ancora possibile leggere il ritmo compositivo, improntato ad una spazialità dilatata, sublimata dalla circolarità dalle linee, dall’uso dell’arco, che gli Etruschi avevano introdotto a Roma come elementare dato costruttivo geometrico ma che i Romani piegano alla sentita esigenza di esprimere la tensione di uno spazio che si rigenera moltiplicandosi in periodica successione. Se l’architettura greca – che da architettura di esterni per Zevi arriva ad essere architettura/scultura – si espresse con la verticalità e l’orizzontalità del segno, quella romana è per opposto architettura di interni, dove la curvilinearità è molto più che un fattore tecnico, bensì la cifra estetica portante. L’ars aedificatoria romana ha saputo fare suo lo spunto meramente ingegneristico, lo ha compenetrato, ha smussato la gravitas  del disegno tosco con un gioco di pieni e di vuoti. Ha “creato” lo spazio, ha “fatto” architettura.

tabulae

Dalla Basilica Julia è possibile inquadrare lo scorcio verso la rocca capitolina. Il palazzo Senatorio ha inglobato, in età medioevale, nella sua porzione basamentale il portico del Tabularium, l’ edificio pubblico destinato alla conservazione delle tabulae in bronzo su cui erano incisi i decreti del Senato romano (una sorta, dunque di archivio dello Stato). Era stato costruito nel 78 a.C. dall’architetto Lucio Cornelio per volontà del console Quinto Lutazio Catulo. Sono leggibili solo alcune arcate, in parte tamponate dalla muratura di riempimento, ma è ancora possibile immaginarne la ritmicità, scandita dalle colonne doriche, e il gioco di pieni e vuoti, accentuato dalla compattezza dell’alta fondazione in blocchi di tufo.

arch. Renato Santoro – Roma 

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