La materia nell’architettura da Le Corbusier al BRUT-ALIS-M (Brutus & Alison Smithson)

Le Corbusier e la pregnanza della materia E’ a Marsiglia, sul terrazzo attrezzato dell’Unità di Abitazione (1946-52), che si può parlare di rivelazione e fascinazione della materia nel percorso creativo di Le Corbusier (v. foto in basso). Documento1 Negli anni tra le due guerre le sue costruzioni sono caratterizzate da volumi chiari e puliti, forme razionali e geometrie ordinate (si pensi ai progetti Dom-ino, alle ville di Garches e di Poissy), in cui traspare la sua esperienza di pittore purista a fianco di Ozenfant. A Marsiglia, invece, non tanto nell’impostazione progettuale dell’organismo o nella sua composizione prospettica (che continua ad essere modulare e rigorosamente analitica), quanto piuttosto nei dettagli, nei particolari decorativi, nei componenti e nelle scelte cromatiche, l’attenzione di Le Corbusier si sofferma sul senso di pregnanza offerto dalla materia. La guerra, s’è detto, ha incrinato molte certezze, aprendo nelle coscienze una falla da cui filtra un soffio assottigliato di inquietudine e cognizione della precarietà umana. Parlare di pregnanza della materia è quanto mai appropriato, perché la locuzione presenta la medesima affinità filologica che esiste fra “madre” e “materia”. Il latino mater ha il suo corrispettivo nel sanscrito mat che allude alla plasmabilità manuale della materia originaria. Nel percorso mitologico che ripropone il pensiero greco ed il passaggio da ύλη a μορφή, da informe a forma, ritroviamo – precursore persino della Genesi – il racconto egizio di Ptah, il dio creatore, il “vasaio dei vasai” che modella tutti gli altri dei, gli uomini ed ogni cosa. L’iconografia menfita lo mostra con il corpo ancora abbozzato, non finito, ad evocare la materia, l’impasto duttile che, lavorato, rende visibile l’idea primigenia. 002-germaine-richier-theredlist

IN ALTO: a sin. Ptah (tomba di Tutankhamon); a dx: Germaine Richier

Il pensiero francese degli anni Cinquanta è improntato a questo riavvicinamento ad un concetto di “concretezza”, di recupero – dopo tanto lutto – della vita così com’è, come appare, hic et nunc. E concrete (in inglese) è anche il cemento armato che Le Corbusier per le sue architetture, fatte di terra, di pietrisco, di acqua e di ferro. La linea si fluidifica, gli angoli si smussano, l’ortogonalità si stempera nel segno curvilineo. Segue le apparenti casualità della materia che, come un liquido, si spande ed assume la forma del contenitore in cui si riversa. Quel contenitore e quella forma sono l’idea intuizionale dell’architetto che nello stampo progettato, come servendosi di un imbuto, ha incanalato la materia prima a sua disposizione.

Da Marsiglia a Chandigar. L’Unità d’abitazione di Marsiglia è concepita come una “città-giardino verticale”. Non è stata esente da polemiche e feroci critiche. Si è insinuato, addirittura, che i suoi inquilini potessero precipitare in uno stato di disagio e di alienazione.  Commissionata nell’ambito del progetto nazionale della  ricostruzione post-bellica, la conduzione del cantiere andrà a rilento (con i lavori che stentano per motivi economici) dal 1946 sino al 1952, quando finalmente l’edificio è inaugurato. Dal 1951 al 1955 Le Corbusier è assorbito dal progetto e dalla costruzione della Cappella di Notre-Dame-du-Haut sulla collina di Bourlémont, a Ronchamp. Fu l’architetto stesso a raccontare come l’idea della bizzarra copertura gli fosse venuta osservando un guscio svuotato di granchio, trovato su una spiaggia di Long Island. Sempre nel 1955 porta a conclusione le case Jaoul a Neuilly-sur-Seine, le cui facciate sono in mattoni industriali e lasciano a vista la struttura grezza del cemento armato. Questo gusto per le ruvidezza delle superfici, per la rusticità dell’impianto strutturale che si auto-manifesta nello scheletro costitutivo, è portato all’estremo nella contemporanea casa Shodhan, terminata nel 1956 ad Ahmedabad in India. Documento12

IN ALTO: Le Corbusier, Casa Shodan (1956)

Gli anni Cinquanta sono quasi interamente dedicati all’impegnativo incarico progettuale che Le Corbusier ricevette dal governo indiano. Si trattava di realizzare il centro politico della nuova capitale del Punjab, che dal nome di Chandi, antichissima divinità locale, fu ribattezzata Chandigar[1]. Qui l’architetto europeo, che sostituisce in extremis l’americano Albert Mayer morto in un incidente aereo, realizza il palazzo dell’Alta Corte (1951-55), il Segretariato (1951-58), il palazzo dell’Assemblea (1951-62). Di nuovo in Europa, in Francia, sul finire degli anni Cinquanta (l’inaugurazione risale al 1960 ma il progetto gli era stato proposto nel 1953), Le Corbusier lega il suo nome al convento della Tourette, presso Éveux-sur-l’Arbresle, che molti critici considerano il vertice raggiunto dall’architettura dell’artista svizzero. Il tema conventuale fa sì che egli recuperi, dal pozzo della memoria, le suggestioni del tempo in cui, giovanissimo[2],  aveva visitato la certosa  di Ema, in Toscana, ed i monasteri del monte Athos. La sua sensibilità ascetica costituisce un sicuro viatico che consente di inerpicarsi per i sentieri, tutti in salita, della spiritualità. Le invenzioni formali che Le Corbusier raggiunge alla Tourette (le celle dei monaci; i volumi che non poggiano direttamente sul terreno; “la scatola dei miracoli” come egli definisce il parallelepipedo ecclesiale; l’oratorio),  sono soluzioni di lirismo poetico prima che di architettura. Documento1

IN ALTO: Le Corbusier, Convento di La Tourette (1953/60)

Nel triennio 1957-59 Le Corbusier ha modo di dedicarsi a progetto ed esecuzione del Museo di Arte Contemporanea di Tokio, commissionatogli dai giapponesi. Già nel 1929 l’architetto aveva carezzato una propria idea personale di museo, una struttura “aperta” concepita come un organismo in crescita, suscettibile di aggiunte ed ampliamenti, con una flessibilità adattabile al variare delle esigenze espositive. Questo vecchio progetto irrealizzato, era stato ampollosamente battezzato Mundaneum, museo (magari anche pretenzioso) dell’arte del mondo , che non esclude un velato riferimento concettuale al Goetheanum di Rudolf Steiner[3]. Il  Mundaneum  (una sorta di ziqqurat, piramide a gradoni decrescenti, a base quadrata, la cui  pianta ricorda il tracciato dei labirinti geometrici medioevali) avrebbe consentito sopraelevazioni continue, in funzione dei progressivi adattamenti[4] (v. disegno originale in basso). mundaneum

IN ALTO: Le Corbusier, disegno del Mundaneum

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IN ALTO: R. Steiner, il secondo Goetheanum

Il museo di Tokio[5], che tutto sommato è di più contenute pretese, ha comunque la consueta dignità di routine, assicuratagli dalla mano collaudata e dal mestiere. E’ il 1960 e Le Corbusier ha 73 anni: il ritmo professionale rallenta, i progetti degli ultimi cinque anni di vita, anche se premiati e riconosciuti internazionalmente, sono destinati quasi tutti a restare sulla carta. Il 27 agosto 1965  l’architetto muore per arresto cardiaco durante un bagno di mare a Roquebrune-Cap- Martin, sulla Costa Azzurra nel sud della Francia. Memorabile l’orazione funebre tenuta al Louvre da André Malreaux, appena qualche giorno dopo, il primo settembre. “Bisogna ritrovare l’uomo, la linea di condotta che sposa l’asse delle leggi fondamentali: biologia, natura cosmo. Linea diritta, inflessibile come l’orizzonte del mare. L’uomo di mestiere, così, inflessibile come l’orizzonte del mare, deve essere uno strumento di misura, capace di servire da parametro, da riparo, in mezzo ad un mondo che è tutto mobilità e fluttuazione [6]”.

Brut-Alis-m: brutalmente autentici.

La lezione brutalista di Le Corbusier raccoglie consensi un po’ ovunque, in Europa. Non si può parlare di seguaci, perché non si è trattato di una scuola, di un filone stilistico; piuttosto si è verificato, nel medesimo scorcio temporale,  un parallelo e coincidente  comune modo di sentire la materia e la realtà. Atteggiamento, questo, che attraversa diagonalmente i più disparati ambienti culturali: da quello filosofico degli esistenzialisti (nella versione francese che rielabora l’originale tedesco) a quello dei diversi campi delle arti. La scultura, come quella di Germaine Richier o César (che dal mero pretesto formale trae spunto per una magmatica concretezza dell’uomo) ma, soprattutto, quella totalmente non figurativa di Zoltan Kemeny o Edoardo Paolozzi; la pittura di Fautrier, Dubuffet, Tapies o il nostro Burri, che attraverso la “messa in opera” della materia riconduce alla stessa equazione essere ed esistenza; non sono che alcune delle sponde di atteggiamento intellettuale, offerte alla architettura di quegli anni Cinquanta, di cui Le Corbusier è soltanto il capofila cronologico. I riferimenti del brutalismo in architettura sono gli stessi per tutti: identificazione di struttura, materia e forma;  esibizione della funzione; sfrondamento da qualsiasi sovrastruttura, in una sorta di fenomenologia della costruzione, capace di manifestare se stessa così come essa di fatto è.  Connotazioni queste che, non solamente in ambiente europeo, più sensibile alle istanze dell’esistenzialismo, ma anche oltre oceano, coinvolgono personalità come Louis I. Kahn (estone di nascita, emigrato negli Stati Uniti[7]) e Paul Rudolph[8], sino agli esiti bostoniani, quanto mai interessanti, del gruppo di progetto costituito da Kallmann, McKinnel e Knowles[9]. Documento13

IN ALTO: Kallmann, McKinnell, Knowles, Boston City Hall (1962)

Per l’Italia si possono fare i nomi di Vittoriano Viganò[10] o Giancarlo De Carlo[11]. Mentre per l’Inghilterra è d’obbligo menzionare i coniugi Peter (soprannominato Brutus) e Alison Smithson[12] e la loro Hunstanton School a Norfolk che risale al periodo 1949-53. Per la coppia inglese si è soliti parlare di neo-brutalismo[13]. La teorizzatrice è proprio Alison, la quale fornisce questa sua singolare, illuminante interpretazione: “La  Hunstanton School non solo sembra fatta di vetro, mattoni, acciaio e calcestruzzo: è davvero fatta di vetro, mattoni, acciaio e calcestruzzo.[14]  Espressione, questa, rivelatrice di “brutale” autenticità! Documento13 - Copia 06_abrahamson

IN ALTO: P. & A. Smithson, Hunstanton School (1949/53)

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IN ALTO: P. & A. Smithson, Solar Pavillion (1959/62)

japan

Per finire: a Tokio, il Metropolitan Festival House (v. FOTO IN ALTO) dell’architetto giapponese Kunyo Mayekawa (1958-61), è figliolanza diretta dell’ultima maniera lecorbusieriana[15].

arch. Renato Santoro –  Roma, marzo 2015

NOTE

[1] Lo stato indiano, dopo la secessione pakistana, era stato privato della capitale storica, Lahore; pertanto l’allora presidente dell’India, Jawaraharlal Nehru, commissionò la fondazione di una nuova sede governativa

[2] Quasi cinquanta anni prima, nel 1907, in occasione del suo primo viaggio in Italia. Al 1911 risale il viaggio in Grecia, sulla rotta verso Costantinopoli

[3] Tempio-teatro in onore di Goethe, pasticcio un po’ kitsch dell’ antroposofo mitteleuropeo, non ben dosato mix di architettura organica, espressionismo e gothic revival, costruito a  Dornach, nei pressi di Basilea. La prima versione (1913-20), in legno, fu distrutta da un incendio. Il secondo Goetheanum fu ricostruito, sensibilmente modificato da architetti discepoli di Steiner, in calcestruzzo nel 1925-28

[4] Lo spunto è stato ripreso, in qualche modo, da Wright per il Museo Guggenheim di New York, solo che l’americano ha ribaltato il verso spiraliforme (che si svolge allargandosi dal basso verso l’alto)

[5] Portato a termine con la collaborazione dell’architetto giapponese  Kunyo Mayekawa. Interessante è la cosiddetta “scatola delle meraviglie”,  volume per allestimento di rappresentazioni culturali, dirimpettaia al corpo del museo, che rimanda – concettualmente – al  parallelepipedo ecclesiale della Tourette

[6] Cfr. Le Corbusier, Oeuvre complète –  vol. VIII, op. cit., p. 172

[7] Louis Isadore Kahn (1901-1974), nato nell’isola di Osel, in Estonia, viene condotto in America nel 1905. Le sue tendenze brutaliste sono già ravvisabili nella galleria d’arte dell’Università di Yale, New Haven (1951-53);  per poi maturare compitamente nell’istituto Salk per gli studi biologici a San Diego, California (1959-1967)

[8] Nato nel Kentucky nel 1918, Paul Rudolph nel secondo dopoguerra si avvicina all’Europa e a Le Corbusier. Di lui va citata la scuola d’arte dell’Università di Yale, New Haven (1959-63)

[9] Di Gerhart M. Kallmann, Noel M. McKinnell, Edward F. Knowles non può non essere citata la City Hall di Boston del 1962, sicuramente debitrice nei confronti dell’ultimo Le Corbusier, quello della Tourette o di Chandigar

[10] Di Viganò (Milano 1919-1998) si ricorda, in questo contesto, l’istituto Marchiondi a Milano, del periodo 1957-61

[11] Nel citare De Carlo (Genova 1919-Milano 2005) si pensa  al Villaggio Matteotti a Terni del 1970

[12] Peter Smithson (1923-2003) è nato a Stockton-on-Tees. La moglie Alison Gill (1928-1993) è nata a Sheffield

[13] L’ aneddotica, riconducibile allo storico dell’architettura Reyner Banham,  abbina il termine “brutalismo” alla fusione del soprannome Brutus, con cui era conosciuto il giovane Peter Smithson, e del nome Alison.  “Brutalism equals Brutus plus Alison” (cfr. R. Banham, The new brutalism: ethic or aestethic?, Architecural P., Londra 1966)

[14]Acqua ed elettricità non vengono da inspiegabili buchi nella parete, ma sono portate da condutture visibili ” (cfr. A. Smithson, Answer on the New Brutalism, sulla rivista britannica “Architectural design”, aprile 1957)

[15] Proprio con l’architetto europeo, Mayekawa aveva collaborato alla realizzazione del già ricordato museo d’arte occidentale progettato da Le Corbusier, sempre nella capitale nipponica

BIBLIOGRAFIA

Le Corbusier, Œuvre complète, (a cura di W. Boesiger), ed. Girsberger/Artemis  Zurigo 1935-1975 (vol. I – VIII)

R. Banham, The new brutalism: ethic or aestethic?, Architecural P., Londra 1966

Le Corbusier (a cura di W. Boesiger), ed. Zanichelli, Bologna 1991

F. Tentori, Vita e opere di Le Corbusier, ed. Laterza, Roma-Bari 1999

Le Corbusier, Loft publication, Barcellona 2003

Le Corbusier, Quando le cattedrali erano bianche  – Viaggio nel paese dei timidi , ediz. Christian Marinotti, Milano 2003

Le Corbusier, Verso una architettura, ed. Longanesi, Milano 2003 J. L. Cohen, Le Corbusier 1887-1965, ed. Taschen, Colonia 2005

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