Architetture veneziane sulle sponde dell’Adriatico orientale

Premessa   Radicate nel tempo sono le relazioni, storiche e artistiche, di Venezia con la dirimpettaia costa orientale adriatica, cioè con l’Istria e con la Dalmazia. L’Istria, ad esempio, in epoca romana era tutt’uno con la regione veneta augustea (sino a Pola e al suo promontorio). Penisola istriana, città ed isole costiere dalmate e la stessa città di Venezia, nell’alto medioevo, confluiscono nell’impero bizantino (che aveva raccolto l’eredità dell’impero romano d’oriente). Finché la città lagunare, cresciuta economicamente e politicamente, riesce ad impugnare il controllo dei traffici dell’Adriatico e, all’alba dell’XI secolo, proprio nell’anno 1000, il doge Pietro II Orseolo, sconfitti croati e pirati narentani, si proclama “Dalmatiae dux”. Questo titolo prevedeva una sorta di protettorato su porti ed isole snodantisi lungo il percorso da Parenzo a Ragusa.

adriatico

La regione, che era già entrata, comunque, a far parte di un continuum culturale italiano, con richiami artistici alle esperienze architettoniche e figurative della Penisola (dai modi bizantini ravennati a quelli del romanico lombardo-veneto, sino alle evoluzioni verso il gotico) fu a lungo e periodicamente contesa a Venezia da croati ed ungari.

Nel 1409 la repubblica di S. Marco, sborsando centomila ducati, si assicurò l’acquisto da Ladislao, re d’Ungheria e di Napoli, di tutti i diritti sulla Dalmazia costiera. Ma già dalla seconda metà del XV secolo (e sino al XVIII) dovette vedersela con i Turchi; ed infine, nel 1797, liquidata  la repubblica marciana, Istria e porti dalmati furono ceduti all’Austria.

Presente    L’insipienza e la barbarie degli uomini han fatto la loro ricomparsa ai nostri giorni che, da sedicenti evoluti europei, credevamo immuni da simili ricadute. Guerra, assedi, bombardamenti, distruzioni, che nei nostri paesi civiliz zati ci avevano illuso fossero parole e immagini d’archivio, sono tornati ad offendere abitanti e abitati di questi luoghi di così illustre tradizione. Le spinte secessionistiche all’interno della Jugoslavia comunista, auspicate e probabilmente incoraggiate da forze europee di opposta posizione ideologica e religiosa, sono esplose nell’ultimo decennio del Novecento. Cioè negli anni ’90 abbiamo dovuto essere testimoni non solo della disgregazione di un paese che l’Occidente antisovietico riteneva politicamente scomodo, ma anche delle devastazioni laceranti nei confronti di uomini e di cose, senza alcun rispetto sia per le testimonianze monumentali del passato  – che pur umilia  il nostro essere civili – sia (soprattutto) per la vita di migliaia di anime, che sono state immolate sull’altare del più vieto nazionalismo, dell’intolleranza di culto, dell’opposizione politica.

I serbi si son fatti carico di questo pesante e inappellabile giudizio storico, senza però dimenticare che qualcuno, anche nella formalmente asettica Europa,  ha operato perchè questo avvenisse, mentre molti nulla han fatto perchè questo non avvenisse.

Ad emblema delle ferite sul patrimonio architettonico che la guerra civile fra gli slavi del sud ha prodotto, assurge Dubrovnik, la splendida Ragusa di tradizione veneziana, il cui centro storico nel biennio 1991/1992 è stato ignobilmente squarciato nei suo simboli più cari: chiese, fontane, strade, palazzi che costituivano la dignità e il lustro della sua eredità culturale.

Le architetture: caratteri generali    Come si è detto, il comune denominatore che lega e affratella la regione è di natura storico-culturale e di matrice italiana; e le architetture locali sono mutuate da modelli peninsulari: la chiesa di S. Donato a Zara e la basilica Eufrosiana a Parenzo  rimandano a Ravenna; l’abside di S. Crisogono e la facciata della cattedrale di S. Anastasia, sempre a Zara, sono influenzate dal romanico padano. Ancora lo stile romanico viene espresso in cattedrali di rimarchevole bellezza, come quelle di Arbe e Traù  (XII – XIII secolo).

Negli elementi e nei caratteri del primo gotico (XIV secolo) si ritrovano evidentissimi gli influssi veneti; mentre nella seconda fioritura tardo-gotica del XV secolo gli addentellati stilistici con le opere veneziane riconducono ai nomi dei fratelli Pier Paolo e Jacobello Dalle Masegne o a quelli di Giovanni e Bartolomeo Bon, e  alle commistioni fra scultura e architettura.

Si tenga poi a mente che l’ambiente artistico veneziano, per inclinazione naturale, era di indole conservatrice  e riluttante verso le innovazioni; perciò i suoi protagonisti, come già precedentemente si erano appartati negli spazi culturali di derivazione bizantina, nel Quattrocento si attardano nelle eleganze e nelle formalità del gotico fiorito.

E passerà qualche lustro prima che Venezia si apra alle istanze riformatrici della scuola toscana; prima cioè che si confronti con gli aggiornamenti di tendenza della cosiddetta rinascita umanistica dell’Italia centrale.

Diversa è altresì la sensibilità di fondo: se infatti i toscani privilegiano disegno, contorno e forma, i veneziani propendono per il tono ed il colore (illanguiditi da una sensualità estenuata che ha conosciuto il morbido oriente).

Di riporto lungo l’Adriatico l’architettura di costituzione veneziana si dispone ad un analogo, prudente e graduale accoglimento dei modi fiorentini. Così nella seconda metà del XV secolo in Giorgio Orsini il Dalmatico cominciano ad apprezzarsi i sentori del rinnovamento rinascimentale (rinascita che sarà più compimamente estrinsecata da Niccolò Fiorentino nella cappella del beato Orsini a Traù).

Nei secoli successivi l’architettura si sviluppa lungo la stessa direttrice evolutiva delle sperimentazioni italiane, secondo i moduli stilistici che vanno dal rinascimento al barocco, sino al neoclassico.

Gli artisti e gli architetti delle città dalmate sono partecipi, pertanto, più che di una esportazione coloniale della tradizione italiana oltremare, di una stessa identità culturale.

Ci sono personalità, come Giorgio Orsini (detto da Selenico), attive in Dalmazia ma anche in Italia. E questo accade anche per Luciano e Francesco Laurana o Giovanni da Traù, i quali lavorano addirittura prevalentemente nella Penisola, ove raccolsero fortuna ed onori.

Così come si registra l’attività, nell’altra sponda, di oscuri tagliapietre veneziani o prestigiosi architetti e scultori italiani, come Michelozzo, Niccolò Fiorentino, i Sanmicheli.o Andrea Pozzo, i quali furono inviati in missione a Ragusa o a Sebenico  ed ivi lasciarono la loro impronta testimoniale.

Dalla Dalmazia in Italia

GIORGIO ORSINI. Detto da Sebenico, ove fu operativo e morì nel 1475,  nacque forse a Zara. Si formò a Venezia alla bottega dei Bon, dal cui stile gotico acquisi il proprio linguaggio architettonico e plastico. Ma nel suo decorativismo si scorge una caratterizzazione realistica che preannuncia i modi della Rinascenza quattrocentesca. Lavorò, oltre che in Dalmazia (decennio dal 1441 al 1451  e dal 1460 al 1466), nelle Marche (1454/59, 1469, 1471). Suoi interventi da menzionare sono, a Sebenico: crociera, abside e battistero del Duomo; a Spalato: cappella ed altare di S. Anastasio nel Duomo; nell’isola di Pago: cortile dell’Episcopio e facciata della cappella della Parrocchiale. In Italia, ad Ancona, è la sua opera più importante e significativa: la Loggia dei mercanti (1454/59) ; oltre ai portali di San Francesco delle Scale, dell’ex chiesa di S. Agostino e alla facciata di palazzo Giovannelli-Benincasa. A Civitanova Marche diede inizio alla chiesa di S. Maria, proseguita nel 1472 dagli allievi.

ANDREA ALESSI. Fu allievo di Giorgio da Sebenico (con cui collaborò al battistero di Sebenico). Nato a Durazzo, approdo veneziano in Albania, nel 1425, fu architetto e scultore. Lavorò a cappelle e palazzi nell’isola di Arbe (Dalmazia settentrionale)  tra il 1456 e il 1460; fu a Traù nel 1466 e lavorò alla cattedrale (decorazione plastica del Battistero; cappella Orsini insieme a Niccolò Fiorentino). Fu anche alle isole Tremiti dove, nel 1473, decorò la facciata di S. Maria degli agostiniani. Mori dopo il 1503. Di formazione veneziana e tardo-gotica, riuscì ad aprirsi alle in fluenze del rinascimento donatelliano.

LUCIANO LAURANA.  Nato a Zara nel 1420 circa, morì a Pesaro nel 1479. I suoi esordi furono in Dalmazia, a contatto con le testimonianze della tarda latinità e della Venezia gotica; ma nulla si conosce del suo primo periodo sino alla sua presenza a Napoli nel 1451 (anno in cui è documentato per la prima volta il suo nome). Dal 1455 al 1465 è a Mantova alla corte dei Gonzaga. Dal 1467 al 1472 lavora ad Urbino, teso alla realizzazione del suo capolavoro, il palazzo ducale dei Montefeltro. Nel biennio 1473/74 è di nuovo a Napoli in qualità di maestro d’artiglieria di Ferdinando d’Aragona. Nel 1476 è a Pesaro – ove poi morirà – per completare i lavori della rocca. Amico di Leon Battista Alberti, influenzato da Piero della Francesca, Luciano Laurana si è ritagliato per sé un proprio particolare e riconoscibile spazio nell’ambito del rinascimento del secondo quattrocento italiano.

FRANCESCO LAURANA Citato anche come Dellaurano e Adzaro, nasce a Vrana (in italiano Laurana, appunto), a sud di Zara, tra il 1420 e il 1425; ed è indicato presente a Napoli nel 1458 per i lavori alla porta del Trionfo di Castelnuovo. Maggiormente attivo, come scultore, nell’area napoletana (ove si amalgamano rinascenza italiana ed esuberanza aragonese), fu anche in Sicilia, a Sciacca e Palermo. Morì ad Avignone nel 1502 circa.

GIOVANNI DALMATA   Detto anche Giovanni da Traù, ove nacque nel 1440 circa, si dedicò prevalentemente alla scultura ed  il  suo  centro operativo  è Roma a partire  dal 1464,   spesso a fianco di Mino da Fiesole. E’   documentato anche  a Venezia ed Ancona.   Muore  a Roma dopo  il  1509.

Dall’Italia in Dalmazia

ONOFRIO GIORDANO DA CAVA (di Salerno). Architetto e scultore campano  , porta in Dalmazia, sul finire della prima metà del XV secolo, le sue esperienze tardo gotiche dell’Italia meridionale, immettendole nel filone della tradizione transadriatica. Fu convocato a Ragusa per dotarla di acquedotto e dal 1438 attese all’impegnativa opera di ingegneria idraulica, culminante nella monumentale fontana, da lui detta di Onofrio. Frattanto, sempre a Ragusa, sino al 1441 lavorò, con altri, alla ricostruzione, dopo l’incendio del 1435, del Palazzo dei Rettori; nonché al Palazzo del Gran Consiglio (che sarà po rovinato dal violento terremoto del 1667). Tornò altre volte, dopo il 1442, a Ragusa; mentre nei 1451 è presente a Napoli, ove viene fatto il suo nome in merito a suoi lavori al Castelnuovo (torre di S. Giorgio, torre dell’Oro).

MICHELOZZO DI BARTOLOMEO MICHELOZZI.  L’architetto fiorentino (1396/1472) brunelleschiano, nome di spicco del rinascimento toscano alla metà del Quattrocento, nel 1462 fu inviato come ingegnere militare a Ragusa, nel sud della Dalmazia ove attese, fino al 1464, ai lavori di fortificazione della cittadella veneziana, con la collaborazione di Bernardino da Parma e tal Paolo “aurefice”. Nello stesso periodo curò il restauro del Palazzo dei Rettori che era stato danneggiato da un’esplosione nel 1463;  i lavori, sulla scorta dei progetti di Michelozzo, furono successivamente diretti da Giorgio Orsini da Sebenico (v. paragr. 4.4). Nel 1464 fu ingaggiato per l’isola di Chio e lasciò la Dalmazia. Nel 1470 è di nuovo a Firenze.

NICCOLO’ DI GIOVANNI COCARI. Conosciuto come Nicolò Fiorentino, l’ai lievo di Donatello ha lasciato sue prove scultoree a Padova nella Basilica del Santo. Dopo la morte di Giorgio Orsini da Sebenico, avvenuta nel 1475, condusse i lavori del duomo di Sebenico (cattedrale di S. Giacomo). A lui si deve altresì, unitamente ad Andrea Alessi (v. precedente paragr. 4.4), il progetto della cappella del beato Orsini, nella navata sinistra della cattedrale di S. Lorenzo a Traù, pregevolissima testimonianza del Rinascimento in Dalmazia. Sempre con l’Alessi restaurò il campanile di Spalato; mentre, ancora a Traù, decorò Palazzo Cippico con medaglioni a rilievo e la Torre dell’Orologio, con lo stemma della città. A lui si deve, infine, la facciata della piccola chiesa di S. Pietro a Traù.

MAURO CODUCCI DI MARTINO.  Nato nel bergamasco nel 1440, formatosi nella Venezia tardo-gotica del secondo Quattrocento, si propone come maestro costruttore, fiero della sua pratica artigiana. Nell’isola di Lesina, nella Dalmazia centrale, lavora alla Catte drale di S. Stefano, nonché al chiostro del convento francescano (1464 circa). Tornato a Venezia nel 1468, si impegna nella costruzione di S. Michele in Isola, la prima costruzione rinascimentale veneziana. In laguna lavora sino al 1504, data della sua morte.

I SANMICHELI. L’ingegnere militare veronese Michele Sanmicheli (1484-1559) fortifica Zara nel 1534 e nel 1537, anno in cui raggiunge Sebenico (ove progetta loggia e castello). Il più giovane Giangirolamo (1513-1559) lo coadiuva in Dalmazia: nel 1541 lavora alla fortificazione di Zara e nel 1542 è a Sebenico, ove ritornerà nel 1546 (dopo aver operato in Grecia e a Cipro).

INGEGNERI  MILITARI. Tra gli architetti che lavorano alla cinta difensiva di Ragusa nel XVI secolo si enumerano: Antonio Ferramolino, che nel 1538/40 costruisce anche il Rivellino; Saporoso Matteucci; Giovan Battista Zanchi. Quest’ultimo, pesarese ma di origine veneta, nasce nel 1515 e muore nel 1586. E’ noto soprattutto come trattatista, in virtù dei suoi scritti didattici relativi a fortificazioni e fabbriche militari.

MARINO GROPPELLI  Architetto veneziano tardo barocco, è testimoniato a Ragusa nel primo Settecento. Nel 1706 progetta il Palazzo della Gran Guardia e, dopo l’incendio del 1706, ricostruisce la chiesa di San Biagio, terminata nel 1715, ispirata alla veneziana chiesa di San Maurizio.

arch. Renato Santoro, Roma

BIBLIOGRAFIA

A. Venturi, E. Pais, P. Momenti, Dalmazia monumentale, Roma 1917

A. Dudan, La Dalmazia nell’arte italiana, Milano 1922

B.M. Apolloni Ghetti, L. Crema, L’architettura della Dalmazia, Roma 1943

AA. VV., Architettura gotica civile in Dalmazia, Roma 1977

V. Branca, Storia della civiltà veneziana, Firenze 1979

A. Zorzi, La Repubblica del leone, Milano 1980

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