VITE DI ARTISTI NEL CINEMA ITALIANO 2/2

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MODÌ. VITA DI AMEDEO MODIGLIANI (1989).  In francese maudit si pronuncia “modì” e vuol dire “maledetto”. Così, nella Parigi del primo dopoguerra, Amedeo Modigliani era stato ribattezzato, in un gioco di parole tra il suo cognome ed il travaglio esistenziale dell’artista. E proprio questo è il titolo del film per la TV italiana del 1989 di Franco Brogi Taviani (Firenze, 1941), costruito attorno alla breve ma intensa avventura del Livornese, che nell’arco di pochi anni consuma la sua umanissima parabola. Muore a soli 36 anni, bello e dannato: povero, malato e misconosciuto. Ma ben più duratura e solida sarà la fama artistica che gli sopravvive, al di là del tempo e delle mode. Ad interpretare il pittore nello sceneggiato televisivo – in tre puntate di quattro ore complessive, in onda sul secondo canale RAI nell’ottobre 1989 – viene scritturato l’attore d’Oltralpe Richard Berry. Gli sono accanto Elide Melli, nel ruolo della sfortunata Jeanne Hébuterne; Vanni Corbellini in quello dell’amico Paul Guillaume. Sceneggiato dallo stesso Brogi Taviani, coadiuvato da Maria Carmela Cincinnati e Peter Exacoustos, con le musiche di Stefano Corossi e Antonio Sechi, Modì narra sia gli anni livornesi del giovane Amedeo (dove era nato nel 1884), sia l’approdo nella capitale francese e l’incontro con le grandi avanguardie artistiche del primo Novecento; i suoi amori infelici, il suo vortice autodistruttivo nelle droghe e nell’alcol, sino alla tubercolosi e alla morte nel gennaio del 1920.

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Nel 1990 è stata montata una versione ridotta di un’ora e 40 minuti, pensata per il grande schermo, uscita nelle sale in Francia con buon successo di critica e pubblico. Certo Berry non possiede il fascino dello “scapigliato” Gérard Philipe, che già aveva prestato il volto al pittore in Montparnasse 19, film francese del 1958; ma almeno simula quel po’ di allure che manca del tutto allo scialbo Andy Garcia della co-produzione internazionale uscita in Italia nel 2005 con il titolo I colori dell’anima.

Lo scenografo Gianni Sbarra (Siena, 1929) ricostruisce, con documentata diligenza, ambienti e atmosfere della Parigi di  quegli anni irripetibili. I costumi sono di Isabella Rizza.

CELLINI, UNA VITA SCELLERATA (1990). Giacomo Battiato, veronese (1943) e soltanto omonimo del celebre cantautore siciliano Franco Battiato che ne scriverà la colonna musicale, è il regista del film costruito sull’avventurosa autobiografia del grande scultore e orafo fiorentino del XVI secolo, Benvenuto Cellini. Sceneggiato da Vittorio Bonicelli, il film del 1990, co-prodotto dalla RAI ma pensato anche per il cinema, è interpretato da Wadeck Stanczak (Cellini), Max Von Sydow (papa Clemente VII), Ennio Fantastichini (Cosimo de’ Medici). Ruoli femminili sono riservati a Pamela Villoresi e Amanda Sandrelli. Nei 110 minuti di pellicola per le sale, si snodano le turbolente vicende del facinoroso Cellini: i suoi amori violenti, le risse, i fatti di sangue, i contrasti coi pontefici, i processi, la prigionia in Castel Sant’Angelo (ricostruito negli studi ex De Laurentiis), la rocambolesca evasione, la fuga in Francia e il ritorno a Firenze. La versione integrale televisiva, in tre puntate, dura oltre quattro ore.

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I contrasti cromatici della fotografia danno risalto allo splendore di scenografia e costumi, rispettivamente: del brillante e pluridecorato Gianni Quaranta (Arsiè, Belluno, 1943); e di Nanà Cecchi (Roma, 1951), apprezzata costumista teatrale sulle orme della tradizione di famiglia.

ARTEMISIA. PASSIONE ESTREMA (1997).  Nella Roma del Seicento Artemisia, figlia diciassettenne del pittore caravaggesco Orazio Gentileschi vorrebbe seguire le orme paterne ma essendo una donna le è preclusa l’Accademia né le è permesso dipingere nudi maschili o femminili. Senza  darsi per vinta ritrae il proprio corpo nudo e si serve come modello per i nudi maschili di un giovane pescatore che di lei è innamorato.

Conosciuto il pittore Agostino Tassi che collabora con il padre in un ciclo di affreschi, Artemisia – con il consenso del Gentileschi – si reca a bottega di Agostino per prendere lezioni di prospettiva. Qui l’uomo ha occasione di sedurre la giovane pittrice. Quando il padre della ragazza viene a conoscenza della relazione clandestina accusa il collega di violenza carnale e l’uomo è condannato a due anni di prigione. Artemisia che ne è però innamorata e in conflitto con il genitore decide di lasciare Roma per Firenze, dove intraprenderà la sua attività di pittrice.

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Il personaggio è divenuto vessillo dell’emancipazione femminile e la regista francese Agnès Merlet ne ha voluto fare una sorta di precorritrice della modernità, in un film di co-produzione italo-francese, girato a Roma negli studi di Cinecittà. La regista ha partecipato alla stesura della sceneggiatura, a fianco di Christine Miller e Patrick Amos. Valentina Cervi è Artemisia, Michel Serrault è Orazio Gentileschi, Miki Manojlovic è Agostino Tassi. Nel cast anche Luca Zingaretti e Renato Carpentieri. Scene ed arredi sono di Antonello Geleng (Milano, 1946) ed Emita Frigato, entrambi apprezzati e premiati scenografi teatrali e cinematografici; i costumi della francese Dominique Borg. Il film, della durata di un’ora e mezzo, uscito in Francia nel 1997 e l’anno successivo in Italia, ha raccolto diversi premi internazionali ma qualche critico lo ha trovato piuttosto di maniera. Per Francesco Bolzoni, recensore di “L’Avvenire”, che elogia “la freschezza di Valentina Cervi”, tutto sommato “il film resta interessante” (17 maggio 1998); ma Fabio Bo su “Il Messaggero”, pur riconoscendone la ricchezza della ricostruzione e dei costumi trova che “tutto sembra vanificarsi in una rappresentazione in cui difettano pathos ed eros, cinematograficamente inerte” (9 giugno 1998).

PONTORMO. UN AMORE ERETICO (2004).  Il film diretto da Giovanni Fago (Roma, 1933), ambientato nella Firenze della stagione manierista attorno alla metà del Cinquecento, è uscito nelle sale cinematografiche italiane nel 2004. Personaggio centrale della storia è Jacopo Carucci meglio noto come Pontormo, dal paese di nascita nei dintorni della capitale toscana, interpretato dall’attore americano Joe Mantegna. Il soggetto e la sceneggiatura sono di Marilisa Calò e Massimo Felisatti, con il contributo dello stesso Fago, i quali raccontano il pittore negli ultimi anni della sua esistenza (morirà nel 1557), al tempo del suo “Giudizio universale”, ciclo di affreschi, andato poi distrutto, nella fiorentina chiesa di San Lorenzo al soldo di Cosimo de’ Medici. Il Pontormo sessantenne si batte per difendere Anna, una ragazza fiamminga accusata di stregoneria – alla quale nelle Fiandre, in tempo di guerra, era stata tagliata la lingua – che il pittore aveva eletto propria musa. Il capo d’imputazione che pesa sulla testa della donna è quello di avere provocato la peste come punizione divina per aver ammazzato un sorvegliante del laboratorio di arazzi dove essa lavora, reo della morte di un bimbo cui la donna era molto affezionata. L’artista, insofferente ad ogni sorta di pregiudizio, si espone e decide di testimoniare a favore di Anna (interpretata da una intensa Galatea Ranzi), l’eretica cui allude il titolo. Altri interpreti: Laurent Terzieff (l’inquisitore), Massimo Wertmuller (Bronzino), Alberto Borgnanni (Cosimo I). Le scenografie sono curate dal fratello del regista, l’architetto Amedeo Fago (Roma, 1940); i costumi sono disegnati da Lia Morandini, figlia del noto critico cinematografico. Per le musiche è stato coinvolto il compositore veneto Pino Donaggio. La durata del film, a colori, è di un’ora e mezzo.

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Le critiche raccolte dalla pellicola sono lusinghiere, anche se è stato scorto il difetto di una qualche pedanteria (i trascorsi televisivi di Fago in qualche modo si fanno sentire).  Lietta Tornabuoni riconosce a Joe Mantegna il pregio di avere interpretato “il personaggio con dignità accorata, con pacato dolore” dando “un contributo importante al film” (“La Stampa”, 27 maggio 2004). Vittorio Caprara loda nella regia di Fago la capacità di rendere “credibile il pathos di una buona compagnia di attori” (“Il Mattino”, 29 maggio 2004).

CARAVAGGIO. L’ULTIMO TEMPO (2004).  Mario Martone (1959), l’immaginifico regista napoletano, nel 2004 realizza un documentario a medio metraggio di 40 minuti, focalizzando il suo interesse sugli ultimi anni di Caravggio, quelli nella sua città natale e nel meridione d’Italia (da Siracusa a Malta) e ritorno. Alterna ricostruzione scenica – servendosi della voce narrante fuori campo di Danio Manfredini e della presenza di Alessandro Abate nel ruolo di Michelangelo Merisi – a filmati prettamente documentaristici sull’opera pittorica del maestro lombardo, mescolando la Napoli di ieri e la Napoli di oggi. Nella sceneggiatura Martone è affiancato da Enzo Moscato, che prende a spunto brani di Anna Maria Ortese, tratti dal suo libro Il mare non bagna Napoli. Il lavoro è stato sovvenzionato dalla Regione Campania nell’ambito di una mostra su Caravaggio tenuta al Museo di Capodimonte nell’autunno di quell’anno.

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BOCCIONI. I COLORI DELLA GIOVENTÙ (2005).  Nel maggio del 2006 è andato in onda sulla prima rete RAI il film per la TV del regista Gianluigi Calderone (Genova, 1944), su soggetto e sceneggiatura di Giordano B. Guerri, Roberto Iannone, Patrizia Pistagnesi. Nell’ora e mezzo di pellicola assistiamo agli ultimi otto anni del pittore futurista Umberto Boccioni, interpretato da Andrea Di Stefano, ai suoi rapporti con i principali protagonisti di quello che è uno dei più importanti movimenti artistici del nostro Novecento,  primo fra tutti il suo teorico Tommaso Filippo Marinetti (Emilio Bonucci). Sfilano così i nomi di Carrà, Severini, Russolo, Balla, Sant’Elia, con l’eco della Grande Guerra sullo sfondo. Per gli esterni gli scenografi, Maria Luigia Battani e Carlo De Marino, hanno trovato la giusta ambientazione in città del Friuli, come Trieste e Gorizia, di algide atmosfere austro-ungariche. All’evoluzione estetica ed artistica di Boccioni, i soggettisti intrecciano, romanzandole, le sue avventure sentimentali, seguendolo  sino alla sua morte – presso Verona nel 1916, per una banale caduta da cavallo quando non ha ancora compiuto 34 anni. Due ruoli femminili di spicco sono quelli di Christiane Filangieri, nel ruolo di Lorenza personaggio di fantasia, e Valentina Sperlì che indossa i panni di Augusta Petrovna, coniugata Berdnicoff, con la quale il pittore ebbe una relazione adulterina. Si è ipotizzato che il figlio Piotr che la dama russa ebbe a Parigi fosse frutto di quella passione esplosa durante gli anni francesi di Boccioni. Gli sceneggiatori inquadrano il pittore morente su un letto d’ospedale e Lorenza gli rivela che il figlio di Augusta è suo. “Digli che guardi, lui che potrà, il futuro” sono le ultime parole di Boccioni. In sottofondo le musiche di Alessio Vad.

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Il lavoro che aveva tutti gli ingredienti per essere un importante ed interessante spaccato della società culturale italiana dei primi decenni del secolo scorso, purtroppo si è perso dietro il romanzo d’appendice, e la critica mossagli è quella di essere un’occasione mancata per mettere a fuoco quegli anni e quei personaggi formidabili. Aspri furono i commenti di Luce Marinetti che, risentita per il ritratto fattone del padre, trovò pretenziosa la fiction, paragonandola invece a un “romanzetto di Liala”.

CARAVAGGIO (2008).  Nel giugno del 2007, l’ennesimo film su Michelangelo Merisi da Caravaggio, prodotto per la TV dalla RAI, viene presentato in anteprima a New York, in occasione della presentazione su scala internazionale del palinsesto televisivo dell’azienda di stato italiana. L’anno successivo, in forma di sceneggiato in due puntate di un’ora e mezzo ciascuna, il Caravaggio interpretato da Alessio Boni, calatosi con convinzione nel ruolo, è andato in onda a febbraio. L’attore ebbe a confidare una sorta di processo di immedesimazione con il pittore suo conterraneo e la sua performance fu apprezzata da pubblico e critica che ne riconosce il virtuosismo dei suoi assolo d’attore. Certo gli è di supporto la regia di Angelo Longoni (Milano, 1956) ma soprattutto la sapiente fotografia di Vittorio Storaro. Inappuntabili, come si conviene, la scenografia di Giantito Burchiellaro e i costumi di Lia Morandini, professionisti di collaudato mestiere a servizio della riuscita dello spettacolo. Così come da non sottovalutare per il buon esito del risultato l’elemento musicale, qui a firma di un Maestro come Luis Bacalov. La versione in distribuzione nelle sale cinematografiche, destinata al mercato estero, ha una durata di poco più due ore. Vi si narrano le vicende dell’artista lombardo sceso a Roma sul finire del Cinquecento dove esplode la sua maturità pittorica e dove si intersecano gli episodi della quotidianità che scandiscono la sua vita turbolenta: amori (più o meno ortodossi), gloria e insuccessi, rivalità, fatti di sangue. La sceneggiatura di  James Carrington e Andrea Purgatori ne segue le mosse sino alla condanna per omicidio, alla fuga in esilio nel Mezzogiorno, all’intermezzo maltese e al ritorno sulla spiaggia di Porto Ercole dove braccato e stremato muore nel 1610. Il cast è completato da Elena Sofia Ricci (Costanza Colonna), Paolo Briguglia (Minniti), Claire Keim, Jordi Mollà.

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CONSIDERAZIONI.

Gli autori italiani nel trattare i personaggi della storia delle arti figurative, il più delle volte, mostrano un approccio di convenzionale deferenza. Hanno privilegiato i grandi nomi del patrimonio nazionale astenendosi dall’esplorare la contemporaneità o i lati in ombra di personalità scomode. A differenza dei cineasti anglofoni che non hanno esitato ad affrontare pittori vicini a noi con solo temporalmente ma anche per sensibilità o inquietudini esistenzialiste come Francis Bacon (Love is the Devil), Warhol (Factory Girl), Basquiat; gli sceneggiatori di casa nostra, a parte sporadiche eccezioni, poco hanno fatto per discostarsi da una rappresentazione senza grandi scosse della biografia romanzata.

Se per tradizione, quasi genetica e comunque storica, risalente già ai tempi del muto, la ricchezza di impianto scenico, costumi e sapiente fotografia, sono da sempre nelle corde degli allestimenti filmici del nostro Paese, quello che scricchiola (come sovente accade nel nostro cinema) è l’impalcatura del soggetto e, salvo non troppe eccezioni, le falle della narrazione vanno ricercate nella debolezza della sceneggiatura e nelle lentezze didascaliche.

arch. Renato Santoro, febbraio 2015 

BIBLIOGRAFIA

  • AA.VV., La storia del cinema, 4 voll., Vallardi, Milano 1966
  • Mario VERDONE, Scena e costume nel cinema, Bulzoni, Roma 1986
  • Stefano MASI, Costumisti scenografi del cinema italiano, 2 vv.. La lanterna magica, L’Aquila 1989-1990
  • Fernaldo Di Giammatteo, Dizionario del cinema italiano, Editori Riuniti, Roma 1995
  • AA.VV., Dizionario del cinema italiano. I film. Vol. 1: R. Chiti, E. Lancia, Tutti i film italiani dal 1930 al 1944; vol. 2: R. Chiti, R. Poppi, Tutti i film italiani dal 1945 al 1959; vol 3: R. Poppi, M. Pecoraro, Tutti i film italiani dal 1960 al 1969; vol. 4: R, Poppi, M. Pecoraro, Tutti i film italiani dal 1970 al 1979; vol. 5: R. Poppi, Tutti i film italiani dal 1980 al 1989; vol. 6: E. Lancia, Tutti i film italiani dal l 1980 al 1989; vol. 7: E. Lancia, Tutti i film italiani dal 2001 al 2010; Gremese Editore, Roma 2007

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