CARATTERI STILISTICI DELL’ARCHITETTURA NEGLI STATI LATINI D’OLTREMARE

Dei linguaggi artistici quello architettonico è il più sottoposto alle accidentalità oggettive che ne condizionano la sintassi espressiva. Oltre alle variabili induttive esterne già note (destinazione d’uso, morfologia del territorio, regime pluviometrico e insolazione, materiali da costruzione e magistero della manovalanza etc.) non ultima viene la componente tellurica. La sismicità dei luoghi, infatti, indirizza verso scelte tecniche e stilistiche che garantiscano la durevolezza della struttura. Si è osservato che le arditezze e gli slanci gotici del nord Europa furono di difficile esportazione in Italia per una sorta di refrattarietà dovuta ad una generica compostezza, ad un perdurare dei modi romanici cari al gusto italiano, che meglio esprimerebbero una connaturata esigenza di firmitas , in una soluzione statica esattamente all’opposto delle tensioni dinamiche del gotico. Di fatto l’Italia medioevale, esausta dei disastrosi terremoti e dei dissesti geologici che ne avevano cadenzato il calendario, mal si prestava ad abbandonare la robustezza delle murature e l’applicazione di solidi sistemi costruttivi che potessero preservare più a lungo nel tempo la consistenza degli edifici. Perciò sembrava rischioso avventurarsi nelle sfide verticaliste d’Oltralpe (che implicavano esasperazione delle altezze e alleggerimento degli spessori murari), quasi per una diffidenza atavica, una inconscia rinuncia alla competizione con le forze naturali.

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IN ALTO: chiesa di Notre Dame, Tortosa (Tartous), Contea di Tripoli di Siria, sezione (disegno dell’A.)

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IN ALTO: chiesa di Gibelletto (Giubail), Contea di Tripoli di Siria, sezione (disegno dell’A.)

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IN ALTO: Cattedrale di Tiro (Sur), pianta (disegno dell’A.)

Infine la smaterializzazione delle superfici parietali, ricamate in trasparenze di vetro, ha una sua valenza estetica negli algidi chiarori del Settentrione ma è improponibile nelle accensioni solari delle regioni meridionali d’Europa, ove l’irraggiamento ha bisogno di essere filtrato. Per questi motivi qui del gotico si accolgono più facilmente i caratteri stilistici e gli elementi decorativi che non l’intimo impianto ispiratore o le intrinseche leggi che lo governano,

Così nel Peloponneso (la Morea franca del XIII secolo) e, più vistosamente a Cipro (nel regno dei Lusignano) appare quasi una forzatura l’introduzione di forme gotiche di segno verticale, le quali avevano ragion d’essere in un contesto di segno orizzontale quale il piatto paesaggio dell’Ile de France, ma che – nelle asperità del profilo mediterraneo, tra architetture conformate alle isoipse – perdono di vigore nel contrasto.

Oltretutto, secondo la consuetudine bizantina, i mistici recinti ecclesiali, piuttosto che illuminati attraverso i diaframmi del vocabolario gotico (rosoni, vetrate), baluginano al riverbero delle candele e degli ori dell’iconostasi.

La cattedrale di Famagosta (1300 – 1310 ca.) costituisce la trasposizione di peso di una fabbrica religiosa gotico-francese in un ambito greco; tanto che le analogie con la collegiata di Troyes (1262) e la concomitanza di Jean Langlois / Johannes Anglicus,  maestro dell’opera di S. Urbano a Troyes, tra le fila dei crociati nel 1267, hanno fatto supporre una stessa mano progettuale (anche se la distanza tra le datazioni lascerebbe ipotizzare il maestro champenois a Cipro già molto avanti negli anni). L’ortodossia greca, inflessibilmente oppositrice alla riunificazione con la confessione di Roma, ha percepito come una ingerenza della chiesa latina la diffusione nel proprio comprensorio di templi di culto cattolico[1].

Un altro magister – o ingegnere militare – probabilmente di origine francese, attivo a Cipro e a Corfù nel XIII secolo, condotto in Italia meridionale alla corte di Federico II di Svevia (dopo la fugace avventura in oriente del sovrano normanno), fu Filippo Cinardo, menzionato anche come Philippe Chinard. In Puglia, nella regione prediletta di Federico, sovrintese alla costruzione del castello di Trani (documentata al 1247) e curò certamente la manutenzione o ristrutturazione di altri manieri del luogo. In occidente è proprio la Puglia l’area che mostra maggiori assonanze con i contemporanei risultati di Terra Santa (intesa in senso lato, con estensione convenzionale a Siria e Palestina)[2]. Per fare una citazione esemplificativa, la chiesa di S. Anna a Gerusalemme, spesso indicata come la più bella delle chiese latine in Israele, costruita in uno stile didascalicamente definito romanico-crociato, trova parentela, oltre che con le creazioni romaniche di Francia (Borgogna e Provenza) già preludenti al gotico, con le cattedrali romaniche di Puglia e, più specificamente, con opere come S. Nicola a Bari, le quali – cronologicamente antecedenti – offrivano suggestioni ispiratrici così forti da essere meglio recepite dagli emuli che dovevano tradurle in Terra Santa.

Del resto è comprensibile che nei feudi coloniali l’aggiornamento dei moduli espressivi in architettura potessero essere in ritardo di una o anche due generazioni, rispetto alla madrepatria[3].

Datazione e ambito architettonico

Lo sviluppo degli Stati Latini d’Oltremare è della prima metà del XII secolo, cui corrisponde il primo impulso costruttivo crociato. Pertanto, tra il 1099 ed il 1147 (inizio della seconda crociata) si elevano o riadattano le principali fortificazioni di Siria e Palestina ed hanno inizio le fabbriche religiose nelle città che gli europei andavano via via sottraendo alle popolazioni locali. Nella seconda metà del XII secolo l’azione di riconquista del Saladino[4] concentra gli sforzi dei crociati nella controffensiva, distogliendoli – come logico – da attività edificatorie che non siano di tipo militare; con cura sempre maggiore alla fortificazione dei castelli, sparsi nel deserto o dislocati sulla costa. Sul finire del secolo la regione trasgiordana era definitivamente persa e tale evento delimita la datazione dei manieri crociati sull’asse mar Rosso-mar Morto (Coral Island, Val Moisè, Montreal, Trafila, Kerak di Moab).

Il XIII secolo è aperto dalla quarta crociata che però devia verso Costantinopoli, dando vita[5] all’impero Latino nell’Egeo. Nel 1228, siamo alla quinta crociata, Federico II tratta la liberazione del Santo Sepolcro. Dopo la metà del secolo i mamelucchi d’Egitto[6] sottraggono ai cristiani gli ultimi possedimenti di Terra Santa, sino a che nel 1291 cade San Giovanni d’Acri, l’ultimo baluardo.

Da ciò si deduce che nel XIII secolo la tenuta dell’Oltremare fu discontinua, con i feudi perennemente in armi e questo denuncia una definitiva contrazione dell’architettura religiosa (quella civile era già esigua) e lascia supporre una incessante manutenzione delle opere di difesa.

I musulmani, una volta riappropriatisi delle postazioni crociate, inizialmente decisero la distruzione delle fortificazioni per evitarne una eventuale riconquista cristiana. In seguito, venuto meno il pericolo crociato, le riadattarono, integrandole ed ampliandole, ai propri usi.

Alla luce di questa sommaria successione di avvenimenti storici, si ricava che l’architettura religiosa di Terra Santa è ascrivibile, per grandi linee, al XII secolo e riconducibile stilisticamente all’area culturale romanica. In particolare si evidenziano affinità con il romanico francese della Borgogna[7] o della Provenza, che si distingue per semplicità e rigore di stile. Ove però sono già presenti alcune tensioni di linee e verticalità, alcuni elementi costitutivi (quali pilastri a fascio, crociere e sesti acuti) che sono preannuncio di goticità.

Affinità esistono anche con il repertorio romanico di Puglia, ultima tappa dei palmieri alla volta di Gerusalemme, che lascerà il suo stigma di forma e di colore nei bagagli progettuali dei maestri costruttori che ivi si imbarcavano per l’Oltremare. Tutto ciò sia sigillato dalal cifra esetica delle esperienze e delle preesistenze bizantine (cioè greco-medioevali) ed arabe del luogo

La tipologia ecclesiale siro-palestinese è piuttosto semplice e può così compendiarsi: pianta basilicale a tre navate absidate, voltate a crociera (a spigolo vivo), con adozione di arco ogivale, terrazzate superiormente; vani finestra sulle pareti laterali esterne e su quelle della nave centrale; fascio di pilastri a croce; modularità dei rapporti dimensionali. Pur alterate nella diversa destinazione di culto (le chiese latine sono state trasformate in moschee), è facile riconoscere questo consueto impianto compositivo in chiese come S. Anna o S. Maria dei Teutonici a Gerusalemme o S. Giovanni a Gaza (oggi Jami el Kebir).

Altrove, anziché la copertura a crociera, sulla nave di mezzo viene impostata la volta cluniacense, cioè la volta a botte a sezione archiacuta. La navata centrale è illuminata da finestrature ricavate nell’involucro murario soprastante le navatelle laterali, che sono lastricate a terrazza. E’ questo lo schema adottato a Notre Dame di Tortosa; nella cattedrale di S. Giovanni a Beirut (oggi moschea di Omar) o in quella di Ramla.

Del tutto diversa è l’organizzazione spaziale del Santo Sepolcro in Gerusalemme che è invece una fusione di preesistenze di epoca differente (dall’età costantiniana in poi), amalgamate nel 1149 dalle maestranze crociate in una originalissima creazione di sintesi che finirà con il risultare, nel suo insieme planimetrico, una autonoma, autentica composizione delle parti. Non si dimentichi che il santuario si caricherà di significazioni mistiche talmente forti da costituire modello e fonte ispiratrice di innumerevoli repliche, più o meno dirette, in tutta Europa, per tutto il medioevo sino alla intellettualistica citazione quattrocentesca di Leon Battista Alberti.

Tra la seconda metà del XII secolo ed il XIII secolo il gotico francese, segnatamente sud-occidentale e meridionale, impronta di sé le realizzazioni coeve di Terra Santa (che nel frattempo, per i motivi storici accennati, vanno scemando quantitativamente). Si segnalano, nello specifico: la facciata di Notre Dame a Tortosa[8] ove il carattere gotico è accentuato da portali, cornici, fasci di colonnine, capitelli ed elementi decorativi in genere; il prospetto esterno del Santo Sepolcro, di linearità archiacuta profilata con abbondanza di cesello e decori; la sala del Cenacolo a Gerusalemme che costituisce uno spazio interno (ripartito da colonne e volte a crociera costolonate) prettamente gotico; le cattedrali di Sebaste e San Giovanni d’Acri.

L’accento gotico risuona ancora nelle costruzioni militari che, per motivi contingenti cui si è fatto cenno in precedenza, ne videro intensificati ampliamenti ed apporti manutentivi. La grandiosità del Krak dei Cavalieri, dei forti di Marqab e di Saône, ha un ritmo compositivo così avanzato da apparire, in prima battuta, una felice traduzione, in ambito oltremarino, degli spunti stilistici della madrepatria; per essere poi addirittura reimportati come suggerimento agli analoghi, colossali impianti militari che saranno realizzati, a emulazione, in Occidente.

Nel XIII e XIV secolo le influenze gotiche di Francia saranno più visibili nelle architetture di Cipro (ove Eudes de Montreuil, maestro costruttore al seguito di S. Luigi IX, il sovrano angioino, sembra aver fatto scalo) nelle cattedrali di Nicosia e Famagosta; ma lasceranno il segno anche nel convento di Bellapais e, naturalmente, nelle fortificazione di Cirene, di Buffavento, di Kantara.

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IN ALTO: Cattedrale di Famagosta a Cipro

Ispirazioni dal gotico francese si avranno infine anche in Grecia, in particolare nel Peloponneso (principato franco di Morea appartenuto ai Villarduino) e a Rodi (che fu dei cavalieri di S. Giovanni).

Si rammenti, da ulimo, come anche i veneziani abbiano lasciato a Creta fabbriche civili e religiose ove gli elementi gotici più tipici (piloni, volte a crociera, archi acuti, costoloni, cornici) ne definiscono la connotazione di stile. Si veda, a titolo esemplificativo, l’edificio che al presente ospita il museo della Canea, già chiesa latina di S. Francesco.

museo archeologico della Canea

Nei secoli successivi Venezia importerà nell’isola di Candia e nell’Eptaneso i modi rinascimentali – sia nell’architettura civile (logge di Herakleion e Rethymnon; case patrizie) che in quella militare (fortezze del Sanmicheli) – mutuati dalle coeve sperimentazioni italiane.

ARCH. RENATO SANTORO – ROMA

NOTE

[1]  Sotto questo profilo si può parlare di estraneità od invadenza delle forme gotiche, sentite dalla popolazione locale come una sin troppo manifesta imposizione di carattere religioso-culturale, non integrata con le preesistenze e la tradizione. E questo è il rimprovero mosso che noi oggi chiameremmo operazione di colonialismo intellettuale

[2]  Non a caso i porti dell’Adriatico meridionale erano transito obbligato, nei pellegrinaggi verso Gerusalemme, per i “palmieri” che attraversavano la Penisola e qui si imbarcavano; ma fu anche teatro delle scorrerie saracene e delle loro indesiderate incursioni. Pertanto in questi flussi di andata e ritorno era inevitabile che ivi si intersecassero e depositassero le esperienze, di ordine formale, acquisite in entrambe le direzioni; cioè gli spunti stilistici erano, allo stesso tempo, esportati ed importati. Ne consegue una sintonia di forme e di stile favorita, altresì, da affinità geologiche e climatiche: i calcari pugliesi hanno egual colore e grana delle pietre usate nel Levante ed i paramenti murari, ambrati o dorati, si stagliano contro cieli di lapislazzuli e fondali riarsi dalla siccità, che ricordano paesaggi d’Oltremare

[3] Per restare nello stesso ambito geografico, in un raffronto tra i castelli crociati d’Oriente e i castelli federiciani nel Mezzogiorno d’Italia, nessuno di essi, anche quello esteticamente più avanzato, potrà essere paragonabile alla assoluta, perfetta compiutezza di un capolavoro quale Castel del Monte, che non è più la rappresentazione funzionale del castello ma una summa di simboli, cifre e saperi medioevali che va ben oltre il mero significato architettonico ma è autentico esercizio intellettuale (di cui qualcuno ha azzardato artefice addirittura Nicola Pisano). Castel del Monte non è più esito fortuito di ricerche di tipo spontaneistico, bensì composizione di architettura a carattere esoterico, vivificata dal soffio corroborante dell’arte come intuizione

[4]  Del 1187 sono la battaglia di Hattin e la presa di Gerusalemme

[5]  1204

[6]  Guidati dal sultano Baibars, che muore nel 1277

[7] La Borgogna, dapprima con Cluny e la diffusione dei modi cluniacensi; poi con Clairvaux e, soprattutto, Citeaux, fu il centro irradiatore dell’ordine cistercense, improntato ad una asciutta severità formale

[8]  Nella sua ipotesi restituiva, cioè nella ricostruzione ideale con le due torri laterali, mancanti ma stilisticamente necessarie al completamento dell’immagine

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