L’ALFABETO DI TOTH

I Tarocchi sono stati ribattezzati sul finire del Settecento, da Antoine Court de Gébelin, l’alfabeto muto di Toth. Toth è l’identità egizia di Hermes. Hermes è, naturalmente Ermete Trismegisto, il padre putativo dell’esoterismo. Come un Mutus Liber, la nota parabola alchemica per immagini del XVII secolo, gli Arcani maggiori racchiudono in ogni lama – così è detta la carta dei Tarocchi -un fitto insieme di spunti iconografici: come le foglie scritte dalla Sibilla e sparpagliate al vento, contengono messaggi che bisogna riaccostare tra loro per darne la giusta interpretazione. Il massone Oswald Wirth, tra fine Ottocento e primo Novecento, seppe magistralmente spiegarne i significati reconditi.

Il bagatto è la prima delle 22 lame (altrettante sono le lettere dell’alfabeto ebraico) e rappresenta il prestigiatore, dotato di bacchetta magica, intento al tavolo della propria arte. Il bagatto è l’uomo ermetico che vuole trasformare la realtà, così come il massone vuole trasformare se stesso sgrossando la pietra sino a renderla cubica, pronta a far parte dell’alzato del muro da costruire.

Magia, nella radice greca del termine, è legata al verbo massein, cioè impastare, manipolare, plasmare con le mani. L’ekmaghion era la statuetta di cera modellata che rappresenta il feticcio. Il significato, dunque, è alquanto palese. Nell’agape si è ripetuto l’antico rito dell’uomo trasmutatore, che trasforma il grano in pane, le olive in olio, l’uva in vino, le parole in poesia, i colori in pittura, i suoni in note musicali e armonia. Così, simbolicamente, l’uomo può trasformare se stesso.

L’eremita, Diogene che cerca l’uomo ermetico, raffigurato come un viandante, è l’uomo con la lanterna che cerca il proprio cammino iniziatico. E cosa risponde il bussante al Maestro Venerabile che gli chiede cosa sia entrato a cercare? “La luce”. Si cerca un bagliore che rischiari il percorso; altrimenti, come i ciechi di Bruegel il Vecchio, che appoggiandosi ad altri ciechi, ruzzolano a terra, si è destinati a finire fuori strada. Sarà bene perciò avvicinare la propria lanterna a quella di chi sta accanto, affinché sia illuminata la direzione comune.

Continuiamo la lettura dei Tarocchi alla maniera di Warburg, cioè come in un Atlante Mnemosine, in un percorso della memoria per associazioni che si presti a cogliere gli intrecci con la nostra simbologia muratoria. Calvino, nel suo Castello dei destini incrociati, ha colto le suggestioni del calcolo combinatorio legate alle carte dei Tarocchi.

La voce “tarocco” potrebbe derivare dall’arabo Tariqa (plurale Turuq), il cui significato, guarda caso, è via, percorso. Il tarocco proposto in questa tornata è la Torre. Per un libero muratore l’arte di ben costruire è alla base per l’elevazione del Tempio. Non va infatti dimenticato che l’antico francese magon significa, appunto, muratore e rimanda al latino medioevale machinator e ai maestri comacini, cioè cum machinis e non perché di Como.

La lama XVI, la Torre, è la carta che evoca, dunque, l’ars regia della massoneria. L’uomo, nutrendo nostalgia del cielo, vuoi costruire edifici che svettino sin verso le nubi. La tradizione elenca un gran numero di esempi: a partire dal biblico Nemrod che con la sua torre sfida le vette celesti e per questa sua ambizione subisce la punizione divina; dalle piramidi alle ziqqurat babilonesi, dalle torri baronali della Roma medioevale alle vertiginose ogive del gotico, sino ai grattacieli d’Oltreoceano. Le tristemente note Twin Towers, come due enormi colonne del Tempio, novelle Jakin e Boaz nello sky-line di New York, hanno subito la folgore del fanatismo e della follia, così come la torre degli Arcani è colpita dal fulmine.

Goethe in quel meraviglioso capolavoro che è Le affinità elettive, denso di allusioni e suggestioni massoniche, allorché descrive la costruzione del castello del protagonista, ammonisce come la parte più importante di un nuovo corpo di fabbrica sia la solidità delle fondamenta. Il passante distratto giudicherà l’edificio per l’eleganza dei decori o la ricchezza dei rivestimenti, cioè per la sua superficie. Ma perché l’opera sia solida, ben salda e duratura nel tempo, è importante che le sostruzioni e i muri maestri siano compatti e ben progettati.

Quando la pietra sarà infine resa liscia, essa sarà adatta per costruire il muro della nostro Sé. Costruire il Tempio sarà realizzare se stessi, nella sostanza e non nell’apparenza. In modo da poter essere anziché sembrare. Un motto di Pindaro, preso in prestito da Nietzsche come sottotitolo per il suo Ecce Homo, ci sia di monito: “Diventa ciò che sei”. Una frase questa che è quasi il completamento dell’epigrafe delfica “Conosci te stesso” posta all’ingresso dell’antro oracolare delfico.

arch. Renato Santoro, Roma ultimo giorno del 2014

thoth ibis

Il dio Toth rappresentato con la testa di ibis, uccello sacro del Nilo

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