1961: CLEOPATRA TORNA A ROMA

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Quando nel 1961 la casa cinematografica statunitense 20th Century Fox decise di trasferire in Italia le riprese del film Cleopatra in lavorazione a Londra, Roma che era reduce dalle Olimpiadi dell’anno precedente e stava festeggiando il centenario dell’unità nazionale, viveva la sua stagione dorata: impazzavano gli anni del boom economico, della “Dolce Vita” e della cosiddetta “Hollywood sul Tevere”. I cronisti della decima musa hanno così ribattezzato il decennio che va dagli anni ’50 alla metà degli anni ’60 del secolo scorso, quando lo star-system del cinema americano sbarca a Cinecittà per girare a prezzi concorrenziali (un po’ come oggi avviene per i teatri di posa in Ungheria), servendosi di studios, locations, strutture e attrezzature, comparse, artigiani e maestranze di prim’ordine (dai costumisti agli scenografi, dai decoratori ai truccatori, dai falegnami agli elettricisti) che la capitale italiana metteva a disposizione delle ricche produzioni d’oltreoceano.

Il film Cleopatra nelle intenzioni dei produttori doveva risollevare le sorti della Fox e far fronte alla crisi delle sale cinematografiche, disertate da un pubblico sempre più impigrito dalla concorrenza televisiva. E su questo progetto era stato investito un budget senza precedenti. Il solo contratto con la protagonista, una Elizabeth Taylor non ancora trentenne, era stato siglato per la cifra record di un milione di dollari. Il presidente della Fox, il greco-americano Spyros Skouras ed il produttore esecutivo Walter Wanger misero in piedi un cast di tutto rispetto, per la regia di Rouben Mamoulian.

Al fianco di Elizabeth Taylor, rispettivamente nei ruoli di Cesare e Antonio: Peter Finch  e Stephen Boyd. Per interpretare Ottaviano fu scritturato il gallese Keith Baxter. La preferenza ad attori britannici fu incoraggiata dal fatto che il governo di Sua Maestà, in virtù del piano Eady, elargiva sovvenzioni e contributi alle pellicole girate in Inghilterra con attori e manodopera del posto. Per le riprese di Cleopatra, dunque, si virò su Londra e i teatri di posa della Rank a Pinewood.

La scelta non si era rivelata felice. Gli studios erano sì attrezzati ed efficienti, ma il clima britannico non era l’ideale per gli esterni che dovevano simulare i cieli ed i panorami dell’Egitto e gli scorci del Mediterraneo. Fu ricostruita, su disegno dell’architetto cinematografico John DeCuir[1], una spettacolare, sfarzosa reggia di Alessandria, con tanto di specchio d’acqua su cui affacciarsi; ma le palme piantate ai lati dei propilei, che dovevano rievocare l’habitat del Delta, avvizzivano rapidamente sotto le insistenti piogge londinesi. Ben più delle piante esotiche, era la salute di Elizabeth Taylor a sfiorire nelle umide brume della città natale; l’attrice, negli scollati pepli del costumista Oliver Messel[2], passa da un raffreddore a un’influenza, da una sciatica ad una polmonite. Le riprese andavano avanti, ma si potevano girare solo le scene con gli altri interpreti, sinché nel gennaio del 1961 un esasperato Mamoulian finisce col rassegnare le dimissioni.

La regia fu così affidata a Joseph Leo Mankievicz (indicato per brevità con l’acronimo delle iniziali JLM nel memoriale di Wanger scritto a quattro mani con Joe Hyams e pubblicato in concomitanza dell’anteprima mondiale newyorkese del 1963, nel quale rivela retroscena, peripezie e curiosità di Cleopatra). Il regista, incaricato di riscrivere anche la sceneggiatura, intendeva dare un taglio particolare alla personalità della mitica regina del Nilo, differente da quello già imbastito nel precedente script,  servendosi come traccia di The Life and times of Cleopatra, il testo di Carlo Maria Franzero che Walter Wanger gli aveva dato da leggere. La Cleopatra di JLM è una donna non solo sensuale e ammaliatrice, ma un’abile governante mossa da scaltra ambizione politica, con l’aggiunta di una venatura visionaria e misterica, in ossequio alla leggenda delle sue arti magiche. Una Cleopatra quasi “teosofica” – persuasa di essere l’emanazione di Iside, consapevole della sua fascinazione e di avere in mano il destino degli uomini più potenti del suo tempo – consulta oracoli, brucia incenso agli dei ed appare quasi in trance quando apprende dalla sacerdotessa/veggente  il responso della sua maternità (“A son shall be born to Isis, a son of Egypt and Rome”: Iside genererà un figlio, figlio d’Egitto e di Roma); presagisce l’assassinio di Cesare, la morte del fido Sosigene o la disfatta di Azio. Nel farsi mordere dall’aspide si accomiata con una chiosa esoterica: “How strangely awake I feel, as if living had been just a long dream, someone else’s dream. Now finished at last, but then now will begin a dream of my own which will never end[3].

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IN ALTO: L’annuncio dell’arrivo della diva a Fiumicino sul “Messaggero” di Roma. Era il primo settembre del 1961

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Ad ottobre l’attrice partecipa al teatro Sistina all’assegnazione delle Maschere d’Argento

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E’ il 1962: lungo i viali di Cinecittà Gina Lollobrigida (che sta girando Venere imperiale) si imbatte in Elizabeth Taylor diretta verso il Teatro 5

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Mentre JLM scrive il nuovo copione, le condizioni fisiche di Elizabeth Taylor, costretta a letto dall’influenza asiatica, precipitano e quando sopraggiunge una infezione polmonare, nei primi giorni del marzo 1961 è necessario un ricovero d’urgenza alla London Clinic. L’attrice non respira e le viene praticata una tracheotomia (che le lascerà un vistosa cicatrice sul collo, poco fotogenica e da mascherare con generose dosi di cerone). I bollettini medici si susseguono sempre più allarmanti e si diffonde la notizia che la diva è in fin di vita o addirittura morta, cosa che fa tremare i vertici della Fox in America. Fortunatamente la notizia è infondata, la  tempra fisica della Taylor supera la crisi e dopo qualche giorno l’attrice è dichiarata fuori pericolo. A fine mese Elizabeth Taylor e l’allora marito, il cantante e attore Eddie Fisher, partono per gli Stati Uniti dove i medici contano di farle passare la convalescenza al tiepido sole della California.

Fisher era ebreo, così come lo era il terzo marito Mike Todd, per questo la Taylor (educata cristiana scientista) aveva deciso di convertirsi alla religione giudaica, assumendo il nome di Elisheba Rachel. L’attrice, in procinto di interpretare Cleopatra, in un’intervista alla rivista “Look” nell’agosto 1961 dichiara: “It will be fun to be the first Jewish Queen of Egypt”. Sarà buffo essere la prima regina ebrea d’Egitto: la battuta irrita moltissimo gli egiziani, all’epoca in acceso contrasto con Israele, e mette in imbarazzo la produzione del film, visto che alcuni esterni di battaglia nel deserto avrebbero dovuto essere girati nel paese nord-africano.

trono cleopatra

La Fox, infine, delibera di accantonare definitivamente Londra e di spostare la riprese del film a Roma. Nell’estate del 1961 il progetto del film era totalmente rivoluzionato. A parte Elizabeth Taylor protagonista, Walter Wanger produttore e John De Cuir scenografo, tutti i precedenti ruoli dovevano essere ripensati. Il regista Mankiewicz non poteva più contare su Finch, Boyd e Baxter, già da tempo vincolati a precedenti contratti. Per interpretare Cesare viene dunque scritturato Rex Harrison e per Marcantonio un attore della scuderia Fox, ma allora di non vasta popolarità, come Richard Burton. A completare il cast: Roddy McDowall, collega e amico di Elizabeth Taylor sin dai tempi di Lassie, nelle vesti di Ottaviano. Per i sontuosi costumi della regina, è incaricata Irene Sharaff[4]. La costumista potrà dare sfogo al suo estro creativo: tra gli oltre sessanta abiti disegnati per la protagonista, memorabile resta quello laminato d’oro per l’ingresso trionfale di Cleopatra a Roma, sormontato da una corona alta mezzo metro. Vittorio Nino Novarese provvederà ai costumi maschili, Renie a quelli delle altre interpreti femminili. Il parrucchiere di fiducia della Taylor, Sidney Guilaroff, viene confermato consulente per le acconciature della regina e affianca Vivienne Zavitz realizzatrice delle parrucche della regina. Il trucco egiziano di Elizabeth Taylor, con il contorno degli occhi a coda di rondine, sopracciglia bistrate e ombretti  dorati, si dovrà all’abile mano di Alberto De Rossi. Le musiche saranno composte da Alex North.

back stage

Lyz Taylor During The Filming Of Cleopatra Movie On 1963

cleopatra bn

JLM Cleopatra

sharaff cleopatra 1962

Ma qual è la Roma e l’Italia che fa da scenario non solo ad oltre un anno di riprese della megaproduzione americana ma, soprattutto, alla vita pubblica e privata degli interpreti del film? E’ passato mezzo secolo e il profilo antropologico e tipologico degli Italiani è assai mutato da allora, come profetizzato da Pasolini; non tanto nel fisico e nell’abbigliamento (basta guardare le foto del periodo), quanto nei costumi sociali e nella psicologia. La trasformazione prodotta dalla massificazione della cultura televisiva, dall’omologazione globale, dalla politica dell’ultimo ventennio, ha modellato un carattere già di per sé incline al conformismo e al qualunquismo.

Per andare a Cinecittà si saliva su un tram azzurro arrancante su rotaia, stracarico sino all’inverosimile, che impiegava un’ora dalla Stazione Termini sino ai cancelli degli stabilimenti cinematografici per scaricarvi frotte di comparse in cerca di una chiamata e di un cestino del pranzo. Oggi in quindici minuti Cinecittà si raggiunge facilmente con la metropolitana ma quello è solo il nome di una fermata e attorno agli studi, allora in aperta campagna, si sono sviluppati interi quartieri-dormitorio e centri commerciali che assediano il perimetro di quella che fu la cittadella del cinema, ormai costretta, per sopravvivere, ad affittare i teatri di posa per le produzioni TV.

Nel 1961 il cinema italiano era premiato per film come La notte di Michelangelo Antonioni (David di Donatello), La ciociara (di Vittorio De Sica, Nastro d’argento a Sophia Loren), La dolce vita (di Federico Fellini, Nastro d’argento a Marcello Mastroianni), Tutti a casa (di Luigi Comencini, David di Donatello ad Alberto Sordi). In quell’anno Pier Paolo Pasolini gira l’opera prima Accattone; Francesco Rosi Salvatore Giuliano. Quella cinematografica è voce trainante dell’economia nazionale: in Italia nel 1961 si producono oltre 200 titoli.

Al festival di Sanremo vince una lacrimosa Al di là, sulla linea melodica tradizionale italiana, ma tra il pubblico giovanile trionfano canzoni più effervescenti come Ventiquattromila baci di Adriano Celentano e Le mille bolle blu di Mina Mazzini. La canzone più gettonata dell’estate 1961 è Legata ad un granello di sabbia.

Ad Omar Sivori, calciatore in maglia bianco-nera, viene assegnato il Pallone d’oro e la Juventus in quell’anno vince anche lo scudetto. Arnaldo Pambianco conquista il Giro d’Italia.

Negli scaffali delle librerie fanno bella mostra di sé le novità letterarie: Voci della sera di Natalia Ginzburg; Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia; A cena col commendatore di Mario Soldati; Un cuore arido di Carlo Cassola.

L’architetto toscano Giovanni Michelucci costruisce la chiesa sull’Autostrada del Sole presso Firenze; a Roma gli architetti Franco Albini e Franca Helg, inaugurano la nuova sede della Rinascente a piazza Fiume. All’Eur, crescono i grattacieli dell’ENI e del Ministero delle Finanze. Nelle gallerie della capitale espongono i giovani talenti della pop art italiana: Festa, Schifano, Rotella, la cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo.

Vengono resi noti i dati del censimento: nel primo centenario dell’Unità, gli Italiani sono 50 milioni 624 mila. Presidente della Repubblica è Giovanni Gronchi e alla guida del governo è il democratico cristiano Amintore Fanfani. Suscita cordoglio nel Paese l’eccidio di 13 aviatori italiani del contingente dei caschi blu dell’ONU in missione in Congo (oggi Zaire),  massacrati l’11 novembre a Kindu nella regione del Katanga.

Sul trono di Pietro siede Giovanni XXIII, papa molto caro agli Italiani, il quale in quell’anno emana l’enciclica Mater et magistra.

L’Italia fa parte, dal 1957, del Mercato Economico Europeo assieme a Francia, Germania e Benelux, primo abbozzo di un’Europa Unita (come la intendiamo oggi) di là da venire. La moneta unica è ancora un’utopia e la lira è la divisa in corso nel Belpaese.

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corona

Mentre si girano le prime scene di interni in teatro, John DeCuir sovrintende alla costruzione dei monumentali e costosissimi esterni. Lo scenografo sogna in grande ed in grande, naturalmente, saranno anche le spese sostenute: al castello di Torre Astura, una decina di chilometri a sud di Nettuno, su un terreno affittato dai principi Borghese, ricrea la reggia ed il porto d’Alessandria, con tanto di viale delle sfingi, arco trionfale, obelischi, propilei, mausoleo, banchine di attracco, il tutto direttamente sul mare. L’effetto che se ne trarrà dalle riprese è splendido; colori e luminosità del cielo e del mare, con la sagoma del Circeo che si intravede sullo sfondo, rievocano davvero le rive egiziane.

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TORRE ASTURA

torre astura

Stesso discorso per il foro romano, ricostruito a Cinecittà, anche più vasto di quello vero, su cui prospettano Basilica, Curia, tempio di Giano, archi di trionfo, colonne commemorative, Rostri e che farà da sfondo allo spettacolare ingresso della regina a Roma. Non è un caso che il costo finale della pellicola sarà di circa 37 milioni di dollari (oltre 250 milioni di dollari attuali). Basti pensare che solo per i costumi della Taylor saranno spesi 130 mila dollari. Al cambio del tempo, con un dollaro equivalente a 600 lire, qualcosa come 780 milioni di lire, una cifra astronomica con i parametri appena elencati. La nave dorata, utilizzata per le scene di mare (l’arrivo di Cleopatra a Tarso, la battaglia di Azio), girate nelle acque di Ischia, è realizzata nei cantieri navali di Anzio al costo di 277 mila dollari (oltre un miliardo e mezzo di lire).

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SOPRA: bozzetto originale di John DeCuir

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Roma 1962

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L’ingresso a Roma di Cleopatra costituisce una delle più spettacolari scene di massa del film, girata da Mankiewicz nel maggio del 1962

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Sul set del foro romano, ritratti mano nella mano i due giovanissimi attori inglesi Francesca Annis e Richard O’Sullivan ingaggiati per il ruolo di Charmian e di Tolomeo XIII. Un timido flirt meno clamoroso di quello fra Elizabeth Taylor e Burton

Lussuosissimi, con scrupolosa profusione di dettagli, decori e arredi, gli interni che lo staff di scenografi[5] allestisce nei teatri di posa. La sala del trono, gli appartamenti alessandrini del condottiero romano, le stanze della regina, la tomba di Alessandro Magno, la domus transtiberina di Cleopatra a Roma, sono solo alcuni dei tanti preziosi ambienti del kolossal per antonomasia.

ARCH. RENATO SANTORO – ROMA

NOTE

[1] Lo scenografo americano John DeCuir (San Francisco 1918-Santa Monica 1991), al cui attivo vantava titoli come Mia cugina Rachele (My Cousin Rachel, 1952) e Tre soldi nella fontana (Three Coins in the Fountain, 1954), aveva vinto l’Oscar per Il re ed io (The King and I, 1956). Proprio con Cleopatra vincerà la sua seconda statuetta nel 1964

[2] Il costumista britannico (Londra, 1904-1978), che aveva già disegnato gli abiti per Vivien Leigh in  Caesar and Cleopatra (1945), nel secondo progetto sarà sostituito dalla Sharaff

[3] E’ la scena finale del film: Cleopatra si lascia mordere da un serpente nascosto in un cesto di fichi (fatti venire appositamente dal nord Africa a Cinecittà). Nella versione doppiata in italiano, Rita Savagnone sussurra: “Tutto è così lontano ormai, come se la vita fosse stata un lungo sogno di qualcun altro. Ora finalmente è finito ma ora comincia un sogno tutto mio che non finirà mai

[4] Disegnatrice di talento (Boston 1910-New York 1993),  la costumista era stata premiata nel 1952 per i modelli de Il re ed io (The King and I), nel 1957 per Shangri-La  e nel 1961 per West Side Story

[5] Affianca DeCuir uno stuolo di progettisti e disegnatori. Nei titoli di testa sono annoverati come direttori artistici: J. M. Smith, H. Brown, H. Blumenthal, E. Webb, M. Pelling, B. Juraga e, per le decorazioni dei set, W. Scott, P. Fox, R. Moyer

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